Guarda il bello del Sangiovese in 50 anni di Castello di Monsanto

La bellezza ci salverà. Non so dove l’ho ascoltata, ma l’affermazione mi è sovvenuta in mente in questi giorni che la squadra di Scatti di Vino in trasferta nel Chianti ha dedicato a una ricorrenza, i 50 anni di Castello di Monsanto. Dal 1962 al 2012, un arco di tempo lungo in cui le passioni e il lavoro sono in grado di generare cose stupende. Il Palazzo della Stufa a piazza San Lorenzo a Firenze a tutti apparirà come moto essenziale del bello vivere, della gioia del cominciare. Lo avremmo celebrato mentre si varcava la soglia del palazzo, ma chi avrebbe rinunciato a guardare quel cominciare di 50 anni fa con una vigna e un vigneto?

Il bello è in questo signore, Fabrizio Bianchi, che la sera seguente la verticale (10 annate de Il Poggio scelte tra le più rappresentative di questi anni) ha ringraziato i propri genitori di aver scelto in quel lontano 1961 una bella casa come solo il Chianti e le sue colline sanno regalare. E di aver pensato alla vigna e al vino.

Una storia che si ripete oggi con Laura ed Anna, le figlie, che riavvolgono la matassa dei ricordi degli ultimi 20 anni, la decisione di abbandonare la laurea di giurisprudenza, di studiare la terra e le vigne, di dedicarsi al vino, di sposarsi e di avere figli e vivere Monsanto. Se pulisci l’immagine del Mulino Bianco dagli orpelli pubblicitari e dalle sovrastrutture illusorie per tirare il succo vero dell’impegno e della dedizione potresti avere il Castello di Monsanto, accudito e coccolato da una famiglia che si è allargata a comprendere un enologo e collaboratori che sono qui da più di 40 anni.

Potrebbe essere retorica, ma c’è troppa emozione per non essere vera nelle voci e nei volti che accarezzano in una sera rovente 300 tra giornalisti, critici, buyer internazionali ed amici che hanno risposto all’invito. C’è Laura sulla pedana che racconta e lega passato e futuro, c’è Fabrizio che ricorda ancora più trepidante della figlia, c’è un giovane nipote che ringrazia con una nota altissima per quella che sarà una (sua) vita sottolineata da etichette.

E da bellezze che non sono mai stucchevoli. Come la cantina e la passeggiata che si allunga tra le botti e le bottiglie accatastate senza etichetta e con un cartello ad indicare l’annata. Castello di Monsanto e la sua famiglia hanno sempre creduto nelle proprie possibilità di costruire. E hanno conservato tante bottiglie per ogni annata di questo mezzo secolo che hanno accompagnato la verticale. Resti incuriosito dagli scrigni che lungo il percorso sotterraneo, realizzato con tanta pazienza “pietra su pietra”, punteggiano i lati. Riportano l’anno e il nome dei fanciulli e delle fanciulle che qui sono nati, testimonianza di quel percorso continuo. Il 2008, che avevamo assaggiato in chiusura di verticale, è l’anno di Sofia. Riguardo l’annata del 1999 de Il Poggio. Maschia, stallone, come è stata definita la sera precedente.

Poco prima le volte avevano risuonato delle note di musiche classiche emesse dai bicchieri utilizzate a mo’ di strumenti. Nulla di nuovissimo, ma mi appare singolare per i tanti che si prodigano a estrarre note e cercare abbinamenti di continuo questo suonare altri spartiti.

Un bel vino, è il commento che a tratti ho ascoltato. Bello, non buono o semplicemente non solo buono. E’ un errore, sarebbe un errore: è come se dessimo credito più alla veste, alla bottiglia, che al contenuto, il vino. Me ne sono reso conto per aver postato su Facebook una foto della bottiglia de Il Poggio del 1962 con l’etichetta immacolata e un commentatore, Fabrizio Sordi, ha chiesto il motivo di tanta lucentezza: tento tempo in botte fino al giorno prima? Come detto, le bottiglie sono conservate senza etichette. Alla consegna vengono etichettate con la medesima grafica e l’anno che cambia.

Ma l’osservazione sembrerebbe indicare quasi che il bello di un’etichetta pulita si dovesse vergognare e accusarsi di falsità. Il bello è visto con sospetto, come artificio. Come se volesse nascondere una vera natura diversa. Buono, non bello che nel mondo degli appassionati di cibo e di vino non è stato completamente  sdoganato nonostante alcuni sforzi dialettici lanciati dai padri fondatori delle nuove idee. Ho chiesto a un po’ di degustatori della verticale quale fosse il vino migliore secondo il proprio gusto ma dicendo bello e buono come capitava. Nessuno si è soffermato sulla connotazione linguistica, ma ha indicato un numero: 1962, 1968, 1995, 1999.

Io sono rimasto molto colpito dal 1962, imbarazzante per freschezza. Aggettivo che è difficile abbinare a una certa età: una splendida cinquantenne, ma sempre con l’accento messo sul numero. E’ un vecchiarello questo 1962, arzillo ma pur sempre vecchietto, cito riprendendo un commentatore. E la sua bellezza diventa ancora più bella per questo allungarsi. “Sembrerebbe la dimostrazione che non si possa fare più vini così longevi”, spiega Fabrizio Bianchi alludendo alle tecniche di vinificazione del tempo che fu. Il bello che dura nel tempo è il leit motiv anche dell’annata 1999. “Il vino più longevo di sempre” è il titolo che potrebbe accompagnarlo. O piace anche contrapporre la bellezza maschile di questo possente 1999 con la bellezza femminile di un raffinato 1995 secondo quanto commentato durante la verticale.

Provo a fermare qualche altra immagine del bello e risale nitida la forma del vigneto de Il Poggio che gode di esposizione quasi giroscopica: si fa baciare dal sole a tutti gli orari. Lo vedo perfetto (sarà lui?) stagliarsi in lontananza un po’ oltre il limite della casa nobiliare con quell’ordine pettinato dei vigneti che lo circonda. Posizione dominante che è sinonimo di bellezza in questa terra di casali che erano lì a mantenere l’ordine delle cose naturali e a sovraintendere il regolare svolgimento del lavoro dei campi e della vigna. E che ai giorni nostri ammiriamo per quello che crediamo bellezza ed era in verità ordine. Una bellezza costruita con solidità, mattone su mattone.

E’ il senso della tradizione che non faccio fatica a ritrovare negli scorci dei prati, delle statue e del giardino d’inverno che fa da fondale al nostro celebrare questo lungo arco di tempo. Provo a immaginare quale sarà il soggetto dello spettacolo che è annunciato. Me lo anticipa Francesco Guazzugli Marini, dirretore commerciale, che da lì a poco esibirà i suoi straccali bianchi e rossi. Un gioco pirotecnico, un numero da giocolieri di un altro tempo, il mangiafoco che di marketing sembrerebbe scevro se non per le coreografie ben più contemporanee dei passaggi in strada.

Il colpo d’occhio incanta e in una serata torrida non riesci a vedere l’abbinamento con il vino se non nel sacro furore che pervade un’intera famiglia. Che nella vigna e nel vigneto, è un fatto, ha speso 50 anni della propria esistenza.

La verticale

Io, Maurizio Valeriani e Stefano Ronconi abbiamo avuto il piacere di partecipare alla verticale de Il Poggio di Castello di Monsanto (1962 – 2008) e vi rimettiamo i nostri pareri avendo cura di sottolineare come nelle verticali che vanno molto indietro nel tempo tra bottiglie della stessa annata vi possa essere più di una differenza.

1962. La prima annata di Monsanto cade in una delle migliori del decennio insieme al ’64 e al ’67. Vinificata in maniera iper tradizionale con uve bianche, raspi e “Governo della Toscana” (aggiunta di uve passite per provocare una seconda fermentazione e per aiutare la malolattica).
Aspetto visivo ancora brillante, toni mattone con unghia aranciata. Al naso, sentori di sottobosco, radice, liquirizia, tabacco biondo, arancia sanguinella e prugna. In bocca, grande acidità, perfettamente integro, fresco e bevibile, profondo e complesso. Vino praticamente irripetibile perché frutto di tecniche di vinificazione antiche.
 e secchio

1968. L’ultima annata affinata in botti di castagno, ma la prima senza uve bianche e raspi. Il 1968 è un’annata media in Chianti, ma con variabilità da zona a zona. A Monsanto, buona vendemmia.
Aspetto visivo simile al ’62 nonostante i 6 anni di differenza. Al naso, prevale la mineralità con note fumé, grafite e pietra focaia. Seguono sentori di frutta secca, bucce di pesca e chiusura agrumata e di genziana. Beva leggermente più stretta del ’62 nonostante una grande complessità e un’ottima materia.

1974. Di quelle assaggiate, è la prima annata affinata in botti di rovere di Slavonia. Per il Chianti Classico è un’annata ottima con 4 stelle su 5.
Al naso prevalgono le note scure con liquirizia, sottobosco, viola passita e chiusura balsamica. In bocca, bilancia un lieve eccesso di alcol con un’acidità ancora esuberante.
 e 1/2

1979. A Monsanto la vendemmia è stata sempre considerata tra le migliori del decennio e si fa ricordare per la grandissima resa (30 mila bottiglie).
Naso di pout pourri, legno di cedro, china, rabarbaro. In bocca, complesso ed elegante, ancora tannico e virato sull’alcol.

1985. Nel Chianti Classico l’annata è eccellente. A Monsanto raccolgono uve con un grado zuccherino piuttosto elevato. Al naso l’85 del Poggio lascia avvertire ricordi di mobile chiuso, cera, vernice. In bocca, ricordi di brandy con qualche nota alcolica e principio di ossidazione.

1988. Un’altra annata eccellente per il Chianti Classico. Monsanto sottolinea un settembre con importanti escursioni termiche tra giorno e notte.
Al naso, sentori selvaggi tipici del Sangiovese, china, genziana, sottobosco, arancia e buccia di pesca. In bocca, ritorno di incenso, tannini ancora serrati ma precisi, struttura bilanciata da un’ottima freschezza.
 1/2

1995. L’annata, eccellente per il Consorzio, a Monsanto è considerata molto classica. Si comincia ad utilizzare barrique nuove per il 40%.
Al naso, frutta secca e buccia di pesca. In bocca, lieve e ricamato, non irrompe ma accarezza il palato con suadenza. Protipo del Sangiovese che punta sull’eleganza piuttosto che sulla potenza.

1999. Ancora eccellenza per il Consorzio e a Monsanto prima assoluta da “vino naturale” con la macerazione di un mese in assenza di solforosa e inizia l’utilizzo di barrique 100%.
Al naso frutti neri, genziana, resina, macchia mediterranea. In bocca coniuga perfettamente potenza ed eleganza, con tannino levigato e materia esplosiva. Finale balsamico e fruttato. Grandissima freschezza.
 e lode

2001. Inverno molto mite, ma gelata ad aprile che riduce di molto la resa.
Al naso, lampone, frutti neri, cera, erbe aromatiche. Tannino ancora giovane e leggermente alcolico, finale speziato e fruttato.

2008. Chianti Classico Riserva “50° Anniversario” dal vigneto Il Poggio. Sono state utilizzate solo le uve della particella ovest del vigneto. Sono stati utilizzati solo tonneau (500 litri).
Al naso un grande campo di fiori, mineralità. In bocca, il vino appare ancora in una fase di squilibrio dovuta alla gioventù. Rimaniamo in attesa di un riassaggio dopo un periodo di assestamento in cantina.



12 commenti su “Guarda il bello del Sangiovese in 50 anni di Castello di Monsanto

  1. Cosa vi ha trattenuto dal dare mezzo punto in più alla 1988 che secondo me resta una grande annata di Monsanto? Se non ricordo male anche il 1977 non dovrebbe essere male!

    • L’idea di semplificare la lettura finale con gli scatti crea differenze più marcate. In scala centesimale, 3 scatti identificano un vino eccellente (tra 85 e 90) e 4 scatti uno straordinario da 91 a 100. Il 1/2 voto in realtà alzerebbe la soglia dei 4 Scatti ma vuole più che altro indicare questa quasi eccellenza. Nel concreto, minore struttura.
      Per il ’77 vediamo se c’è qualche altro parere positivo come il tuo :-)

      • Purtroppo il Poggio 1977 non era presente nella degustazione di Sabato. Io ho avuto la fortuna di assaggiarlo recentemente.
        Il Poggio 1977 è veramente un grande vino, elegante e complesso, ancora fresco ed integro, con sentori che vanno dalla china alla genziana, sottobosco e frutta secca, tabacco e spezie. 4 scatti e lode

  2. Bel pezzo e bella occasione perduta… Saluto con entusiasmo e e entusiasmo neofita vincè nel ruolo di degustatore… In un anno di strada ne ha fatta ;)
    Solo una notazione, una fetta cospicua della squadra fondativa di SdV è presa in Abruzzo nelle degustazioni della guida 2013! ;)
    Ciao A

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