Sei un consumatore di piatti pronti, quelli che trovi nel reparto surgelati e che ti basta scaldare 20 minuti al forno elettrico, 15 al forno a legna, 10 minuti in padella, 4 nel microonde, 125 minuti lasciandoli al sole sul balcone? Non hai una mensa in ufficio, non hai voglia di andare in trattoria, e poi c’è un provvisorio raggio precario di sole pallido, e vai a prenderti una confezione-di-primo-o-secondo-pronto al super, da mangiare dopo averlo scaldato un po’? Rientri dal lavoro e ti trasformi in una casalinga-disperata-ma-gourmet che apre la dispensa e sceglie fra le buste di risotto disidratato alle pesche tabacchine e i noodles con abalone e corbezzolo da rigenerare versandoci acqua bollente e aggiungendo gli insapiditori in allegato?

Ahi, ahi, ahi.

La notizia, purtroppo, è questa: le persone che mangiano grandi quantità di alimenti prodotti industrialmente, ovvero quei cibi che subiscono una serie di trasformazioni prima di essere messi in commercio, dai cereali per la colazione ai piatti pronti, dalle merendine ai gelati confezionati, alle patatine in busta, queste persone dicevo corrono un rischio maggiore di cadere vittime di infarti o ictus, di avere un cancro, diventare obesi o ipertesi, o di morire di morte prematura, secondo due studi recenti, uno francese e uno spagnolo.

Nello studio di NutriSanté, pubblicato sul British Medical Journal, i ricercatori dell’Università di Parigi hanno raccolto dati su oltre 105.000 persone. In oltre cinque anni, coloro che consumavano più cibo “industriale” sono risultati maggiormente a rischio di ictus, infarto e altri problemi cardiovascolari. Quando la quantità di alimenti ultra-elaborati nella dieta è aumentata di 10 punti percentuali, ad esempio dal 10% al 20%, il rischio di malattie è aumentato del 12%.

Ciò non vuol dire che questo tipo di alimenti provochino direttamente malattie, ovvio. Ma ci sono prove sufficienti perché le autorità sanitarie applichino il principio di precauzione, ovvero consiglino al pubblico di evitare il ​​più possibile questi prodotti industriali, e di tornare a diete più basilari. Anche perché gli alimenti ultra-elaborati tendono a mischiare amidi, zuccheri e grassi saturi e additivi come conservanti, leganti, dolcificanti, aromi e “stimolatori sensoriali”. Nel Regno Unito, sono così popolari che costituiscono la metà della dieta nazionale, più di qualsiasi altro paese in Europa.

Nel secondo studio, pubblicato anch’esso nel British Medical Journal, un team dell’Università della Navarra di Pamplona ha monitorato le abitudini alimentari e la salute di circa 20.000 laureati spagnoli dal 1999 al 2014; in questo periodo, ne sono morti 334. Si è visto che i consumatori forti di alimenti ultra-elaborati, che ne mangiavano  più di quattro porzioni al giorno, avevano il 62% in più di probabilità di morire rispetto a quelli che mangiavano meno di due porzioni al giorno. Per ogni porzione aggiuntiva, il rischio di morte è aumentato del 18%.

Anche qui, Maria Bes-Rastrollo, che ha guidato lo studio spagnolo, ha solo suggerito che la causa potessero essere gli questi cibi; tuttavia “Gli alimenti ultra-elaborati sono costituiti prevalentemente o interamente da sostanze industriali e contengono poco o nessun alimento integrale, fresco. Sono pronti da riscaldare, da bere o da mangiare. “

Insomma: sembra che vada ribadito il principio che ormai sta diventando un mantra: mangiare il più possibile sano, naturale, ridurre gli alimenti industriali, dalle patatine ai piatti pronti surgelati, dove gli alimenti freschi sono solo un ricordo – ma bisogna stare attenti anche alle insalate pronte, in busta, dei supermercati, ad esempio, e agli altri cibi supposti freschi, in cui i possibili problemi non sono tanto dovuti alle lavorazioni industriali quanto alle possibili contaminazioni, come forse ricorderete.

Il che, lo ribadiamo, non vuol dire che se mi mangio una paella surgelata muoio subito col pezzetto di coniglio sulla forchetta e il calamaro nel gargarozzo. Semplicemente, vuol dire che devo cercare di mangiarne una solo se proprio non ho nient’altro sottomano, se non ho voglia o tempo di cucinare, e simili situazioni limite. Questi prodotti dovrebbero essere solo un’alternativa “estrema”, non possono essere la quotidianità della pausa-pranzo. Meglio un panino? Sì, se confezionato con prodotti di qualità. Un piatto cucinato al bar sotto l’ufficio? Sì, se si sa che cosa stiamo mangiando. Ma attenzione, spesso i bar usano proprio quei piatti surgelati su cui abbiamo espresso un po’ di dubbi.

Anzi, lasciatemi spezzare una lancia a favore della buona vecchia mensa aziendale: al di là dell’aspetto dei piatti, che in foto può essere diciamo poco attraente (ma ci sono su Instagram fior di pagine dedicate ai pranzi in mensa, come ad esempio il mio Pranzo_mensa), la qualità e la freschezza dei prodotti è in generale più che soddisfacente – e controllata.

[Link: The Guardian]