Accettare gli inviti degli chef o dei team di comunicazione per assaggiare i piatti di questo o di quel ristorante in una cena stampa?

Pagare o non pagare il conto influisce sulla capacità di discernimento di chi scrive su un ristorante o su una pizzeria?

E come regolarsi con un invito? Andare da soli o in compagnia?

Quand’è che si diventa parte integrante del “sistema” rendendo un cattivo servizio ai lettori per via delle “fette di prosciutto” sugli occhi?

Per non parlare della deriva dello scrocco con recensori, blogger, critici e scrivani a vario titolo che si presentano al ristorante o in pizzeria con codazzo di parenti.

Il problema sono i costi: ad esclusione della Guida Michelin, i cui ispettori sono dipendenti che presentano la nota spesa per il rimborso integrale del conto, il resto del mondo vive di molta passione e qualche espediente escludendo poche mosche bianche.

Eppure il luogo massimo di chiarezza sul rapporto critica/recensione – scontrino, cioè TripAdvisor in cui teoricamente tutti hanno pagato il servizio di ristorazione è afflitto da una mancanza di credibilità equilibrata solo dalla capacità della piattaforma di piazzarsi in cima a tutte le ricerche mondiali appena si digita il nome di un ristorante.

Scatti di Gusto, come sapete, ha aperto una sezione Cene Stampa (ma anche pranzi e press tour) in cui ricorda le regole di ingaggio di quel post: siamo stati invitati. Ciò non produce automaticamente panegirici e anzi è stata più volte motivo di polemiche con questo o quell’ufficio stampa perché semplicemente non abbiamo scritto o abbiamo criticato il locale. Memorabili i casi del Trabant e de Le Carré Français a Roma. In questi casi la logica di alcuni addetti ai lavori fu “non solo sono stati invitati, ma ne parlano male”. Oppure, “ma è una presentazione stampa e non sono rodati” (e allora perché la fai?). O ancora “noi non andiamo alle presentazioni perché siamo superfighi (tranne poi andare a cena tête-à-tête con l’addetto stampa).

Sul web arrivano queste considerazioni di Dominique Antognoni che riprendiamo parola per parola dal suo post odierno su Facebook in un gruppo di addetti ai lavori.

Voi che ne pensate? Si rischia di essere proni al potere del mestolo accettando un invito al ristorante?

Forse si dovrebbe fare un po’ di chiarezza sulla faccenda dei giornalisti invitati nei ristoranti, che è lontana anni luce dal fatto che molti si autoinvitano con consorte e prole, spesso a ripetizione: non facciamo confusione.

Partiamo da un presupposto: oggi nessun quotidiano ha le possibilità (e l’intenzione) di sostenere le spese di un giornalista che segue e scrivere di alta ristorazione. Facendo un esempio pratico, se uno ha la possibilità e lo spazio per scrivere sei volte al mese, significa che va minimo sei volte al ristorante. Facendo una media di 150 euro per ognuno, sono 900 al mese, 10.000 all’anno. E’ utopia pura, nei giorni nostri. Certo, fa impressione sapere che la critica gastronomica del New York Times, Ruth Reichl, andava anche quattro volte nello stesso prima di emettere un giudizio, però parliamo di altri mondi e altri tempi.

In molti, in maniera pittoresca, sbraitano istericamente contro i giornalisti, accusandoli di non pagare di tasca loro, ma sarebbe una follia, per di più improponibile: sborsare delle somme di danaro per lavorare è un po’ un controsenso, per non dire che non avrebbero nemmeno la possibilità, visti gli stipendi attuali. Si deve pagare quando si va per conto proprio, ma questo è un altro discorso.

Dunque, che soluzione rimane? Che gli chef, oppure i ristoratori, li invitino. E qui non si tratta di “andare a ufo”, come diceva un pittoresco signore qualche giorno addietro. Se uno chef ti invita, lo fa perché così ti racconta cosa fa e come. E’ un compromesso, certo: tu essendo ospite non puoi bastonarlo, non hai la libertà che avresti se fossi andato a spese tue. Certo, non per questo lo devi incensare, ma è chiaro che sei frenato, un po’ anche dal buonsenso e dall’educazione.

Poi va detto che il 99,99 per cento sono accomodanti, sperando che più esalteranno più verranno invitati e qui scatta l’allarme rosso.
Però se non fossero gli inviti, i giornalisti non avrebbero il modo di scrivere alcunché.

Ci sono modi e modi, alcuni più professionali, altri più beceri, tipo gli inviti di gruppo, con 30 persone in un colpo solo: lì non si tratta più di giornalismo, lì è una sagra e si scende nel grottesco, o nel ridicolo.

Alcuni chef lamentano che la stampa non segue da vicino la loro evoluzione nel tempo, dimenticando il fatto che, solo a prendere i ristoranti e gli chef più importanti, siamo a quota 500. Pur volendo, non si riesce a seguire tutti in maniera costante.

Morale, il punto non è essere invitati, ma come ci si comporta dopo. Chi ha personalità riesce a essere sobrio ed equilibrato, chi no parla di piatti formidabili a gogo. Il che per carità, spesso accade, ma per alcuni accade sempre, ad ogni occasione.

Ci sarebbe anche l’altra faccia della medaglia, che è un bel grattacapo: non puoi invitare tutti, devi scegliere e qui iniziano le invidie, le cattiverie degli esclusi, che appena si sentono fuori dal giro degli invitati scatta l’operazione sabotaggio.

Ci sono valanghe di giornalisti che si sentono offesi se non vengono invitati per primi, o non invitati e basta, come se fosse un dovere. Le esagerazioni sono queste, non un invito cortese per assaggiare i nuovi piatti.