Vino naturale e parole in libertà. L’importanza di chiamarsi millesimo

In annate difficili, si può produrre un buon vino? Questa domanda mi frulla per la mente da tanti giorni. Precisamente dalla bella degustazione organizzata da Giampaolo Gravina per Naturale, la fiera del vino di Navelli. In quella degustazione in tanti (troppi?) produttori hanno dichiarato senza indugi di no. Il mio amico Giulio Armani, nel suo doppio ruolo di produttore e enologo, non aveva dubbi, assolutamente impossibile. La Nicoletta Bocca, sempre più ieratica e iniziatica, era assolutamente costernata all’idea che si potesse pensare il contrario. Emanuele Giannone mi ha fatto persino una lezioncina morale a proposito. Insomma, passatemi l’ironia, mi sono ancora andato a cercare guai.

Il fatto è che io non ci sto alla retorica, è più forte di me. Sono come un diapason e con determinati temi entro automaticamente in risonanza. Ho passato anni a combattere una tendenza prevalente verso la centralità dell’uomo sul vino. Vi ricordate quei vini densi, materici, addolciti dal legno nuovo e concentrati in tutti i modi (legali o meno)? Era il periodo in cui andava di moda dire vino disegnato, in cui il progetto dell’uomo era palese e prevalente sulla natura. Non mi sono mai piaciuti, perché li ho sempre trovati sbilanciati e poco interessanti. Nel bicchiere voglio leggere altro: il tempo, le giornate di sole, quelle di pioggia, il territorio su cui la vigna è nata, ma anche la cantina in cui è stata vinificata, ma non solo questo, voglio leggere anche la mano e l’interpretazione che di quel millesimo, di quei territori ha dato l’artefice. Il racconto di quel legame antico e fondante tra uomo e natura che è l’essenza del vino, la sua narrazione.

Oggi invece si racconta (in buona come in malafede) uno scenario diverso. L’ordine di scuderia è natura soprattutto. Il nuovo mantra, dopo portinnesti e barrique, potature e rese per ettaro è il millesimo, le condizioni naturali. Ma è proprio vero che in un millesimo difficile non si possa fare un buon prodotto? Lo dico forte e chiaro secondo me no! Se l’annata è veramente terribile, allora non si deve produrre il vino, soprattutto i cru, ma se così non è quelle sono le occasioni in cui mostrare il “manico” del produttore. Il vino (come dice sempre Francesco Paolo Valentini, notorio chimico :D) in natura non esisterebbe! Bisogna metterselo in testa, è una invenzione umana, fatta di scelte e interpretazioni. Il destino dell’uva è finire in aceto. La bellezza del vino, del suo grande racconto, sta proprio nel legame stretto tra natura e artefice. Un atto volitivo, che determina un prodotto. Allora è chiaro che in questa ottica quello che è interessante non è tanto l’annata, ma l’interpretazione che se ne riesce a dare.

Compito del produttore è tirare fuori dal millesimo tutto il suo potenziale, saperlo interpretare e narrare. Quando apriamo una bottiglia di borgogna, quante volte ci accorgiamo, che le più godibili sono quelle di millesimi considerati inferiori, soprattutto per un uso gastronomico e una stappatura precoce. In questa liason, tra cuore e cervello, tra mondo reale e mondo interiore risiede tutta la grandezza di un linguaggio. Il gesto di Maggiolini, che con sega e martello trasforma legno in un comò dagli intarsi magistrali, le mano sapienti di Spigaroli che trasformano un maiale in delizia, Escoffier che prende una sedia per salare una pietanza, Coche-Dury che si inventa la vendemmia verde… ecco interpretazione e visione!

Ma si possono ancora dire queste cose, senza far scattare un automatico birignao di luoghi comuni, senza sentire tediose lezioncine di vita. Si può tornare con serenità a parlare di uomini di pensiero e non solo di territorio e clima? Io spero proprio di sì.



16 commenti su “Vino naturale e parole in libertà. L’importanza di chiamarsi millesimo

  1. Direi domanda lecita ma nel luogo sbagliato.. ;D
    In certe annate disastrose a volte è capacità del produttore tirar fuori un bel prodotto, ma spesso è il supporto della chimica e della tecnologia che ti garantisce un risultato, a prescindere. Se non erro anche Valentini nelle annate peggiori non vinifica…

    • debbo essermi spiegato male… e mi dispiace… Il problema non sono quelle (rare) annate talmente disastrose in cui si decide di non uscire, questo è tutto un’altro conto… Il problema è invece pensare cjhe in annate piccole non si possa fare a meno di un prodotto molto scaltro. Guarda Andrea che non parlo di tecniche di cantina, di chimica e intrugli da piccolo mago… Parlo di tecniche di vigna per decidere come intervenire per interpretare un’annata. Faccio un esempio, decidere la resa, se potare, quando, quando vendemmiare, se l’annata è calda fare interventi da aridocoltura, in cantina poi si può intervenire sui legni, macerazioni, fermentazioni… ecc. Linguaggio appunto, interpretazione… La natura è solo una parte del dialogo tra uomo e vigna, il resto sono tecniche di agricoltura.

      • Allora forse avevo inteso male io. Si in quel caso sono d’accordo con te che l’abilità e le competenze del vignaiolo sono a dir poco fondamentali e il suo lavoro alla fine sarà l’anima del vino. In quel caso sarà lui a prendere quel poco che la natura gli concede e a trasformarlo in un grande prodotto. Cosa che tra l’altro, con incidenza minore, succede anche nelle buone annate.
        Forse allora anche i vignaioli a Navelli hanno inteso male la domanda. Ciascuno di loro mette del “suo” in vigna ed in cantina (che come dici tuo può essere anche solo come e quando potare), e questi interventi segnano profondamente, nel bene o nel male, il vino.

  2. Adesso me ne pioveranno addosso di ogni, però trovo nel Sassicaia 2002 la normale essenza del Sassicaia di tutte le altre annate. Mi auto cito con due pezzi tratti da Doctor Wine:
    “Mai annata fu tanto discussa. Oppure mai annata fu così poco discussa. No, non sono pazzo e tantomeno schizofrenico. Alcuni bevitori solo a sentir parlare di 2002 fanno ampi gesti di ribrezzo ed aprioristicamente scartano. Alcuni produttori hanno proposto un’interpretazione diversa delle proprie creature; nella Tenuta San Guido invece hanno prodotto sempre il Sassicaia. Certo meno potente, meno strabiliante, sicuramente però è molto bello, elegante, delizioso.” (bevuto ad aprile 2011)
    .
    Stessa cosa si potrebbe dire su versanti opposti con alcuni 2003, magari piemontesi, per nulla cotti dall’annata catastroficamente torrida. Mi ricito con il Barbaresco Serraboella 2003 di Cigliuti (bevuto a febbraio 2012):
    “Sull’annata 2003 molto si è scritto a causa della sua grande problematicità: caldissima per non dire torrida o africana. Con il senno di poi penso di poter dire che in molti l’abbiano saputa interpretare bene, pur tra mille problemi. Questo barbaresco appartiene a pieno diritto alla schiera dei vini davvero ben riusciti. Al colore non è troppo scuro ed ha dei bei riflessi brillanti, la bocca è bella fresca, persistente, appagante ma seria. Solo al naso qualche puzzetta di troppo lo ha inizialmente velato, ma, con il passare dei minuti si è ripulito per bene fino a sfoderare un bel corredo di profumi complessi e varietali.”
    .
    Quindi, rispondendo alla tua domanda iniziale direi convintamente che quando si è davvero bravi si riesce a produrre comunque un vino molto buono, stilisticamente in linea con le annate precedenti, anche in presenza di annate disastrose. L’Uomo, il Produttore, non sarà mai un elemento poco influente nella riuscita di un vino di territorio e di qualità.
    .
    Ciao

  3. Concordo con vignadelmar. poi scrivi che il destino dell’uva è diventare aceto. Quindi la capacità di fare buon vino è dell’uomo. la base è nel vigneto ma la bottiglia viene dalal cantina.

    e poi non si dice che quest’annata è la migliore di tutte?

    • ogni annata è l’annata del secolo… credo che il male della viticoltura moderna (tutta), la parola da superare sia PROTOCOLLI, tutti applicano protocolli, naturali, enologici, chimici, industriali ecc. Nessuno più si arrischia ad interpretare… :D

  4. Quoto integralmente perchè il vino NON è nè può essere naturale perchè la natura non è buona, perchè sono allergico a qualsiasi discorso o pratica iniziatica, perchè il Trebbiano 1981 di Valentini è una vera gioia nata in un’annata disgraziata (assaggiato a gennaio 2011) e perchè “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” celebre motto dell’enologo Blutarsky
    trovo inoltre rinunciatario l’atteggiamento di molti esponenti italiani del pianeta bio che a differenza dei loro colleghi francesi non riescono a sognare un’alternativa al mondo chimico
    p

  5. Grande Alessandro! Sottoscrivo dalla prima all’ultima parola. Ho cominciato a fare vino nel 2003, nostra prima vendemmia, quando imperversavano vere e proprie spremute di legno, spesso, ahime’, esaltate dagli stessi che oggi idolatrano vini puzzolenti ed imbevibili (e anche poco salubri, secondo me) considerati “naturali”, quasi che un vino dai profumi e dal sapore netto e pulito sia, per definizione, dopato e frutto di orride sofisticazioni. Balle. Io credo che dalla pulizia, in ogni senso, sanitario, tecnico e…morale, si debba partire. Quella e’ la base. Segue la fantasia, l’intuizione, il lavoro, a volte anche la fortuna. Sfogliare eccessivamente in un estate che si rivela inaspettatamente torrida…puo’ rivelarsi un grave errore, mentre ombreggiare i grappoli una felice idea. E cosi’ via. Soprattutto, sarebbe bene che addetti ai lavori e consumatori capissero che non e’ vero che ogni vendemmia e’ quella del secolo e che cio’ nonostante ogni anno -salvo catastrofi…permettimi scongiuri apotropaici- lavorando bene si puo’ fare un vino che sia interpretazione autentica e sincera di “quel” millesimo. Personalmente mi esalta piu’ bere un vino che sappia ricordarmi quell’annata, quell’estate, calda e secca oppure fresca e piovosa piuttosto che un vino che, con quel millesimo…c’entra evidentemente poco e -non si scappa- e’ evidentemente frutto di alchimie enologiche, magari anche abili ma che tradiscono quello che dovrebbe essere lo scopo, e lo spirito, di questo lavoro.
    Se vogliamo presentare ogni anno lo stesso vino…non permettiamoci mai piu’ di dire che c’e’ differenza tra noi e chi fa la coca-cola (che bevo, sia chiaro…non sono un talebano…ma so, in quel caso, cosa bevo). Mettere in bottiglia il ricordo di un anno, un millesimo appunto, dovrebbe essere la mission, l’ambizione, il sogno di ogni vignaiolo. Anche se questo, talvolta, significa inevitabilmente non bere il vino del secolo ma solo…si fa per dire, un vino “vero” (definizione oggi spesso abusata). Che pero’, a differenza di quelli prodotti in serie e’ capace, anche nella sua imperfezione rispetto a quella ideale ed utopistica “perfezione” cui e’ giusto tendere, di emozionare. Ti sembra poco?
    Un abbraccio forte, anche a Paolo Trimani che da troppo tempo non ho occasione di salutare. Fabrizio

    • ecco il centro… Vini Artigianali!
      Occorre sempre più dividere i campionati, dovrebbe essere la missione per il futuro… Ma si sa, ci piace molto di più fare divisioni tra buoni e cattivi… atteggiarsi a guru, dire che davanti al vino si dovrebbe restare in silenzio e riflettere, come mi son sentito dire recentemente da un novello obi van kenobi… una visione jedi del mondo del vino, che mi fa sorridere (e anche incazzare un po’) per la sua ingenuità di fondo…
      Che la forza sia con voi :D

    • Mi permetto di salutarla e di sottoscrivere le sue parole,signor Dionisio.
      Lei non mi conosce ma io sì…
      Sono amico di Giuseppe e Natalia e grazie a Giuseppe (conosciuto ovviamente nel vano tentativo di superarlo in motocicletta…) ho conosciuto il suo ottimo Il Castagno, annata 2007, gran bella interpretazione di un vitigno difficile come il Syrah di cui ho ancora una boccia a casa.
      La saluto e alla prima occasione mi farò spedire da Giuseppe, che di certo passerò a salutare anche questa estate mentre sarò in giro in moto, insieme ai suoi vini anche la nuova annata del Castagno.
      Per il resto concordo con quanto scritto, anche dall’amico Luciano Lombardi: il manico conta eccome: ho bevuto insieme a lui il Sassicaia 2002 e 2003 ed a parte le sfumature che non ne facevano dei capolavori restavano dei grandissimi vini.
      Ogni volta che s’è bevuto qualche grande vino in annate sfigate ha sempre retto.
      Valentini poi, val bene una messa, e quindi 2002 o 2003, io le berrei sempre…

  6. Ciao Fabrizio, è vero è troppo tempo che non ci sentiamo però sono contento di leggere nel tuo messaggio alcune prese di posizione fondamentali
    La perfezione non esiste come non estistono due annate uguali tra loro, da questi punti di partenza non può che derivare un metodo di produzione del vino assolutamente empirico che deve tendere ad interpretare al meglio quello di cui si dispone

    @ale la distinzione tra artigianale e non è assolutamente cruciale, hai ragione da vendere ma si continua a descrivere categorie astratte o illusorie come quelle dei vini veri/naturali: che noia!
    p

  7. Buongiorno Signor Bocchetti,

    Sono sinceramente onorato per la Sua citazione e, più in generale, voglio ringraziarLa per il lungo articolo. Esso mi conferma nell’impressione che Lei abbia ascoltato gli interventi con impegno minore di quello profuso per criticarli. Ancora, esso avvalora l’ipotesi che Lei sia venuto a Navelli immaginando un convegno tra adepti di M.me Blavatskij, preparato per smontarne il noto teorema mistico-enoico, quello storicamente caro ai teoretico-naturali e storicamente falso: il teorema del vino che si fa da sé.

    Infatti è stato l’unico a citarlo.

    Sul tema non serve dibattere perché è nonsense. Partendo dal dato che il vino è un prodotto tecnico, viceversa, si potrebbe parlare a lungo e amabilmente (come è avvenuto, e.g., nei commenti al Suo articolo, qualificatissimi e di grande rilievo). Condizione sufficiente: un quid di competenza e qui Lei è principe. Condizione necessaria: che il proprio quid non abbia pretese da quidditas. La legga anche così: il fascino segreto dell’ascolto. Qui però – e per fortuna – non ci intendiamo, parliamo lingue diverse.

    Continuerò a leggerLa molto volentieri.
    Con i più cordiali saluti,

    Emanuele Giannone

  8. PER TUTTI:

    il destino dell’uva non è diventare aceto,ma che gli acini cadano al suolo per ‘riprodurre’ una pianta,
    o se la mangiano gli uccelli,le volpi ecc.
    cosi come il destino (o portamento dell’uva) è di strisciare a terra o ‘arrampicarsi’ ad un albero,
    quindi la mano dell’uomo c’è dal momento in cui si piantano barbatelle (innesti umani),
    si mettono i pali e si tirano fili, non in ultimo si pota.

    Se vogliamo continuare c’è ne sarebbe ancora, ma che senso ha ???
    Smettiamola solamente di dire che il destino dell’uva è l’aceto.

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