Emergenza Coronavirus. A Napoli c’è chi vuole chiudere tutto

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C’è ancora chi spera nel venticello leggero che allontanerà lo spettro del Coronavirus e continua a mandare messaggi di città che ce la fanno.

Lo abbiamo fatto anche noi e abbiamo sperato che osservare le regole del droplet fosse sufficiente.

Ma la chiusura della Lombardia – ci riferiamo in particolare alle attività di ristorazione che devono chiudere dalle 18 alle 6 del mattino – e delle altre province d’Italia in questa sorta di mappa rossa-arancione, ci fa capire che è il momento di alzare ulteriormente l’asticella della cautela e delle precauzioni.

Ormai è chiaro anche ai non esperti di virologia – come me – che l’unica soluzione plausibile è l’isolamento per evitare la propagazione dell’infezione che, oltre a uccidere diciamo genericamente i nonni, metterebbe in ginocchio il sistema sanitario, gli ospedali e i reparti di rianimazione che sono l’unica arma di risposta per chi ha contratto la malattia.

Le scuole chiuse, quindi, non significa che siamo in vacanza. Anche se molti hanno preso la disposizione di limitazione come l’anticipo delle vacanze di Pasqua o il prolungamento delle settimane bianche.

L’economia andrà in ginocchio se non usciamo e consumiamo. E sono salite le voci inneggianti all’autarchia senza rendersi conto che senza export (e import) siamo finiti lo stesso.

Ora sta prendendo mano l’idea della resistenza. Dobbiamo resistere aperti ragionano in parecchi pensando al dramma dei licenziamenti, delle imposte, delle mancate fatture.

Ciò accade soprattutto al Sud, Roma e Napoli in testa, non ancora toccati dalla tenaglia che stringe Milano.

I nuovi eroi sono quelli che con disprezzo del pericolo tengono aperti i ristoranti ovviamente rispettando igiene e distanza di sicurezza.

Basterà?

Prima o poi tutto passerà, si legge sui social di questo manipolo di invincibili.

Ecco, è il poi che mi preoccupa.

Quel senso di indefinito davanti a un pericolo che viene letto lontano se stai a Napoli invece che a Milano, a Roma invece che a Venezia.

Situazione complicata dalla paura di azzoppare l’economia del nostro Paese e il nostro benessere. Ma mentre scrivo lo spread in Italia è sopra quota 210, le Borse affondano e il petrolio è ai minimi storici.

Scenario da guerra che noi gastrofissati cerchiamo di combattere a colpi di ragù, genovese, tagliatelle e con l’idea che ormai tocca ritornare alla cucina della nonna durante la guerra così soffriamo di meno.

Proprio come se non stessimo nell’anno del Signore 2020, ma in pieno medioevo.

Eppure gli ultimi 10 anni hanno mostrato che non c’è limite all’immaginazione e se negli anni ’80 ridevamo di Spazio 1999 e di Barbara Bain che parlava in videochat con Martin Landau da un orologio (cosa che facciamo oggi, cit. qualcuno che non ricordo), oggi siamo solo in grado di guardare indietro per cercare il peggio che appare meno peggio rispetto al peggio di oggi.

Io non sono un amante del delivery. La pizza mi arriva moscetta a casa con l’eccezione di pochissimi pizzaioli che si studiano un impasto decente. Eppure mi è sembrata una soluzione, un palliativo, alla chiusura totale per evitare occasioni di contagio (qui e qui).

La scommessa è in due ipotesi.

  1. Chiudere tutto e subito si spera per un periodo quanto più breve possibile fino a quando cioè la curva del contagio, dei positivi, dei ricoverati e dei deceduti cambierà verso e andamento
  2. Resistere con chiusure parcellizzate per un periodo che potrebbe essere più lungo ma che salverebbe qualcuno in attesa che il picco passi e la curva del contagio, dei positivi, dei ricoverati e dei deceduti cambi verso e andamento

Mettersi in quarantena chiudendo tutto e tutti in casa spaventa.

Eppure c’è chi pensa che sul modello cinese, molto autoritario con restrizioni per noi inconcepibili ma anche con rapide costruzioni di ospedali e disinfestazioni con autobotti (egualmente inconcepibili per noi), debba essere approntata la nostra risposta.

L’imprenditore napoletano Gianluca Vorzillo ha lanciato l’idea del tutto chiuso a fronte di interventi statali in sei punti.

  1. Sospensione del pagamento dei fitti per aziende e famiglie
  2. Sospensione dei pagamenti di mutui ed altre forme di indebitamento bancario
  3. Sospensione pagamenti ordinari erario
  4. Sospensione pagamenti, rateizzazioni con agenzie delle entrate e riscossione
  5. Sussidio diretto ai dipendenti pubblici e privati
  6. Chiusura immediata di tutte le attività

Per ora ci credono in quasi 6.000 che hanno firmato la petizione su Change.org

E sul gruppo di Facebook in un giorno sono arrivati a contare più di 12.000 follower.

Può essere la strada partenopea quella giusta da percorrere?

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