26 di dicembre. La notizia corre in rete: è morto Gualtiero Marchesi.

Un anno fa. Siamo tutti colti di sorpresa, anche se ce lo si aspettava, ormai. Fino a qualche settimana, mese, prima, lo si vedeva sbucare un po’ dappertutto, folletto sornione e sorridente a presenziare inaugurare osservare benedire laicamente chef cucine piatti ristoranti eventi più o meno mondani, più o meno culinari.

E il primo pensiero è andato ai suoi mille progetti, dalla casa di riposo per cuochi ai nuovi ristoranti, alle mille iniziative che lo vedevano comunque in pista.

In questo primo anno senza Marchesi, molte cose sono successe, altre invece no.

Abbiamo scoperto che praticamente tutti quelli che cucinano ad alto livello, e non solo, in Italia oggi, sono passati dalle sue cucine. E abbiamo anche scoperto che è quasi sempre vero, anche al di là dei soliti Davide Oldani, Carlo Cracco, Pietro Leemann, Andrea Berton, Ernst Knam, Enrico Crippa.

Secondo Enrico Dandolo, il genero, intervistato dal Corriere della Sera, “Paolo Lopriore era il più geniale e creativo, ricorda forse il Marchesi della prima ora. Tra gli allievi più giovani i più grandi sono Camanini e Canzian. Se guardiamo, invece, a chi oggi esegue in modo perfetto i piatti storici di Gualtiero Marchesi, non c’è dubbio. È Antonio Ghilardi, lo chef del Papillon di Torre Boldone.”

Come dire che andare da Marchesi è, era, una via di mezzo fra uno stage, un lavoro vero e proprio, e una specie di rito iniziatico.

Abbiamo visto il film-documentario, anzi, il documento su Marchesi, “Gualtiero Marchesi The Great Italian”, in una prima visione prima che partisse per il suo giro del mondo, nella sala del vecchio cinema Odeon, in Duomo (lo trasmettono anche questa sera, 26 dicembre, ore 19:50,
Canale 106, 120, 400 di Sky). Una storia, la sua, normale e straordinaria, con tutta l’arte, anzi, tutte le arti d’Italia, la cucina, le letteratura, la musica, le arti figurative. Una storia commovente, che mi ha commosso: e mi ha fatto rimpiangere di averlo conosciuto così poco.

Il film è ancora in programmazione all’estero: il 4 febbraio sarà a Parigi, poi a Londra, a Berlino, a Mosca, e di nuovo a Milano il 19 marzo, anniversario della nascita di Marchesi. Con attorno un grande evento, una celebrazione della cucina italiana che la famiglia vuol far diventare un evento fisso. Ma il tutto è ancora abbastanza informe.

Abbiamo visto i critici “contro” esprimere tutta la loro contrarietà, gli haters sfogarsi, anziché nascondersi dietro le ipocrisie di circostanza, felici ancora una volta di mostrare tutta la loro superiorità. Abbiamo letto ricordi e rimpianti, anche.

Abbiamo assistito a omaggi al Maestro – che non voleva essere chiamato così, meglio “il Signor Marchesi”, come lo chiamava Anna Prandoni, direttrice della sua Accademia (e sì, la S maiuscola è mia, non so se lui avrebbe approvato): compresi rifacimenti e rielaborazioni dei suoi piatti-simbolo, a partire dal risotto con la foglia d’oro. Elaborati facimenti che a volte si potevano anche evitare.

Non abbiamo assistito, invece, all’apertura del rinnovato “Marchesino-con-Ladurée-alla-Scala”. Pronosticata per la prima scaligera di Sant’Ambrogio, il 7 dicembre, la joint-venture Marchesino e Ladurée era un progetto già di Gualtiero. Il rinnovo dell’assegnazione degli spazi sotto i portici della Scala era avvenuto pressoché in contemporanea alla sua scomparsa. Dopo qualche mese, l’annuncio del nuovo marchio (ancora tutto da decidere), fino alla notizia di quest’estate: niente Sant’Ambrogio, anzi. Le voci si rincorrevano: la famiglia di Marchesi si era ritirata dall’impresa, i lavori erano fermi, era subentrato un fondo russo, non si riusciva a contattare il genero di Marchesi, Enrico Dandolo, all’estero ad accompagnare il film, Ladurée era nei guai perché aveva disdetto il contratto d’affitto del negozio di via Spadari.

In questi giorni, come qualche mese fa, il Corriere lancia la notizia, peraltro smentendo la sua notizia precedente: Marchesino-Ladurée-Scala si farà, probabilmente entro febbraio, il 7 gennaio il cantiere riaprirà, mentre la Sovrintendenza sta esaminando il progetto, firmato dall’architetto Stefano Boeri, nessun fondo russo in vista ma una società internazionale, formata da Marchesi e Ladurée. Parola di Enrico Dandolo.

In tutto questo, Marchesi continua a far parlare di sé – i suoi resti terreni riposano accanto a quelli della moglie Antonietta, a San Zenone al Lambro. La sua memoria riposa, come una foglia d’oro, sulla cucina che stiamo vivendo.

[Link: Cucina Corriere]