Provinciali e dilettanti nel mondo del vino? Il punto di vista di Daniele Cernilli

A leggere buona parte della comunicazione sul vino che si fa in Italia c’è da farsi cadere le braccia. Mentre il mondo discute sui nuovi mercati (ad Hong Kong la Francia batte l’Italia per 36 a 3 rispetto alle quote di mercato, che manco a rugby ci riescono), noi continuiamo a scrivere di vini folkloristici, ci accapigliamo su questioni risibili, non riusciamo a metterci d’accordo neanche sulla revoca delle Doc inutili. Pensate solo che meno di 100 denominazioni “coprono” il 90% della produzione a Doc, e che le altre 250 arrivano sì e no al 10%. Non voglio dire che siano tutte inutili, ma di un centinaio potremmo farne a meno? Magari conglobandole in denominazioni più vaste? Forse sì, o almeno, il buon senso direbbe così. Però nessuno che si sbracci più di tanto. I diritti acquisiti non si toccano, ed il Paese dei Campanili (o dei campanelli?) non si smentisce. E la stampa, i blog, i “duri e puri”? Neanche un plissé, come il Palo della Banda dell’Ortica, che però almeno faceva “el so mesté”. Meglio dividersi sui Barolo tradizionali e su quelli innovativi. Meglio dare addosso a questo o a quell’enologo, facendo il tifo per qualche suo concorrente diretto, perché sfido chiunque a distinguere i “protocolli” di produzione di questo o di quel consulente. Meglio prendersela con il possibile nuovo disciplinare del Rosso di Montalcino, un vino che esiste dal 1980, che prima si chiamava Rosso dai Vigneti di Brunello, e prima ancora Vermiglio, e che prima di quella data non era mai stato prodotto con Sangiovese al 100%. Invece ora diventa l’ultimo baluardo per la difesa di una “Tradizione” non millenaria, ma appena trentennale, sorta per cercare di dare dignità, evalore commerciale, agli scarti del Brunello. “In Borgogna i grandi vini si fanno con il Pinot Nero al 100%” tuonano gli inventori della “Tradizione”. E non è vero neanche questo, visto che nei disciplinari dei Grand Cru della Cote de Nuits, Chambertin, Romanée Conti e via dicendo, è scritto che il Pinot Nero è “le cepage dominant”, senza percentuali, ma che sono ammessi Chardonnay, Aligoté, Pinot Blanc, Pinot Gris e Gamay, fino al 15%, se “tradizionalmente” presenti nei vigneti. Una tradizione di alcuni secoli, seria, documentata, e non inventata come quella sbandierata da alcuni provinciali dilettanti, che evidentemente pensano che Karl Kraus sia il difensore centrale del Borussia Dortmund.

Doctor Wine

105 Commenti

  1. Caro Daniele, io penso che il nostro grande problema siamo noi stessi. Noi siamo indietro, perchè siamo commercialmente fragili. L’Italia è un paese di compratori più che di venditori. Condivido il tuo punto di vista circa l’inutilità di buona parte degli argomenti su cui ci si sofferma. Siamo sempre più orienatati a confrontarci su temi che da marginali diventano centrali o, più spesso ancora vitali, senza imparare nulla dalle discussioni e, cosa ancora più terribile, senza arrivare a nulla.
    Qui, oggi, tocca cambiare lo stile, il metodo, i tempi. Non dico che si debba fare tutto in 3D ma neanche rimanere ancorati al cinema muto. Siamo lunghi, prolissi, arcaici facciamo fatica a penetrare i mercati perche facciamo fatica a raccontarci o meglio spesso il racconto risulta faticoso. Non arriviamo mai al punto. Soffriamo di una compulsiva sindrome da onanismo colettivo che non riusciamo ad arginare. I francesi ci mangiano in testa, gli inglesi neanche a dirlo,gli americani sanno il fatto loro . La domanda è perchè non riusciamo a trovare la forza di fare la differenza. Basta con il catenaccio abbiamo bisogno di pressare l’avverssario nella sua metà campo. Un po’ quello che è mancato alla Roma di quest’anno. No?!!??? Un abbraccio

  2. …teo : ho capito pochissimo non tanto nella prosa , quanto nelle conclusioni o , meglio , nelle proposizioni per cambiare le cose . Insomma , un “piove , governo ladro” ormai un pò troppo diffuso senza avere una proposta concreta . Come se il retaggio di cantanti , suonatori e navigatnti fosse una eredità inalienabile da cui non ci affrancheremo mai …

  3. ha risposto a vinogodi: Sai qual è uno dei problemi del nostro provincialismo? Che invece di provare a dire o fare una cosa giusta, perdiamo tempo a trovare qualcosa di sbagliato in ciò che dicono o fanno gli altri. Affrancarsi da questa costumanza tipicamente italiana sarebbe già, in qualche modo, una buona intenzione…Esplicativo in questo senso fu il comportamento di quel produttore di vino che innescò la polemica ( lo scandalo) del Brunello di Montalcino. Anzichè cercare di fare vino buono, cosa che non gli riusciva ormai da tempo, si preoccupava di raccontare quanto fosse sporco, brutto e cattivo quello degli altri. Peccato!

  4. Mi sa, caro Daniele, che anche il vino è specchio fedele della nostra marginalità. Non lo siamo sempre stati, ma ora, e penso per una lunga fase, siamo ai margini, non alla perferia che è luogo vivo, di quello che si fa e si pensa nel mondo. Un abbraccio

  5. ha risposto a vinogodi: Si si la vecchia pippa dl giovane comunista che non fa altro che distruggere e non costruisce mai. Be io, e lo dico francamente, ne ho le scatole piene. Caro Vinigodi, credo che tu sia abbastanza erudito da poter leggere tra le righe. Bene allora fallo questo benedetto sforzo. Leggi e metti da parte il difetto che ti caratterizza, almeno da quando intervieni su scatti che è la preveggenza. Io ho espresso il mio punto di vista che ti sintettizzo. Siamo indietro perchè non ci sappiamo fare. Non siappiamo venderci perchè non abbiamo idea di cosa sia lo stile nella vendità. Non ci sono i professionisti, manca la formazione mancano le figure, manca la struttura sostanziale. E’ un mondo di improvvisati, il mio, non suo tu a che mondo appartenga.

  6. ha risposto a jovica todorovic (teo): …il discorso lo sposterei al mondo della comunicazione . In Italia ci sono vini eccezionali , ma ancora troppo relegata ad una nicchia senza grancassa : ho vissuto in prima persona il cambiamento epocale che ha portato enodignità al movimento , che è coinciso con la poesia di Veronelli e il solido pragmatismo del suo erede naturale , Cernilli , e del dirompente effetto mediatico che sotto la sua capace professionalità e capacità comunicativa con il Gambero Rosso è riuscito a traghettare . Oggi penso ci siamo fermati e c’è bisogno di nuovo impulso . Forse questa novità viene proprio “dal basso” , da una nuova schiera di appassionati che trasmettono l’emozione del berealto , senza bisogno di etichette di alcun tipo . Io penso che la crisi comunicativa nasca proprio da un giornalismo specializzato o da una comunicazione di canali ufficiali ormai poco autoportante , un pò per mancanze di risorse , un pò per mancanza di idee . Conosco troppi giornalisti o “comunicatori” dediti all’accattonaggio mediatico senza trasmettere quell’emozione necessaria a fare proselitismo del buono …

  7. Come dice giustamente Cernilli (e ci mancherebbe altro , non ha bisogno della mia approvazione) :

    il Pinot Nero è “le cepage dominant”, senza percentuali, ma che sono ammessi Chardonnay, Aligoté, Pinot Blanc, Pinot Gris e Gamay, fino al 15%, se “tradizionalmente” presenti nei vigneti

    La domanda nasce spontanea : perchè non vedo tra i vitigni ammessi , chessò , Sangiovese e Nebbiolo ? Vedo tutte varietà che nella Borgogna hanno ragion d’essere e che sono appunto tradizionali o “tradizionalmente presenti nei vigneti”. Non è sicuramente da ieri che Merlot e Cabernet si coltivano a Montalcino e dintorni (Sant’Antimo DOC docet … a proposito di DOC , a mio modo di vedere, tendenzialmente trascurabili) ma possiamo dire che sarebbe ben diverso ammettere altre uve “tradizionali” piuttosto che ,appunto , Merlot e Cabernet ?
    Non mi reputo un fissato della purezza o della tradizione dell’ultima ora … ma se a Montalcino c’è proprio la necessità di “toccare” un disciplinare, preferisco sia quello del Rosso piuttosto che quello del Brunello, che ha un legame indissolubile con l’uva con cui è prodotto sin dal nome …

  8. Siamo proprio uno strano popolo noi italiani, capace di grandi aneliti, ma anche di bassezze infime… Lo sport nazionale è martellare gli zibidei e mettersi sulla strada con le mani dietro le spalle a controllare quei signori che riparano le tubature così male… Ha ragione Daniele, troppi dilettanti e improvvisati, troppi difensori della razza pura, troppe maestrine dalla penna rossa. La sola soluzione è l’obliquità, l’essere trasversali, il ricordersi che il vino è un contratto che si perfeziona solo nel bicchiere, passando per lingua, palato, esofago ed intestino. riappropriassi di Dioniso e lasciar un po’ perdere Apollo 😉
    E soprattutto ricordare che ” Il vino, specialmente in Italia, è la poesia della terra” (Mario Soldati) e non fisica quantistica… 😀

  9. ha risposto a vinogodi: Ma noi, insieme, ci stiamo timidamente provando, anche insieme a Scatti di Vino Ceredo che fra qualche mese questi discorsi potrebbero avere un “passo” diverso.

  10. ha risposto a vinogodi: Scusi ma sulla schiera di appassionati che parte dal basso temo di non capire. Stiamo parlando di chi? Di una confraternita di grafomani che sparpaglia esegesi sul Forum del Gambero Rosso o su tutti gli altri magazine on line e interviene con ardore alle convention dei vini naturali e del biodinamico? Stiamo parlando di quella pletora di onanisti che per ore dibatte sulle macerazioni e beve vini ossidati considerandoli identità di territorio? Stiamo parlando di coloro che sono partiti cercando il rapporto qualità- prezzo per poi approdare al vino autoctono e da lì al naturale e via dicendo? Parliamo dei nemici della barrique? Di quelli che il legno è belzebù?Sarebbe questo il nuovo che avanza? Dovrei affidarmi a questi opinionisti piuttosto che alla stampa specializzata? Immagino che lei nella sua affermazione, alluda a se stesso. Lo scriva, suvvia! Si esponga! Scriva che prima c’erano i giornalisti e ora c’è lei, con la sua squadra di appassionati degustatori che vorrebbero tanto tramandare la cultura del buono…Il “proselitismo del buono” come lo chiama lei. Non ho il piacere di conoscere personalmente Cernilli ma ho la vaga impressione che una parte del suo messaggio in questo post sia indirizzato proprio a quelli come lei. Senza offesa, mi auguro, non è mia intenzione.

  11. ha risposto a Cristiana Lauro: Sacrosanta verità! Lo spieghi Lauro, lo faccia scrivere a Black Mamba. Non è poesia, è racconto, narrazione. E’ Marketing puro. Non è detto che l’artigianato non si debba affidare al marketing. Quindi lo fa!

  12. ha risposto a B.Soares: La narrazione è poesia, anche quella della politica, figuriamoci del vino. Vedete tutto e niente è marketing, il racconto di un vestito di caraceni o di una pattada di fogarizzu è marketing, il racconto o meglio il “proselitismo dell’eccellenza” cosa altro sono se non una forma di marketing? Continuiamo a muoverci male confondendo categorie e valori… Facendo inutili lavagne di buoni e cattivi. Guai a parlare di marketing si diventa subito cattivi! 😀

  13. Solo una cosa, perchè la conosco. Non vi sognate, è una minaccia seria, di confondere, legare, sovraporre, mischiare, impastare, allacciare, abbracciare, fondere, mescolare, risuonare, riconfondere, racconto e marketing. Per favore. Tutto, ma il blasfemo, no.

  14. ha risposto a umberto: Anche tu fai l’errore di confondere categorie e morale. Il racconto è marketing! Anzi insisto l’occidente è marketing, non è una valutazione morale ma sostanziale… Obama cosa è del resto? E con Obama inizia il nuovo millennio…

  15. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Bocchetti, la prego, chiariamoci sul concetto di narrazione, e poesia. La narrazione è prosa, benchè condotta con la massima cura, non sottostà alle regole della metrica, quindi della poesia. La narrazione è poesia, anche quella della politica? Non per me. Lo trovo un eccesso di flessibilità. Si flette, si piega e poi si spezza. questo è il rischio della flessibilità quando gratuita. Lei è libero di scorgere lirica sublime nel racconto di un vino e della sua storia, delle emozioni che evoca quel sorso di vino, io che sono più diretto e concreto le dico che forse c’è più lirica nel gocciolìo di una grondaia. Infatti, l’unica vera grande poesia sul vino l’ha scritta un gigante, un vero poeta, uno che non si misurava coi blog e si chiamava Omar Khayyaàm, era musulmano, come lo era Hafez, un altro grande, che è riuscito a trasformare il tema del vino in musica, a renderlo immortale…Questa è poesia, tutto il resto è narrazione, bella, interessante e ammaliante quanto basta per appassionare gli animi di noi tutti che partecipiamo a questo diletto, ma questa narrazione diventa marketing e senza mezzi termini, distante anni luce dalla lirica. Ecco perchè a mio avviso chi parla di vino non dovrebbe prendersi così sul serio… A meno che non lasci in eredità qualche quartina come quelle di Khayyam! Signor Bocchetti, il proselitismo dell’eccellenza mi fa imbestialire. L’eccellenza, la qualità diffusa… Questo sì che attiene alla politica, di destra e di sinistra, è marketing della politica. Ma non mi venga a dire che è poesia, lirica. Questo no, la prego, si ravveda o mi spieghi che ho capito male, ne sarei felice. Cordialmente Bernardo Soares

  16. ha risposto a vinogodi: La prego Vinogodi, argomenti. Ho molta voglia di capire. Quel “meglio così” invece è la quintessenza del suo snobismo. Lei sì che è veramente snob!

  17. ha risposto a vinogodi: Aggiungo che preferisco lo snobismo di chi è ricco a quello intellettuale. Perchè la ricchezza si misura, il grado intellettuale no. Almeno, non con le chiacchiere sui blog!

  18. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Allora se a parlare di marketing si diventa subito cattivi, mi allaccio volentieri al discorso e sai perchè si diventa cattivi? Perchè siamo circondati da sedicenti intellettuali snob. Io parlo di marketing e lo associo volentieri alla narrazione del vino. Sono d’accordo con Soares.

  19. ha risposto a B.Soares: Non se ne approfitti perché mi sta simpatico… Dovrebbe essere ferrato in ambivalenza e doppiezza visto il suo nome 😉 bene bisogna leggere tra le righe , come in una poesia di Pessoa che dovrebbe ben conoscere e capire i linguaggi… Quando soldati diceva che il vino è la poesia della terra, intendeva una narrazione che nell’italia del dopoguerra era lirica e in quella odierna diventa marketing (appunto!)
    Ps mi saluti il suo eteronimo 😀

  20. ha risposto a B.Soares:
    Io non so in che cosa sono compreso, e poco mi interessa. Per i resto, rimane l’incobiliabilità, non morale, ma semantica tra narrazione e marketing. Ma lo sanno anche i bimbi. La narrazione non ha alcun fine che se stessa, Il suo fine coincide completamente con i confini dell’opera. (che poi ci siano narratori che narrano con il fine di vendere, mi permetterà di non usare tale eccentrcicità deteriore con la norma) il marketing è un insieme di operazioni tra cui anche un uso di tecniche narrative, finalizzate alla comunicazione e al convincimento della qualità di un oggetto. Quindi il suo fine sta fuori di sè, è operazione funzionale.
    Come vede, la differenza non è morale come dice Alessandro, ma puramente semantica. Per quanto riguarda la differenza tra poesia e narrazione le ricordo che da Parise in poi ci sono forme spurie di narrazioni poetiche, o poetiche narrate e il Il vino narrato, si presta molto bene a queste forme spurie. (che, ripeto, non c’entrano nulla con il marketing)
    Leggerei volentieri un bel libro di pros posia sul bere vino, vedrà che prima o poi qualcuno ci penserà, e sarà bello e non sarà marketing.

  21. ha risposto a umberto:
    E’ ovvio, ma non potrebbe esserlo, che distinguere due concetti non identifica una diversità morale nè qualitativa. Come si sa il marketing, in Italia, è stato fondato dall’incrocio meraviglioso di arte e industria, durante gli anni sessanta. Per prevenire equivoci.

  22. dall’aria fritta alla contemplazione ombelicale, braccia strappate all’agricoltura!
    ma vi pagano per sfoggiare banalità e massimi sistemi in 4 righe?
    oppure pensate che da qui possa partire il nuovo corso che salverà il mondo?

  23. ha risposto a umberto: Vedi Umberto, non calcoli che nella modernità persone come steve jobs, zuckerberg… Ma anche franzen o gagosian, per non parlare di Obama hanno cambiato le regole del gioco e rotto gli steccati!

  24. La narrazione è un passaggio. E’ una specie di vettore. E’ noto il punto di partenza, è nota la direzione, l’intensità è una variabile che dipende dalla qualità del narratore, è anche noto anche il destinatario, per intenderci il punto di arrivo. Ciò che distingue la fisica dalla narrazione è il concetto di fine, fondamentale per la narrazione innesistente per la fisica.

    C’è narrazione senza il fine della stessa?

  25. ha risposto a jovica todorovic (teo):
    e quale è il fine della narrazione se non consolare gli uomini dall’insensatezza del vivere?
    E cosa c’entra con questo una perfetta narrazione funzionale a convincere la qualità di un manufatto?
    Nulla.
    Anche se eccellenti narratiri e artisti si sono cimentati su entrambi i fronti.

  26. ha risposto a umberto:
    Per essere ancora più chuari. Se Gravner chiedesse ad Erri de Luca di scrivere, pagato, un picolo libro, che so,sulle pietre da regalare a un numero di clienti affezionati, il libro potrebbe essere bellissimo, ma sempre marketing, di lusso, sarebbe.

  27. il pezzo di Daniele è chiaro e molto diretto al punto, molti commenti sviluppano proprio quello che Daniele esecra nel suo pezzo, buffo no?
    siamo sotto questo cielo e sembra che ci stiamo bene, lamenti di maniera compresi

    io penso sia il caso di cambiare aria e di smetterla di distinguerci per l’acutezza di un osservazione o l’originalità di un paragone: basta interpretazioni, torniamo ai fatti!

  28. ha risposto a paolo trimani: ha risposto a Alessandro Bocchetti: Molto acuto Bocchetti, vedo che parliamo la stessa lingua allora…Mi sono divertito a pungolarla e lei ha risposto a tono. Ho cercato acume, perspicacia e spirito sagace e le ho trovate, laddove erano chiari, a dire il vero, significato e significante. Mi andava di giocare e con lei non ho sbagliato. Questo palleggio mi ha divertito e la ringrazio. Attenderò qualcun altro che si è ritirato senza darmi una spiegazione convincente su ciò che non capivo. Peccato, forse ha temuto il confronto, chissà! Arrivederci Bocchetti, perchè se lei sta al gioco io ritornerò. Anche se mi occupo di tutt’ altro nella vita, il vino mi piace eccome!…E avverta la Lauro che sto tenendo d’occhio anche lei, se ancora non l’ha capito. Siete compagni di merende, no?

  29. ha risposto a umberto: Commissionatelo a Black Mamba, mi pare che le piaccia l’argomento. Ma potrà solo raccontare, il verso è altra cosa.Mi perdoni Umberto, forse sono stato poco chiaro perchè in realtà è la prima volta che mi capita di scrivere su un blog. Pensi che sono arrivato per caso con una ricerca su google, quando ho visto che si parlava di vino mi sono lasciato rapire. Volevo chiarire, in un gioco con Bocchetti che mi sembra persona molto intelligente e spiritosa a quanto leggo (forse anche divertito da questo gioco) la differenza fra poesia e narrazione ma solo perchè sono malato di poesia e lirica e trovo che qualsiasi forzatura nella traslazione del termine “poesia” sia da ripudiare con sdegno. Ma è un’ iperbole la mia, cerchi di comprenderne il significato più profondo. Attiene al cuore, non alla ragione. Io credo di aver capito chi è lei Umberto, da molti suoi vecchi commenti che ho letto qui nel pomeriggio. Arrivederci, spero.

  30. ha risposto a paolo trimani:
    Ma caro Paolo, questo non è un blog professionale, ha sedimentato una abitudine alle conversazioni traversali, acute, stupide, sicuramente inutili. Quando non riuscite, capziose. Ma ti prego, è ineluttabile che in questo luogo si divaghi tra questioni srutturali e quuestino per nulla strutturali. Il vino, per sua natura, è alimento e discorso, quindi facciamo pace con la commisstione tra parola utile e inutile discorrere

  31. ha risposto a B.Soares: cito:”Attenderò qualcun altro che si è ritirato senza darmi una spiegazione convincente su ciò che non capivo. Peccato, forse ha temuto il confronto, chissà! ”
    Rispondo: “un pò per mestiere , un pò per obbligo , sono costretto ad avere a che fare quotidianamente con saltimbanchi della verbosità , quindi preferisco parlare concretamente di argomenti che mi aggradano nei pochi minuti di tempo da perdere , senza panegirici lessicali di cui la vedo fin troppo ferrato . Temere il confronto? Probabilmente si sopravvaluta ed è abituato a ragliare senza conoscere gli interlocutori che proprio personalmente e lontano dai blog potrebbero riservarLe parecchie sorprese … rimanga pure della sua idea , mi tange di striscio.
    PS: e chiudo , perchè preferisco parlare di vino… sa , ha presente quella passione un pò strana che l’ha fatta googolare e passare da queste parti ? …

  32. ha risposto a B.Soares: Più che compagni di merende io e la CRI siamo compagni di vita e di bevute… Le cose spesso coincidono per noi 😉
    Ps non mi faccia irritare i lettori, please 😀

  33. Per quanto riguarda l’ammirazione verso i cugini di oltralpe mi associo, (peraltro a rugby l’ultima volta abbiamo vinto noi). Noi siamo provinciali e litigiosi, pero’ non siamo proprio da buttare. Se il vino Italiano e’ il piu’ venduto in America e tra i piu’ venduti al mondo un motivo ci sara’. Si puo’ fare di meglio?Sicuramente, soprattutto a livello sistema. Per quanto riguarda il discorso Rosso di Montalcino, sono ovviamente in totale disaccordo. Qui non si parla di allargare il disciplinare a un po’ di Canaiolo e Colorino, bensi di ammettere 15 % di ben altri vitigni, che snaturano le caratteristiche del Sangiovese e lo banalizzano. Non ne faccio neanche un discorso di tradizione ma di tipicita’. Visto che fa’ l’esempio dei grandi Borgogna perche’ non propone a mme Leroy di aggiungere un saldo del 15% di Merlot anche al piu’ sfortunato dei suoi village e sentiamo cosa le dice

  34. ha risposto a vinogodi: La mia auto? Che c’entra con Cernilli e il suo post? Tamarra? Non mi pare ma i gusti sono gusti. In genere io non sono percepita come tamarra nè come una dai gusti tamarri. Tutt’altro! In genere…poi ogni regola ha le sue eccezioni, io trovo elegante la mia macchina e sono elegante anch’io. Soprattutto a bordo della mia auto quando viaggio con Paolo Trimani! Ah!ah!

  35. ha risposto a Riccardo Campinoti: Il che significa che la bella degustazione dei Chianti Classico del Castello di Ama, che ha raccontato Bocchetti, era un assaggio di vini banali e del tutto snaturati. Così come la Vigna del Sorbo di Fontodi, il Chianti Classico di Querciabella, per non parlare di quell’orribile Tignanello, costretto per anni ad essere un Vino da Tavola (fino al 1992) al pari del Tavernello, per avere, horribile dictu, del cabernet sauvignon in blend con il Sangiovese. E se si giudicassero i vini sulla base dell’essere o meno buoni, invece di fare quest’ideologia d’accatto, basata su stupidaggini e falsi storici da principianti ignoranti e presuntuosi?

  36. ha risposto a cernilli: Mi scusi Cernilli, ma invece di insultare a destra e a manca persone che nemmeno conosce, vorrebbe sforzarsi di leggere e comprendere ciò che Riccardo voleva dire?

    Lui parla della denominazione Rosso di Montalcino, che verrebbe snaturata se fosse permesso un saldo con uve alloctone, come Merlot e Cabernet.
    Non sta dicendo che i vari Tignanello siano vini snaturati.

    Ma mi rendo conto che qualunque parere vada minimamente contro il suo sia da reputarsi “principiante” e “ignorante”.

    Mi rendo conto.

    Invece in merito al suo brillante, proprio non so come definirlo, intervento mi permetta di dirle che i problemi a cui lei accenna (barolo modernisti, enologi d’accatto, cambi assurdi di disciplinare) e numero esorbitante di DOC non sono separati, ma sono secondo me strettamente correlati. Sono il simbolo della mancanza di cultura vinicola che affligge ancora il nostro paese, e che andranno risolti tutti insieme quando si comincerà a fare VERA cultura del vino.

    In questo senso, certa stampa dovrebbe riflettere un attimo sulle proprie responsabilità in merito a certa barbara cultura tramandata per carta e blog.

  37. ha risposto a cernilli:
    Nel complimentarmi per la pacatezza della sua risposta mi preme farle notare che la sua lista di grandi vini a base Sangiovese-Merlot – Cabernet mi sembra abbastanza corta. Si sforzi su’ magari ne vengono in mente anche altri, o forse no.
    Comunque io parlavo di un’altra cosa, ovvero che il Rosso di Montalcino 100% sarebbe snaturato se diventasse 85%-15% Merlot, mi sembra un concetto abbastanza semplice, non vedo cosa c’entri la grandezza del Tignanello con questo.
    Per il resto le faccio notare che buona parte dei produttori sono contrari al cambio di disciplinare del Rosso cosi’ come importanti firme della stampa di settore. Sicuramente sono tutti principianti presuntuosi

  38. ha risposto a lettore critico: Infatti, mi riferivo all’entrata in vigore della legge 164/92, che istituiva le Igt, e non all’annata del Tignanello. Prima di fare il lettore critico s’informi bene.

  39. ha risposto a Riccardo Campinoti: La maggior parte dei produttori non sembrerebbe contraria a fare dei Rosso di Montalcino che equivalgano come valore organolettico a vini quali il Castello di Ama, La Casuccia, la Vigna del Sorbo, il Tignanello, il Chuianti Classico Querciabella, che hanno tutti un saldo del 15% di Merlot o di Cabernet e che sono vini migliori di qualunque Rosso di Montalcino mai prodotto dal 1980 ai giorni nostri. Lei fa un discorso ideologico, a mio parere. Non solo. Franco Biondi Santi è d’accordo con un’ipotesi del genere, l’ha proposta pubblicamente un paio di anni fa e me ne ha parlato l’anno scorso a casa sua. Ma evidentemente anche lui è uno che vorrebbe snaturare quella meraviglia di vino che è il Rosso di Montalcino, vero esempio di una tradizione inventata trent’anni fa.

  40. ha risposto a Francesco Amodeo: Lei difende il suo compare Riccardo, vedo. Ad argomentazioni precise oppone il vuoto pneumatico o affermazioni di principio che non sono sostenute dai fatti. Il Carmignano, vino citato fra i quattro rossi toscani importanti, al pari di Chianti, Pomino e Valdarno di Sopra dall’editto di Cosimo III del 1716, era fin da allora prodotto anche con il Cabernet accanto al Sangiovese, come potrebbe facilmente raccontare Ugo Contini Bonaccossi proprietario di Villa di Capezzana. Il Conte Salviati di Migliarino, nel Pisano, coltivava Merlot e Cabernet Sauvignon già nel XVII Secolo. Lo hanno detto e scritto persone come Giacomo Tachis ed Attilio Scienza, non serve che lo ripeta io. Serve però che questi fatti divengano di dominio pubblico e che la loro conoscenza sia alla base delle discussioni che riguardano la Tradizione vitivinicola italiana, quella vera, non quella che inventa lei.

  41. ha risposto a cernilli: Signor Cernilli, questa è la sua posizione che rispetto ma non condivido. Le argomentazioni di natura puramente manageriale e di strategia di marketing per scegliere di mantenere il corrente disciplinare ci sarebbero pure ma non credo che questo sia il luogo adatto ad una discussione del genere.

    Mi premeva solo ricordarle che si può discutere più civilmente senza ricorrere all’insulto sopratutto quando si parla con persone che, evidentemente da come lo ha trattato, non si conoscono. Per sua informazione non conosco di persona Riccardo Campinoti, ma essendo appassionato di vino so che è un produttore di Brunello di Montalcino (Le Ragnaie).

    Saluti,

  42. ha risposto a cernilli: Che brutti toni dott. Cernilli! Io non posso entrare nel merito perchè sono un semplice bevitore ma di scarsa cultura enologica e in fondo non ho nemmeno mai assaggiato così tanti vini nella mia vita. Però mi sto pian piano appassionando a questo blog e mi ha colpito il fatto che anche a uno come me che si occupa di altro, si dia retta e con risposte personalizzate, che argomentano, soddisfacenti a mio avviso. Insomma, le sue sentenze, tutt’altro che urbane, sono lesive e, alzando i toni, la discussione non può far altro che scemare o peggio ancora improperare per poi ugualmente decrescere e finire così, senza aver prodotto alcun risultato utile apprezzabile. Quindi mi chiedo onestamente perchè mai uno dovrebbe continuare a intervenire se trattato in questo modo. E se non gradite gli interventi perchè non sapete gestirli in modo civile, cosa tenete aperto a fare questo spazio per i commenti? In altri post ho letto toni in levare ma poi si sono chiariti con una battuta, una semplice facezia. Qualsiasi cosa purchè ristabilisca una volta per tutte ciò che spero vi sia chiaro: state parlando di vino, non dell’annoso problema della fame nel mondo. E se non siete d’accordo fra di voi che male c’è? Significa per forza che uno di voi è colto e intelligente e tutti gli altri stolti e incapaci? Perdoni Cernilli, l’aggressività è veramente urticante, fa prurito e puzza di vecchio. Intendo di vecchio sistema, non che lei sia vecchio, è molto più giovane di me a quanto vedo…Buonasera!

  43. ha risposto a B.Soares: Quello che non capisco, al di la di toni urticanti, è questa difesa ad oltranza della razza pura. Mi suona di Mengele e Speer… Davvero pensate che difendere con una norma di legge la purezza esclusiva del sangiovese sia una buona idea? Tra l’altro quanti rosso di montalcino contaminati ci sono già in giro? Perché avere paura della libertà? Se uno ritiene che nel suo vino una quota minoritaria di merlot (o altro) serva, perché non farlo? Poi il mercato deciderà se la scelta è giusta o sbagliata…
    Cmq abbassate i toni che questo urlare ca pollaio!

  44. ha risposto a B.Soares: Che intervento inutile, da maestrina della penna rossa che alza il ditino e bacchetta. I miei sono i toni decisi di chi difende a ragion veduta delle posizioni precise, con argomenti, citando fonti storiche, che dovrebbero essere contestate con argomenti altrettanto documentati e documentabili. Puzza di vecchio tutto questo? Può anche darsi, peccato che il sapere umano si basi su queste cose vecchie e fuori moda.

  45. ha risposto a Francesco Amodeo: Mi consenta di preferire la posizione di Franco Biondi Santi a quella di un Campinotti che fa vino da qualche anno e che non mi ricordo di avere visto il 6 gennaio del 1985 quando si festeggiò al Teatro degli Astrusi a Montalcino la nascita della Docg Brunello e della Doc Rosso di Montalcino, che fino ad allora si era chiamato Rosso dai Vigneti di Brunello ed al quale era consentita l’aggiunta di un 10% di vitigni a bacca rossa diversi dal Sangiovese, cosa che andava avanti da sempre, ovviamente.Come era tradizione usare piccole percentuali di Colorino e di Canaiolo per il Brunello e di Barbera per Barolo e Barbaresco, una cosa che Gaja disse chiaramente alcuni anni fa, al pari di quel grade taroccatore (battuta ironica) di Elio Altare, entrambi duramente contestati da una serie di viticoltori con alla testa il “tradizionalista” (battuta ironica anch’essa) Giorgio Rivetti. E non dico altro.

  46. ha risposto a Carlo Giovagnoli: Quoto completamente quanto dice, dicendole sommessamente però che le discussioni anche con toni duri non sono solo uno stranazzare d’oche quando ci sono degli argomenti sensibili in ballo, come appare chiaramente qui. Per la pecisione io ho preso l’identica posizione di Franco Biondi Santi, di Giacomo Tachis e di Attilio Scienza e non ho semplicemente difeso un punto di vista personale. Sarebbe bene fare i conti anche con le ragioni di queste persone che non sono proprio dei dilettanti nel settore vitivinicolo. Credo fortemente che la competenza e la conoscenza siano valori da difendere con forza, anche a rischio di fare il pollaio.

  47. ha risposto a cernilli: guardi cernilli, io personalmente sono assolutamente d’accordo con lei. Non a caso ho citato il culto della razza pura. quindi non mi pare di evitare gli scontri… Trovo solo (sommessamente) che ci siano modi e modi e caricare subito di petto non sia la maniera migliore per difendere le proprie giuste posizioni…
    Che poi lei abbia molte ragioni in quello che dice e che sia in buona compagnia, questo mi sembra chiaro!

  48. ha risposto a cernilli: No Cernilli, puzza di vecchio si riferiva al tentativo di ristabilire i ruoli insultando e alzando la voce più degli altri. Cioè puzza di vecchia maestrina zitella col rossetto pastoso.Leggo che qualcuno si è piccato e questo ha interrotto una discussione che mi sembrava interessante. Per me lo era.Leggo qui per conoscere meglio un argomento che sfioro nella vita ma mi piacerebbe approfondire e noto che ogni volta che qualcuno è in disaccordo con voi, di lì a poco il dibattito si interrompe. Sarà forse che non sapete condurre, argomentare in modo civile e democratico? Sarà che credete un po’ tutti, chi più e chi meno, di avere la verità in tasca? Sarà che siete un po’ snob? Chi per un verso e chi per un altro? Comprese le foto dei due piccioncini in spider nera fra le vigne? Con tutto che ho senso dell’umorismo, fatico a separare il burlesco dall’esibizione.

  49. ha risposto a Carlo Giovagnoli: Mah, in questi casi la “purezza della razza” per me è fondamentale, Borgogna docet, dove è vero che sono ammessi altri vitigni, ma nessun grande produttore li usa per i vini di alta gamma; poi provate a metterci una piantina di Merlot o Cabernet e vediamo cosa succede. Aggiungo che per me la “ricetta Chianti” per il Rosso di Montalcino (grimaldello per poi estendere la stessa ricetta al Brunello) sa tanto di suicidio commerciale per chi lo farà. Peccato che trascinerà con se la zona vinicola di Montalcino e gli altri produttori. Nel caso passasse vorrebbe dire che tra qualche anno il Rosso di Montalcino oltre ad essere in concorrenza con Chianti, Morellino &C, magari sarà in diretta concorrenza con un bel Sangiovese taglio Merlot australiano da 5 € (magari fatto pure meglio tecnicamente). Poi ci sarà poco da ridere quando si dovranno contare i fallimenti o svendere le bottiglie sottocosto.

  50. ha risposto a Filippo: vedi il punto è quello! “Borgogna docet, dove è vero che sono ammessi altri vitigni, ma nessun grande produttore li usa per i vini di alta gamma” appunto è una scelta del produttore, non un peccato o una porcheria indicibile…
    Noi italiani siamo sempre così, in teoria inderogabili, in pratica un si fa ma non si dice… Credo che ogni produttore possa essere lasciato libero di fare o non fare e che la scelta sia sua… a noi la possibilità di apprezzarla o esecrarla. semplice, no?

  51. ha risposto a cernilli: Signor Cernilli, ma lei non crede che la grandezza del vino, ciò che contraddistingue il vino dalla coca cola, sia anzitutto la infinita diversità di espressioni e territori? Io credo proprio di che sia questo il punto. Tignanello è un buon vino, ma è UNA espressione di vino. Se cominciamo a pensare che esista un unico modello di grande vino, allora addio a tutte le diversità. Cominciamo a non fare più nemmeno Barolo e Amarone, o Taurasi e Carema, mettiamoci a fare solo vini che imitano la ricetta di Tignanello (esempio paradossale). Questa è la stessa concezione per cui negli anni passati si facevano vinoni superconcetrati morbidoni per imitare un PRESUNTO modello unico e universale di grande vino.

    Poi le chiedo, in Borgogna si può tagliare ma con vitigni autoctoni francesi, non con Nebbiolo o Sangiovese. Ci sarà un motivo no?
    E perchè noi invece dobbiamo tagliare con Merlot e Cabernet che non sono nostri autoctoni e, come giustamente f notare Filippo, immettere il Rosso di Montalcino in un segmento enorme di mercato facendolo competere con il bordolese australiano da 5 euro e snaturando completamente la nostra identità?

    Anch’io temo che se passa questa cosa, poi non dovremo stupirci se tra qualche anno ci troveremo bancali di Rosso invenduti o svenduti a un prezzo assurdo, e ci troveremo una denominazione devastata con conseguente scivolata da parte del nostro vino all’interno del grande calderone della mediocrità.

  52. ha risposto a Carlo Giovagnoli: Sono d’accordo, però la differenza sostanziale è che da loro si usano vitigni LOCALI. Ho anche scritto che non mi scandalizzerebbe l’aggiunta di un taglio di vitigni (locali) come permesso ad esempio nella DOCG Gattinara dove infatti nessuno li usa. Il problema è come dici tu di cultura italiana, dove tutti fanno senza dire e contro le regole. Se si tolgono anche queste regole siamo rovinati. Anzi, sono rovinati perchè sono convinto che spunterebbero subito tagli di Merlot con Brunelli ammorbiditi (oh, a me il Merlot NON PIACE, forse si è capito 🙂 ) come sono convinto che Biondi-Santi, Soldera, Molinari, Salvioni & C continuerebbero a fare il Brunello come è adesso.

  53. ha risposto a Filippo: appunto e allora si venderebbe quello di BS… dove sta il problema? non lo capisco. Il Pinot Nero e il Merlot sono autoctoni in francia e non in Italia… Mah! in italia si coltiva dall’800, vallo a dire ad un friulano che non è tipico della sua zona, o ad un altoatesino del Pinot Nero dove è documentata dal 1838, con un atto di acquisto di barbaterre. La storia di Montalcino è assai più recente.
    Non capisco questa necessità di mettere paletti. il bello del vino è che oltre territorio è anche interpretazione, la vigna per sua natura fa legna, l’uva aceto. Non è che all’improvviso per errori fatti in passato dobbiamo cancellare il valore dell’interpretazione. pensate davvero che basti un 10% di merlot per snaturare un sangiovese, è così bassa la considerazione per questo grande vitigno?
    Il produttore fa vino con rispetto del territorio, noi lo beviamo e compriamo se ci convince, se no lasciamo perdere c’est plus facile, no?

  54. ha risposto a Alessandro Bocchetti: premetto che sono sempre stato contro i vini internazionali e penso che la riconoscibilità sia il bene più prezioso del vino italiano… Ma poi penso anche che OBBLIGARE il rosso di montalcino al 100% sangiovese sia una palese bugia e una norma figlia di un periodo in cui i disciplinari si facevano più per fare comunicazione che per rispettarli!

  55. ha risposto a Carlo Giovagnoli: a proposito di leggi e libertà: i disciplinari di produzione nascono su iniziativa e a tutela dei produttori per qualificare le loro produzioni, è quindi un controsenso, una vera assurdità, che poi li violino!
    sono regole che devono essere tradizionali (ove possibile) e condivise e devono essere modificate con l’accordo di tutti ma che non possono essere cambiate con eccessiva frequenza seguendo le acrobatiche evoluzioni del mercato
    sulla Borgogna, i vitigni tradizionali altri dai due grandi sono tollerati (non vengono spiantati ma dubito che vengano impiantati) ma prima di trovarne traccia in etichetta o anche solo in letteratura dovrete cercare a lungo! e se aspettate che qualche vigneron ve ne parli…

  56. ha risposto a lettore critico: Ma infatti guarda che a Montalcino i produttori che vogliono il cambio sono una sparuta minoranza composta principalmente dalle aziende dai grandi numeri. La maggior parte dei produttori non vuole il cambio, perché sa benissimo che a lungo andare esso rappresenta un suicidio commerciale.

  57. ha risposto a Francesco Amodeo: Sono d’accordo con lei, ed è proprio alla diversità che faccio appello per il Rosso di Montalcino che vorrei fosse qualcosa di diverso da un cattivo Brunello.Il Brunello deve restare ciò che è semprer stato, pensi che io sono contrario persino alle botti troppo piccole. Ma il Rosso èstoria diversa. L’invenduto per ora c’è. ed è quello dei Rosso che si fanno come vuole l’attuale disciplinare. E se non si rende appetibile quel vino, allora sarà ben difficile che diventi ciò che è auspicato da tutti, c ioè un vino che possa effettivamente servire per proporre al pubblico un vino più semplice e meno costoso del Brunello, cercando anche di limitare la produzionje di quello. Perché, ma lo dicono in pochi, il vero scandalo a Montalcino è stato quello di portare da 500 a 2000 ettari il parco vigneti, piantando anche in zione poco vocate. Cosa alla quale nessuno si è mai opposto, soprattutto a Montalcino. Mi farebbe sapere dov’erano allora i “puristi”, visto che bastava anche un solo voto contrario per frenare l’inflazione dei vigneti “atti a produrre Brunello”. Tra qualche anno si porrà l’esigenza di trovare sbocco commerciale a vini che deriveranno da vigneti invece “inadatti” a produrre Brunello, ma che per legge invece lo possono fare. O quel vino diverrà Rosso di Montalcino, diversificandolo, oppure trascinerà in una catastrofe tutto il resto del Brunello.Scommettiamo che sarà così?

  58. ha risposto a B.Soares: Guardi, lei dice cose solo per il gusto di spararle grosse. Qualcuno non regge il dibattito? Mi dispiace per lui. Io ho sostenuto le mie opinioni con argomenti seri, non con insulti. Ho tutto l’interesse di non “buttarla in caciara” perché ho tesi documentate da sostenere, non semplicemente “opinioni”. Ci sarà una differenza fra chi argomenta e chi fa solo delle petizioni di principio? E questo saprebbe di vecchio? E il nuovo dove starebbe, nella notte in cui le vacche sono tutte nere? Ma è solo Hegel che cito, è vecchio anche lui, accidenti.

  59. ha risposto a cernilli: ogni volta che si affronta l’argomento Montalcino si scatena un vespaio, non ne capisco il motivo ma non lo reputo un bel segnale
    comunque hai centrato il problema originario della zona che è quello degli ettari vitati anche in zone non vocate e col voto di tutti, puristi e non

    personalmente non ho una posizione chiara come la tua sul futuro del RdM, è un fatto che la zona sia apparsa al mondo con vini di Sangiovese in purezza (o almeno così è scritto e si è detto per anni) e il cambiamento che auspichi avrebbe comunque notevoli costi di transizione

  60. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Questo discorso su cosa sia autoctono e cosa non lo sia lo abbiamo fatto tante volte altrove, anche con Cernilli anni fa. Io sono dell’idea che autoctono è quello che si è adattato BENE ad una certa zona nel corso dei secoli. Se poi si vuole spaccare il capello è ovvio che di autoctono ci sono solo Muscat e Grenache (o quello che era) coltivate nel Caucaso. Però se si vuole “allargare” un po’ la definizione e altrettanto ovvio che considerare autoctoni Pinot noir e Merlot a Montalcino o nelle Langhe mi sembra una forzatura, anche se ci sono da cento anni. Per il discorso che fa Cernilli sull’allargamento della DOCG che è stato fatto, beh penso che quello sia la causa di tutto; proprio perchè alcuni produttori che hanno investito li sono obbligati a correggere un’uva che proprio non ce la fa. Stesso errore è stato fatto in Champagne, zona da cui provengono alcuni dei più grandi capolavori in bottiglia come alcune delle più grandi schifezze.

  61. ha risposto a Filippo: boh Filippo, io penso che tu hai ragione e che autoctono sia quello che si è adatato bene… se vedi c’è già una risposta…
    Ma davvero pensi (tu e altri) che sia materia da normare dettagliatamente… Sono convinto, al di là delle mie passionii, che il produttore possa/debba fare come crede… Piuttosto quello che servirebbe è una classificazione e tutela dei cru come in francia, altro che disciplinare buoni per tutti e allargamenti indebiti!

  62. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Siamo in Italia, il paese dei campanili e una classificazione “Borgogna style” dei cru non credo sia possibile, sarebbe bello però. In Langa a quanto ne so in una recente zonazione di un comune se ne sono inventati un paio nuovi di cru. Credo che la zonazione (senza classificazione, altrimenti si scannano) sia il massimo che si possa ottenere.

  63. ha risposto a Filippo De Grandi: Anch’io non ritengo autoctoni Merlot e Cabernet Sauvignon, però, come dice anche lei, trovo ipocrita scagkliarsi contro la modifica del disciplinare di un vino che non rappresenta affatto la tradizione di Montalcino, come il Rosso di Montalcino, per motivi francamente fittizi, quando non si è alzato un dito per evitare l’allargamento eccessivo dei vigneti atti a produrre Sangiovese per il Brunello. Trovo anzi che il volere continuare a fare del cattivo vino, i Rosso buoni sono davvero pochi e se ne trovano quando non si produce il Brunello, come nel 2002 o nel 2005, sotto l’egida del nome di Montalcino mi pare una furbata indegna e non rispettosa dei consumatorii. Allora tantio vale consentire uvaggi fino al 15% per cercare di rimpolpare dei vini che sono per ora solo gli scarti del Brunello. In Chianti Classico, peraltro, produttori quali Ama, Rampolla, Fontodi, Querciabella e tanti altri hanno percorso con successo questa strada con ottimi risultati, di qualità e di mercato.

  64. ha risposto a cernilli: Lo sanno tutti che la votazione è stata rimandata perché non c’era ampio consenso al cambio del disciplinare, non per altro motivo. Si continua a far passare il fatto che ad essere contro il cambio siano una sparuta minoranza di appassionati/retrogradi/conservatori che ragionano per ideali che non hanno più contatto con la realtà, ma in verità il punto è che se passasse questa riforma, sarebbe un disastro commerciale per tutta la denominazione.

    La possibilità di intradurre vitigni alloctoni a Montalcino c’è già, con la S. Antimo. I risultati commerciali, penosi, parlano da soli (a proposito di DOC inutili). E allora si punta al Rosso di Montalcino (che altro non è se non un bieco tentativo di accedere poi al Brunello, è una sorta di cavallo di Troia). Perchè il problema vero è che quello che fa gola è il nome MONTALCINO. Quello che si vuole fare è avere sul mercato “xxxxx di Montalcino” in cui introdurre quello che si vuole, per abbassare i costi e guadagnare nell’immediato, a discapito della qualità della denominazione, che a lungo andare verrà distrutta.
    L’importanza della parola “Montalcino” è da tutelare a tutti i costi per motivi commerciali, non per altro.

    Perché il Sant’Antimo non va, non funziona, non tira. E allora vogliono il Rosso di Montalcino perché la forza del nome conta eccome. L’obiettivo non è quello di fare vino di qualità, come mi pare lei sostenga, perché per farlo c’è S. Antimo. L’obiettivo è vendere, diminuire i costi, utilizzando le uve di cabernet e merlot già presenti in loco.

    All’estero, e lo sanno tutti, vogliono vino che sappia di Italia. Vogliono vino che sia fortemente caratteristico. Per favorire l’export dovremmo cercare di migliorare la qualità a partire dalla nostra identità, non abbassare la qualità, aumentare la produzione e diminuire i costi. Il mercato non funziona così per i beni di prestigio.

    Detto questo sono d’acccordo con lei nel ritenere l’allargamento incontrollato degli impianti essere stato una cosa parecchio dannosa, ma la strada non dovrebbe essere quella di salvaguardare gli interessi di POCHI contro il bene di MOLTI. Guardiamo al futuro, per il bene di Montalcino e del vino di qualità italiano

  65. ha risposto a Francesco Amodeo: Il preteso successo del Rosso di Montalcino invece quale sarebbe? La produzione si è quasi dimezzata negli ultimi anni, e non mi pare un segno di salute per la denominazione. Mentre mi pare che aziende del Chianti Classico hanno utilizzato un disciplinare più moderno avendone dei vantaggi, come Ama, Rampolla, Fontodi, Querciabella, tanto per citarne qualcuna. Allora il preteso disastro della denominazione quale sarebbe e dove sarebbe se non nelle sue idee preconcette? La realtà dimostra altre cose, se ne faccia una ragione. Poi sa cosa c’è, a me in fondo del futuro del Rosso di Montalcino me ne importa abbastanza poco. Bevo, raramente, quello di Cerbaiona. Il resto lo lascio tutto a lei, che si accalora tanto. Conntinuerò a bere il Castello di Ama, con il suo 20% di Merlot, che è così banale….

  66. ha risposto a Francesco Amodeo:

    Condivido in pieno l’intervento di Francesco. La maggioranza dei produttori di Rosso di Montalcino è contraria al cambio di disciplinare. E questo è quanto. Era tanto utile scaldare i toni prima dell’eventuale votazione quanto inutile adesso a decisioni democraticamente prese.

  67. Se poi la votazione non è effettivamente avvenuta, questo è un problema che riguarda solo chi quella votazione non l’ha voluta per evitare una sconfitta palese. Rivella non solo non ha preso atto di aver sbagliato strada ma è anche intervenuto con arroganza, con un intervento dai toni non molto diversi da quelli di Cernilli. Posizioni che in democrazia si ascoltano, si registrano come minoritarie e si passa oltre.

  68. ha risposto a cernilli:

    Vorrà dire che i produttori si sono presi le loro responsabilità con coraggio, per quanto dalla parte opposta ci fosse una soluzione “sicuramente vincente”. A me non pare proprio che fosse vincente, il flop attuale di tantissimi vini anonimi con uvaggio non di territorio è lì a dimostrarlo. Comunque, vedremo. Dell”ipotesi con uvaggio a cabernet-merlot per ora fortunatamente ne possiamo ragionare con il senno del poi (“se avessero fatto così…”). Il rilancio del Rosso sangiovese di Montalcino secondo me passa altrove. Va essenzialmente comunicato, più che andare a cercare modifiche demodè al disciplinare. Il Chianti Classico sta faticando ad uscire dal tunnel in cui si è infilato, ficcarci dentro anche Montalcino sarebbe stato un grave errore di marketing, a mio parere.

  69. ha risposto a davide bonucci: I dati dicono che ne sta uscendo benissimo, e comunque il problema ce l’hanno quelli che fanno vini cattivi. I Rosso di Montalcino buoni sono per ora pochissimi perché la denominazione è stata usata da tutti i produttori come un “refugium peccatorum” per i Brunallo da declassare. Solo Stella di Campalto ed Agostina Pieri hanno davvero puntato sul Rosso di Montalcino. Poi io vorrei tanto sapere perché si vuole precludere una possibilità. Se si consentisse una denominazione “normale”, con il 15% di uve diverse dal Sangiovese, come è possibile per tutte le Doc toscane, mica si impedirebbe di continuare a fare il vino con il Sangiovese al 100% a chi volesse continuare a farlo. Questo dev’essere chiaro. Allora sì che il mercato farebbe giustizia. Ma a me sembra che è proprio di questo che si ha paura.

  70. ha risposto a cernilli:

    C’è un grave risvolto della medaglia. I prezzi del Chianti Classico sfuso sono scesi molto, c’è ancora molto da rivedere, in termini di credibilità ed unicità. La ripresa dipende molto dal superamento della crisi economica in atto, in genere, e non tanto dal tipo di prodotto, dando per scontato che Chianti Classico significa almeno 10 tipi di vino diversi, con base sangiovese. Diversi per territorio, altitudini, blend, etc. Gli imbottigliatori, i grandi, i medi, i piccoli…
    Su Montalcino, la DOC di ricaduta c’è, Sant’Antimo. Fallimentare. Se è un problema di nome, cambiamogli nome senza toccare il Rosso di Montalcino. Se invece è un problema di vini, spostare il problema da Sant’Antimo a Rosso di Montalcino non credo che serva alla risoluzione. A me una Montalcino DOC come terza denominazione sarebbe stata bene, alla fine. Però capisco che potrebbe generare confusione, tre denominazioni con il nome Montalcino. Del resto, il paese si chiama così. Sant’Antimo a livello di marketing è troppo amorfo, non comunica. Per quanto l’Abbazia sia bellissima… Comunque i Rossi buoni sono molti di più, direi almeno 10-15. Poggio di Sotto, San Lorenzo, Salvioni…

  71. Ho letto solo i primi commenti, perchè per leggerli tutti dovrei passare tutto il giorno davanti alla tastiera, quando invece preferisco andarmene in spiaggia, che ce l’ho a soli 15 km.

    Il discorso di Cernilli , a mio avviso è di carattere generale, poi gli interventi lo hanno focalizzato sul Rosso e sul Brunello di Montalcino. Il problema di Montalcino è comune a quasi tutte le denominazioni e le zone vitivinicole italiane : sull’onda del successo tutti a impiantare viti anche dove i terreni non sono vocati, magari senza avere fatto una zonazione dei terreni e nemmeno un carotaggio. Questo è il dramma vero.

    Poi quando a qualche ” comunicatore ” cosi’ come scrive Daniele :
    “E la stampa, i blog, i “duri e puri”? Neanche un plissé, come il Palo della Banda dell’Ortica, che però almeno faceva “el so mesté”. Meglio dividersi sui Barolo tradizionali e su quelli innovativi. Meglio dare addosso a questo o a quell’enologo, facendo il tifo per qualche suo concorrente diretto, perché sfido chiunque a distinguere i “protocolli” di produzione di questo o di quel consulente. ”

    verrà spiegato che i migliori vini a livello mondiale sono frutto di ” blend ” ( a parte le poche eccezioni che confermano la regola generale ) allora tutto sarà piu’ chiaro e semplice.
    Roberto

    P.S. ) @ Daniele
    Ora vai di seta….nessuno Ti chiama piu’ il Robert Parker der Tufello da alcuni mesi a questa parte……come cambia il mondo, hai visto Daniele ?? Comunque hai ragione : trattasi di provinciali e dilettanti allo sbaraglio !

  72. Le questione delle molte denominazioni di origine, molte delle quali da tagliare anche e non solo perche’ ci sono delle leggi che lo prevedono (per es. per quelle non rivendicate, che non sono poche), e’ annosa. E’ chiaro che almeno un centinaio di denominazioni esistono solo nella mente dei politiici locali che le hanno create. Speriamo che gli abbiano portato quella dote di voti che si aspettavano, altrimenti sarebbero inutili due volte. La ricerca del consenso in Italia e’ tale che si preferisce mantenere cose utili e costose piuttosto che scontentare anche una sola persona. E che dire poi del cancellare qualcosa che a suo tempo di e’ strombazzato come una possibilita’ concreta di crescita di un territorio. Un dietrofront da harakiri. Tutti i giorni o quasi nuove denominazioni inutili vengono aggiunte, una delle ultime la DOC Maremma, che va a sostiuire una IGT, quella si utile e motivata. Ma la DOC, si sa, vale di piu’ politicamente, va a capire perche’.
    Per quanto riguarda Montalcino, e la crisi dei Rossi, la mia personalissima e forse sbagliata idea sia che mentre qualcuno pronto a pagare dei bei soldi per un Brunello si puo’ trovare, a giro per il mondo, pagare 7-8 o piu’ di 10 euro per un Rosso la vedo piu’ dura. E meno giustificabile. Credo che lo spazio per un buon Sangiovese in purezza, e se non viene bene a Montalcino vorrei sapere dove, ci sia, magari a prezzi piu’ allineati con il resto della Toscana.

  73. Voglio spiegarmi meglio, perche’ mi interessa la vostra opinione su questa cosa che almeno a me sembra chiara, sul Rosso di M.
    La maggior parte dei produttori, sul Rosso di M. si pone un target di prezzo alla ristorazione tra € 6.50 e € 8.50, alcuni decisamente di piu’ (€ 12-15). Io credo che la maggior parte di questi prezzi siano irrecevibili dal mercato, a parte casi rari, e credo che il motivo della “fatica” per venderlo sia li. Se i Rossi costassero sotto i € 6, come per la maggior parte dei vini toscani di base a DOC/DOCG, sono sicuro che si venderebbero senza problemi. Di contro, sospetto che la semplice aggiunta di vitigni “altri” non cambierebbe nulla dal punto di vista della vendibilita’, se i prezzi rimanessero quelli di cui sopra.

  74. I Rosso di Cerbaiona, Cerbaiola, Poggio di Sotto, Stella di Campalto etc… costano molto di più, eppure a trovarne… Il Rosso di qualità esiste eccome, e non è un Brunello di scarto. Può essere un giovane, fresco, profumato, nervoso, sapido e succoso sangiovese grosso, ne abbiamo certezza. Se chiedi ai migliori produttori della denominazione (tutti a dimensione poco più che artigianale), tutti (ma proprio tutti) ti rispondono che loro continueranno a fare il Rosso da 100% sangiovese grosso. Quindi, cambi o non cambi di disciplinare, conta chi fa qualità esprimendo pienamente il terroir e (almeno per me) la tradizione del suo vino. Credo che chi oggi fa un Rosso scadente, magari perché alleva giovani cloni scadenti in palude, difficilmente farà un buon vino aggiungendo il 15% di alcunché… E comunque di Rossi su cui, in tutta onestà, non avrei giurato essere 100% sangiovese grosso ne ho bevuti. Erano i peggiori…

  75. ha risposto a Giorgio: I Rosso di Montalcino di qualità sono pochissimi e rappresentano forse l’1% del totale. Il resto èformato da vini mediocri e troppo cari, che sfruttano il nome di Montalcino per tentare di spuntare un prezzo si un paio di euro in più a bottiglia. Allo stesso prezzo mi bevo un Chianti Classico di Fontodi, con il suo 15% di cabernet.

  76. In questa discussione che reputo in parte provocatoria, ma sicuramente interessante non posso non notare che sull’argomento Sant’Antimo Cernilli abbia glissato. Mi riferisco alle giuste osservazioni: “Su Montalcino, la DOC di ricaduta c’è, Sant’Antimo. Fallimentare. Se è un problema di nome, cambiamogli nome senza toccare il Rosso di Montalcino. Se invece è un problema di vini, spostare il problema da Sant’Antimo a Rosso di Montalcino non credo che serva alla risoluzione.” “La possibilità di intradurre vitigni alloctoni a Montalcino c’è già, con la S. Antimo. I risultati commerciali, penosi, parlano da soli “

  77. ha risposto a Davide Tanganelli: Tanto fallimentare non mi sembra, visto cha e la Banfi la usa da tempo. Il problema se mai è che Sant’Antimo è divenuta nel tempo una sorta di Doc aziendale e molti hanno deciso di non utilizzarla perché troppo caratterizzata dal marchio Banfi, un brand molto forte nel mondo. Io vedo altri glissare invece, e sono quelli che non spiegano il perché si èpassati da 500 a 2000 ettari di vigneti iscritti al catasto per il Brunello, il tutto in pochi anni, e senza che mai nessuno abbia detto nulla. Altra cosa. Perché non chiedete a Soldera, che è un produttore idolatrato da molti che scrivono qui, come mai lui dal 1986 ha rinunciato a produrre il Rosso di Montalcino? Provate a chiederglielo, avrete delle risposte emblematiche, direi…

  78. Sant’Antimo è una denominazione che non ha funzionato, a detta di tantissimi produttori (non so cosa ne pensa Banfi, ma Montalcino non è solo Banfi).

    Soldera Rosso 1986? Va bene che i tempi dell’agricoltura sono lenti ma tirare fuori una storia di 25 anni fa per spiegare l’attualità mi pare esagerato…

  79. ha risposto a davide bonucci: Bella risposta del piffero. Io tiro fuori una storia attualissima, visto che Soldera il Rosso di Montalcino non lo fa da allora, quindi non lo fa neanche adesso. Ma quando le questioni non fanno comodo allora meglio cavarsela con una battuta, magari poco significativa come la sua. Montalcino non è Banfi, appunto, ed è per questo che Sant’Antimo non l’ha usata in pratica che Banfi, diventando, come dicevo, una Doc quasi aziendale, poco interessante per altri produttori.

  80. ha risposto a cernilli:

    Illy, Cinelli e tutti gli altri contrari al cambio (tutti “provinciali”, ovvio), hanno deciso di “suicidarsi commercialmente”, secondo la tesi di Cernilli. Può essere. Intanto, per festeggiare, ci berremo alcuni “mediocri” Rosso di Montalcino: San Lorenzo, Le Potazzine, Le Ragnaie, Mastrojanni, Stella, Poggio di sotto e altri ancora… La faccia di Montalcino è salva in calcio d’angolo, anche se Rivella e co. le hanno tentate tutte per renderla, loro sì, davvero provinciale e piccola piccola, inserendo vitigni inutili e omologanti nel disciplinare del Rosso. Fare vino non è obbligatorio, ci sono investimenti certamente più remunerativi. Proviamo a incentivare l’espianto nei terreni poco vocati. Questa la reputo una battaglia davvero difficile da portare avanti. Vincere sul 100% sangiovese era fin troppo ovvio…

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