Il copione è abbastanza usuale: un cliente critica, il proprietario del locale risponde. A volte scusandosi, a volte, come in questo caso, attaccando. Quello che è inusuale è il tipo di attacco. Il proprietario del Caffè Zucchi di Monza, infatti, alle critiche di un cliente che ha parlato di scarsa attenzione e nulla cortesia, ha replicato sbraitando contro gli omosessuali.

Tutto è iniziato con una recensione negativa al locale, lasciata su Google da Matteo Brambilla, lombardo che vive a Londra per lavoro, dopo una serata trascorsa col suo compagno allo Zucchi, il 4 gennaio scorso. Recensione articolata in 4 punti.

1. Matteo e il suo amico non hanno potuto scegliere il posto in un locale mezzo vuoto. Qui si potrebbe obiettare – anche senza conoscere il contesto, ad esempio l’orario – che, per quanto discutibile, è una scelta del locale quella di gestire i posti, così come è una scelta quella di favorire il cliente se le pretese sono ragionevoli.

2. “I mancati grazie e prego sono una cosa che non tollero proprio.” E va bene, anche a me infastidisce un po’ la mancanza di convenevoli, saluti, formalità, cose che ti danno una dimensione di civiltà comune eccetera. Ma fin qui il punteggio da 5 stelle potrebbe scendere al più a 3, o magari 2.

3. “Nemmeno un buongiorno/arrivederci” al momento del conto. Anche questo, può succedere, e sicuramente non è piacevole: va bene, diamoglielo pieno questo 2 stelle.

4. “7 € per uno spritz a Monza mi pare eccessivo.” Anche qui, senza contesto non sappiamo che dire: è tanto? è poco? Ma soprattutto: non avete guardato la carta dei cocktail, non avete letto il prezzo? E questo basta per togliere un’altra stella al giudizio?

Sicuramente, un cliente con molte esigenze.

La reazione del proprietario del locale non si è fatta attendere. Ma non è stata una risposta pubblica (né pacata) sulla pagina del Caffè: è andato a cercare l’uomo su Facebook, e ha postato i suoi commenti in un messaggio privato (azione un poco vigliacchetta, diciamolo).

«Io sottoscritto titolare di questa attività non ho alcun obbligo formale di augurare “buongiorno” o “arrivederci” a nessuno che lo meriti davvero, e come lei non tollera i mancati “grazie” e “prego”, cosa che come detto non frega a nessuno e lascia anzi solo una percezione incredibilmente patetica, io non tollero i culattoni froci e simili, e qualsiasi devianza analoga, i quali mi fanno letteralmente rivoltare, rigurgitare, che quindi non ho alcun interesse non solo a rivedere, ma non appena ne avverto la malaugurata percezione nei dintorni mi auguro che si levino al più presto di torno, e che spariscano dalla mia vista.»

Una forma un po’ sbilenca per affermare chiaramente di non essere particolarmente favorevole alle manifestazioni di una sessualità che non sia quella canonica. Quella, per intenderci, pronta a menare le mani, allo scontro fisico (nella sua concezione, naturalmente) con un “vero uomo”: «Vieni qui che regolarizziamo qualsiasi dettaglio da uomini, cosa di cui dubito tu possa sapere cosa significa.»

Non fa una grinza. Alla faccia della retorica de “il cliente ha sempre ragione”, e di quelle elementari regole di convivenza civile ed educazione che il gestore Zucchi deve avere imparato leggendo il Mein Kampf.

Cosa si può commentare di fronte a queste argomentazioni? Poco, niente. Si può registrare l’ennesimo episodio di intolleranza omofoba (ricordate il “no pecorino sì frocio” dell’estate scorsa?), grazie al cielo non sfociato in una violenza fisica; si può ribadire che comunque nel XXI secolo certe cose non dovrebbero essere; esprimere, ovviamente, solidarietà a Matteo e al suo compagno, e invitare, come hanno fatto i Sentinelli di Milano (associazione per la difesa dei diritti LGBT, che sono poi i diritti di tutti noi), a boicottare il Caffè Zucchi.

E chiederci, tutti quanti, dove abbiamo sbagliato.