La guerra del pomodoro. La Cina e il dumping

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La guerra, quella divertente, si è consumata come da tradizione nella località valeriana di Bunyol dove in un’ora i turisti sbarcati da diciassette treni speciali provenienti da Madrid, si sono dati battaglia con oltre 100 tonnellate di pomodori sparati in appena un’ora. Una festa nata negli anni 40, durante il regime franchista, quando alcuni giovani, indispettiti per non poter prendere parte alla festa patronale iniziarono a tirare pomodori. Ora la guerra procura un ritorno pubblicitario per la cittadina che vende i diritti televisivi per filmare la battaglia dal balcone del palazzo comunale.

In Italia, invece, si combatte un’altra guerra: per difendere il pomodoro nostrano, quello coltivato sul suolo italico. “Da lunedì subito una task force sul pomodoro”, promette il ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan. “A settembre la priorità del Parlamento sarà la legge sull’etichettatura obbligatoria, anche contro le insidie del pomodoro cinese”, giura Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura della Camera. Occhi puntati sull’”oro rosso”, quindi: è (ri)scoppiata la crisi del pomodoro.

Puntuale come il rientro dalle vacanze (i periodi coincidono, pure con le promesse della politica, mentre si avvicina la ripresa dei lavori parlamentari), anche quest’anno la raccolta dei pomodori si è svolta tra polemiche, accuse, tensioni e richieste di aiuto. Colpa dei trasformatori campani? Dei produttori pugliesi? Dei commercianti furbi, alleati con gli esportatori cinesi? C’è di tutto un po’ in questa crisi di fine estate della pummarola. Ma sul banco degli imputati c’è soprattutto il prezzo dell’oro rosso, in caduta verticale e non per il consumatore finale.

Il condimento più acquistato dagli italiani costa infatti, sul campo, intorno ai 70/80 euro al quintale contro gli 80/90 dell’anno scorso già considerati inadeguati dai produttori. Un calo cui devono aggiungersi, in alcune regioni italiane, come denunciano i produttori pugliesi e molisani, ulteriori cali indotti dal ritiro ritardato dei pomodori da parte dell’industria conserviera. “Nelle campagne si segnalano ritardi nel ritiro dei prodotti, clausole vessatorie e mancato rispetto delle regole contrattuali che stanno provocando incertezza e danni ai produttori agricoli”, denuncia Coldiretti. “Operatori senza scrupoli nelle regioni del centro-sud del Paese non rispettano gli impegni assunti e sottopagano quest’anno la produzione nazionale su valori insostenibili per gli agricoltori mettendo a rischio reddito e occupazione nelle ottomila aziende italiane”. Denuncia analoga giunge dai produttori del settore. “Prendendo a pretesto discutibili problemi qualitativi del prodotto”, spiega Fedagri-Confcooperative, “gli industriali delle conserve non rispettano i contratti sottoscritti pagando il pomodoro ai produttori, ancorché ritirato in quantità insufficienti, a prezzi notevolmente inferiori e addirittura concorrenziali con i pomodoro cinese”.

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Ecco, questo è parlar chiaro. Perché se quello del mancato rispetto degli accordi di filiera è una storia vecchia, alimentata al sud dal quasi-monopolio delle aziende campane nel settore della trasformazione, da un po’ di tempo ci si sono messe pure le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina che, triplicate rispetto all’anno scorso, quest’anno, secondo stime di Coldiretti, raggiungeranno il 15% dell’intera produzione italiana. A prezzi competitivi che, senza considerare le carenze igieniche più volte denunciate dalle organizzazioni di categoria, mettono in ginocchio i redditi degli agricoltori del settore e invogliano le industrie di trasformazione ad utilizzare prodotto cinese da rilavorare, riconfezionare e immettere sul mercato. Magari con marchio made in Italy come è accaduto all’inizio di agosto a Reggio-Emilia quando i Nas di Parma hanno sequestrato 360 mila kg di prodotto italiano tagliato al 65% con pomodoro cinese e spacciato per italiano.

E’ in queste condizioni, tra produttori che accusano i trasformatori di manovrare illecitamente per abbassare il prezzo, trasformatori che rinfacciano ai produttori di produrre più pomodori di quanto pattuito contrattualmente o di non effettuare la raccolta a mano, viceprefetti preoccupati (come quello di Foggia, Michele Di Bari) che indicono vertici nel tentativo di sedare le tensioni sui campi che la richiesta di introdurre l’indicazione obbligatoria in etichetta delle materie prime utilizzate in prodotti importati nell’UE si fa largo come una panacea. Lo chiedono da tempo industriali trasformatori, istituzioni locali, distretti industriali del nord e organizzazioni degli agricoltori. Passando così al consumatore la patata bollente, facendo del consumatore il giudice di ultima istanza. Non è prevedibile, infatti, che in presenza di un’etichetta che renda trasparente la provenienza del derivato di pomodoro (per la passata la legge prevede già l’indicazione delle zona effettiva di raccolta del pomodoro che deve essere fresco) il consumatore sceglierà quello che lo tutela maggiormente sul versante della sicurezza alimentare? Che al cinese preferirà l’italiano, anche se prevedibilmente più costoso? Sperando di non scoprire un giorno che la legge può essere facilmente aggirata, che una cosa è quello che c’è scritto sull’etichetta, un’altra è quello che c’è dentro la confezione. Ma questa è un’altra storia. E ve la racconteremo al prossimo blitz dei Nas.

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Foto: Fernando Bustamante/AP

[il Sole 24 Ore, Adnkronos, Coldiretti, Time]



Un commento su “La guerra del pomodoro. La Cina e il dumping

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