Sono da anni alla ricerca del segreto del successo dei “posti che vanno”. Quei locali sempre pieni – anche il martedì sera alle 10 – dove la gente prenota con la certezza – sempre confermata dai fatti – di trascorrere una bella serata.

Ho girato il mondo e di questi locali ne ho provati a dozzine, ma ancor oggi il segreto che li accomuna non l’ho trovato. Non so se sia codificabile. Magari non lo è, e dalla mia ricerca non ne trarrò mai nulla se non una lunga lista di belle serate. O magari il segreto qualcuno lo sa, ma se lo tiene ben stretto.

Ieri sera nell’ennesima tappa di questa mia ricerca, ho provato uno dei massimi esempi milanesi del “posto che va”: la Langosteria Café.

Quando un locale è un “posto che va” lo si capisce già ben prima di andarci. Se ne sente parlare da amici e colleghi che fanno a gara per consigliarlo, certi di fare bella figura. Gli amici gourmet si raccomandano di ordinare assolutamente il signature dish di turno. E anche chi non c’è mai stato si affretta a confermare che “ne ha sentito parlare bene”. Ma il vero sigillo di garanzia arriva quando l’amico radical chic lo liquida con un “il solito ristorante dove vai solo per vedere ed essere visto”.

E per la Langosteria è andata proprio così. Con l’incarico di provare assolutamente il granchio alla catalana, armata di tacco 10 e piega, faccio il mio ingresso in Galleria del Corso 4.

Appena entro, ho subito conferma della mia unica certezza: il segreto del “locale che va” non sta nella perfezione.

Il locale è bello ma non bellissimo. La Langosteria Café è un bistrot intimo a luci suffuse, muri tappezzati e deliziose piccole mongolfiere che pendono dal soffitto. Ma al tavolo sgomito con i miei vicini, devo alzare il tono della voce  per farmi sentire e carpisco  a fatica la conversazione.

La scelta degli ingredienti è accurata ma non accuratissima. Il pesce è – tutto – eccezionale. Dalle acciughe delle tartine dell’antipasto passando per il granchio reale dell’Alaska fino alle vongole della pasta, non riesco a trovare una pecca. Ma in un mondo ormai attentissimo alla stagionalità i pomodori freschi a febbraio fanno storcere il naso e sono scusati solo perché richiesti dal signature dish.

Si mangia bene ma non benissimo. Il granchio alla catalana è effettivamente sublime (sempre seguire i consigli degli amici gourmet!), la vinaigrette di lamponi lega meravigliosamente il piatto. Il salpicon di mare ha l’unico difetto di essere un antipasto e non un piatto principale.

Ma le orecchiette alle vongole sono troppo salate e nel carpaccio di gamberi rossi la freschezza e delicatezza del gambero viene schiacciata dall’invadenza del pecorino.

Eppure la serata vola, anche chi nota queste stonature alla fine è travolto dall’atmosfera e la gente si diverte. Si vede che ha già deciso che alla Langosteria Café ci tornerà presto.

Tavolate di trentenni che scherzano, professionisti  che trasformano fredde relazioni di lavoro in amicizie e confidenzialità, abiti usciti dalle ultime passerelle si mischiano a mise informali senza stridere o mettere nessuno a disagio.

Il servizio, quello sì, qui è perfetto. I camerieri accolgono con familiarità ma mantengono il giusto rispetto dei ruoli e stupiscono per la loro competenza nella descrizione minuziosa dei piatti. Le lunghe attese non esistono anche se il locale è pieno e molte tavolate sono grandi, così la cena mantiene un ritmo vivace, in sintonia con l’atmosfera e la compagnia.

È mezzanotte, la serata si conclude, io aggiungo un nuovo caso studio alla mia collezione di “locali che vanno” ed esco con la consapevolezza di non aver saputo cogliere, neanche questa volta, il loro segreto. Forse alla fine, checché ne dica il critico purista, il “locale che va” non e’ altro che la conferma di quello che diceva mia nonna Derna: “non è bello cio’ che è bello, è bello ciò che piace”.

Voi che ne dite?

[Testo e foto: Francesca Agostiimmagine catalana: Facebook]