Birra. Il successo ReAle di Leonardo Di Vincenzo

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Leonardo Di Vincenzo è oramai nel gotha dei birrai italiani. Ho avuto di modo di conoscerlo quasi 8 anni fa e avendolo visto crescere, professionalmente, è con grande piacere che parlo di lui e delle sue birre.

Leonardo, romano, nasce nel 1976, e la sua passione per le birre inizia nel 1999, attraverso l’homebrewing. Un appassionato duro, subito iscritto alla parte non professionista di Unionbirrai. Si laurea in Scienze Biologiche alla Sapienza di Roma e successivamente si specializza, con un dottorato, in scienze biochimiche. Nel 2001 conosce in una degustazione, da Atlas Coelestis, Marco Bolasco, e da allora i due saranno amici inseparabili. Marco usciva con Leonardo anche per il suo fascino, molto gradito al gentil sesso, che permetteva di “catturare” sempre belle donne, per entrambi. Conosco Leonardo nel 2003 alla Forst, in un incontro fra docenti master of food di birra, e lo reincontro a Roma nel 2003, per il primo concorso per homebrewer che si teneva nella capitale, al Derry’s pub. Si forma professionalmente con Mike Murphy, allo Starbess a Roma, dove lavora dal giugno 2003 al giugno 2004, e questa esperienza, insieme a quella da homebrewer e alla cultura ed appartenenza a Slow Food, saranno gli elementi decisivi per il suo successo.

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Apre il suo microbirrificio, nell’aprile del 2005 a Borgorose (Rieti), in un terreno di proprietà dello zio. Utilizza un impianto della B.B.C., costato circa 50.000 Euro, perché l’azienda, un terzista di Velo che faceva i serbatoi di fermentazione/maturazione, era al primo impianto e si aspettava pubblicità e esperienza da questa installazione.

La forre contrarietà del padre e l’avvio in economia con il contenimento dei costi sono gli elementi che caratterizzano la produzione iniziale. Quest’anno, Leonardo ha sostituito l’impianto, con un altro, molto più funzionale, da 25 Hl./cotta della Brew Tech, proveniente dal Baladin di Teo Musso.

AnnoHl. birra prodotta
2005150
2006700
20071300
20081800
20092300
20104000 (ad agosto 2010)

Leonardo comprende subito l’importanza della comunicazione, e questo è stato un elemento determinante del successo. Da quando ha iniziato l’attività di birraio, non c’è stata manifestazione, piccola o grande alla quale non abbia partecipato (a partire da Pasturana 2005) grazie anche ai rapporti con Slow Food e Unionbirrai. Un’iperattività a tutto tondo che lo porta a distrarsi alla guida e a sacrificare più di una fiancata (da sobrio, eh…) di auto e furgone. Quindi quando c’è lui alla guida occhio… Nel 2006 si ricompone il dissidio in famiglia ed il padre sarà un valido aiuto, come commercialista.

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Nel 2007, a giugno apre il bir&fud, con Manuele Colonna e Fabio Spada di Glass. Ed è subito successo, grazie alla formula dello street food, di notevole qualità, realizzata con Gabriele Bonci e Andrea De Bellis (per la pasticceria) e all’abbinamento con le birre artigianali italiane alla spina, gestite dal più bravo publican che c’è, Manuele Colonna, gestore del “Ma che siete venuti a fa”, che si trova di fronte sul lato opposto di via Benedetta, sempre a Trastevere. Si inizia con 8, successivamente 12 e poi 16 spine esclusivamente di prodotto artigianale italiano, ed è una novità assoluta in questo mondo.

Altro elemento decisivo del successo è il rapporto con Teo Musso, iniziato con la società di distribuzione “Selezione Baladin” a cui Birra del Borgo di Leonardo Di Vincenzo forniva alcune sue birre, e sviluppatosi, prima con Consobir e poi con l’apertura dell’open Baladin di via degli Specchi, dove ambedue sono soci, e dell’Open a New York, che sta aprendo proprio in questi giorni.

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Il nome Birra del Borgo, nasce in omaggio a Borgorose, e sostituisce il nome Chaperone, da una famiglia di proteine a forma di bicchiere di birra, che Leonardo voleva scegliere, ma che per la parte “Perone”, somigliava troppo alla più famosa birra industriale italiana.

La produzione si caratterizza, oltre che per una notevole tecnica, ed un’attenzione ai mondi inglese e belga, anche per una spiccata territorialità, frutto della cultura Slow Food: la genziana, nell’omonima birra, il farro nella Duchessa, il tabacco Kentucky toscano nella Keto RePorter, le castagne reatine essiccate nella CastagnAle.

Tutte birre che meritano un approfondimento successivo. Per il momento, ecco 3 birre, una molto nota, una in sperimentazione ed un’altra particolarissima (e a mio avviso buonissima).

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ReAle: la birra di maggior successo. L’idea nasce nel 2000, una IPA realizzata come homebrewer, fatta provare a Kuaska, che ne fu entusiasta ed incoraggiò a proseguire. 6,4 gradi alcolici, 16 gr. Plato, colore ambrato, olfatto di caramello e di miele, per la bella maltosità della birra, e di frutta, pesca ed albicocca in primis, agrumi dagli oli essenziali dei luppoli, pompelmo e arancia, note di pepe e fragrante da crosta di pane. Abbastanza corposa, ben equilibrata fra la componente dolce, maltosa, iniziale, e l’amaro del Goldings, Cascade ed Amarillo, poco carbonatata, e anche grazie questo notevole equilibrio, con un’elegante persistenza e una notevole bevibilità. Prodotta anche in versione extra, birra dell’anno 2007 e 2008, con luppolatura più generosa.

Sedici Gradi: una ale, tipologia barley wine, maturata in legno, solo primo mosto che bolle per 5-6 ore per concentrarsi, matura da marzo a luglio 2007 , con lieviti particolari, da spumante, bayanus, maturazione in barrique di primo passaggio per 14 mesi, pronta a settembre 2008. Per me è una birra spettacolare, di circa 14 gradi alcolici, con l’astringente che bilancia benissimo l’imponente impatto dolce, particolari note ossidative sia al naso che in bocca che la rendono unica, di fichi e prugne secche, di cacao, di uva passa, insieme a note di tostatura. Carbonatazione molto bassa, in stile. Una birra complessa e molto persistente. Una seconda produzione prevederà un blend fra prodotto maturato in barrique nuove e prodotto maturato in barrique di Ca’marcanda, cantina di Gaja in Toscana.

Equilibrista: birra ancora non imbottigliata, nasce dall’idea di realizzare un prodotto come Deus e Malheur, utilizzando il metodo classico champenoise degli Champagne. Birra a bassa acidità, con il 50% di mosto di Sangiovese della tenuta di Bibbiano e il 50% di mosto di Duchessa, fermentata con lieviti da vino, aggiunta di zuccheri, e tenuta sulle pupitres per 9 mesi a contatto sui lieviti, e per finire il degorgement. Birra dal colore rosato, lievemente luppolata, 20-25 IBU, ha il profilo degustativo caratterizzato dalla maltosità, dalla fragranza, e dagli esteri profumati, di pera e pesca.

Foto: Mirko Caretta, birrerieartigianaliroma.it



13 commenti su “Birra. Il successo ReAle di Leonardo Di Vincenzo

  1. Bell’articolo-racconto. Si impara non si solo di birra, ma anche di determinazione e abilità costruite man mano.

    Ormai nel nostro pub preferito, quello dove ci rifugiamo non per assaggiare birre ma per assaporare il momento, manco ci chiedono che birre vogliamo. La cameriera ci avvicina e dice: “2 Reale?”.

  2. Noi se vedemo sabbato al Birra d’ Amarsi, sarò quello con la maglietta del Birrifugio Trastevere…
    Potrei fare una capatina a Borgorose la mattina per prendermi un paio di Genziane…

  3. Infatti Rossella, sembra uno slogan che il successo è figlio della determinazione, ma il caso specifico di Leonardo lo testimonia con forza.

  4. Il 22 settembre da Dino al” porter day” c’è Leonardo, se volete si può chiedere a lui un fuori programma d’eccezione , andare al suo birrificio

  5. Reduce dalla serata del sabato (Italia Vs Belgio)!
    Che dire?
    Ascoltare Kuaska sciolinare la sua cultura del mondo birraio è annichilente, il suo background, la sua esperienza pluriennale, la sua ricerca, fanno sì che qualsiasi sia lo spunto, lui parli abbondantemente su quell’ argomento.
    La serata è iniziata con un lieve ritardo, complice anche il tempo che non prometteva nulla di buono (siamo entrati al “vino di sup” che fuori iniziava a piovere…)
    Il locale è affascinante, con un soffitto in legno intarsiato e inserti color avorio, luci leggermente soffuse, grande il giusto per non essere opprimente e per essere intimo al contempo.
    Dopo una chiacchierata di benvenuto da parte di Leonardo di Birra del Borgo, c’è stata la presentazione del nostro ospite, colui che ci avrebbe condotto in questo viaggio papillogustativo ideale tra Italia e Belgio, Lorenzo Dabove, in arte Kuaska, che ci ha delineato il profilo del movimento Birraio artigianale italiano, con oltre 300 microbirrifici e con l’ aumentare degli stessi negli ultimi 30 anni. In Italia abbiamo fatti passi da gigante, ma ancora c’ è difficoltà nell’ imporre un mercato regolare che spazzi via buona parte di quelle birracce industriali che si vedono quasi fisse in troppi ristoranti o pizzerie dello stivale. In Italia, soprattutto da parte della clientela, c’è un enorme ignoranza del prodotto birra, c’è chi la distingue ancora in bionda, rossa e nera; o peggio, c’è chi si beve qualsiasi cosa gli venga propinata dentro un bicchiere.
    Ma iniziamo a descrivere la nostra serata alcolemica di qualità.
    Siamo partiti con il decano delll artigianato birraio italiano, Baladin di Teo Musso e la sua Blanche Isaac per continuare sempre a suon di birre di frumento con una reinterpretazione della stessa con il birrificio Maiella e la sua Magia, un incontro tra la weiss tedesca e la witt belga.
    Birre delicate, indicate anche come aperitivo di benvenuto, ottime in abbinamento con piatti delicati quali pesce, formaggi freschi e giovani e anche con delle verdure pastellate. E qui il buon Kuaska oltre a delineare le caratteristiche delle birre di frumento, che molti dei presenti più o meno già conoscevano, ci ha raccontato la storia della witt belga, del rischio che ha corso di sparire dalle tavole e dalle nostre spine preferite, veramente interessante.
    Dopo l’ antipasto dissetante e rinfrescante siamo passati all’ amaro, e lo abbiamo fatto in compagnia di Turan e la sua Sonica, una Golden Ale, amara che non ti lascia l’ amro in bocca, e da qui il nostro ha iniziato a parlare di warming della birra, di sensazione di tepore interno che rilascia la birra.
    come nei matrimoni c’è il sorbetto che pulisce la bocca dal pesce e che prepara alla carne, così anche noi abbiamo avuto il nostro sorbetto… oddio, un sorbetto un po’ ostico visto che si è trattato della Gueze di Cantillon, una birra acida!
    Senza dilungarsi troppo (e ce ne sarebbe da farlo visto quanto ne ha parlato Kuaska, ma lui ha ammesso di essere un amante della Gueze e quindi non vale,. è di parte…) si può solo dire che le lambic sono una esperienza papillogustativa da provare, ma se non la vorrete più rifare siete giustificati…
    Dopo il “sorbetto” è toccato al padrone di casa della manifestazione, Birra del Borgo, e ci ha regalato un esperimento che presto vedrà la luce al grande pubblico.
    L’ Equilibrista! Una birra, riprendendo i sapori del sorbetto di prima, utilizzando il metodo classico champenoise. Birra a bassa acidità, con il 50% di mosto di Sangiovese della tenuta di Bibbiano e il 50% di mosto di Duchessa, fermentata con lieviti da vino, aggiunta di zuccheri, e tenuta sulle pupitres per 9 mesi a contatto sui lieviti. 11° e non sentirli…subito!
    Abbiamo chiuso con Opperbacco (non so perrchè mi viene in mente sempre Abatantuon su Grand Hotel Excelsior…) e la sua 10 e lode di ispirazione trappista, dolce, di chiusura pasto, anche la gradazione alta (10° riporta l’ etichetta) le conferisce l’ essere una birra da meditazione.
    Doveva finire quì, invece Teo Musso ci ha fatto un regalo, un ultima degustazione con la sua Xyauyu’, una birra ossidata altamente zuccherina che compensa la naturale amarezza del prodotto.
    Tutto questo accompagnato ad una degustazione 3 formaggi e 2 affettati locali.
    Veramente affascinante il tutto, anche la Gueze….
    Anche il festival all’ esterno è stato bello, con le spine che lavoravano a spron battuto e dove si poteva mangiare ottimi piatti a prezzi eccezionali.
    C’è stato giusto un episodio che ha minato l’ aria di festa, ma si sà, la mamma dei cretini è sempre gravida, e se l’ alcol ve fa male, non lo bevete…
    Un altro centro da parte di Leonardo, di Birra del Borgo, e di tutti i produttori che hanno reso possibile tutto ciò.
    A questo aspettiamo l’ anno prossimo per il 2° Festival della birra Artigianale!

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