Come già detto, amo i vini “naturali” praticamente da sempre.

Amore sempre immutato, anche adesso che l’interesse del grande pubblico è cresciuto, gli eventi dedicati sono aumentati, e non è più chiaro come prima quali siano quelli da non mancare davvero.

Addirittura c’è anche una una grande manifestazione come Vinitaly da qualche anno aperta sempre più verso questa “tipologia” che alimenta l’interesse tra appassionati ed addetti ai lavori.

Esistono piccoli eventi interessanti, dove si riesce ad apprezzare ancora il vero spirito di questo movimento, dove si comprende che non si tratta di un fenomeno “alla moda”, dove trovi aziende che riducendo al minimo gli interventi cercano di mettere in primo piano le uve, i vitigni, il terroir, l’andamento delle singole annate.

Prendiamo ad esempio il “Fuori Salone dei Vini Conformi”, quest’anno alla seconda edizione. Siamo a Castel D’Ario, in provincia di Mantova, presso la Trattoria Stazione (un posticino che già da solo meriterebbe davvero una visita), qui una piccola associazione di eno-appassionati, EKW – Movimento d’avanguardia enoica, che definisce “naturali” coloro che fanno del rispetto per la natura e della genuinità la loro professione e missione, organizza il proprio, personalissimo, salone.

Loro, quelli di EKW si propongono di voler “ridare significato a concetti come sapore, sapere, territorio, coerenza con la natura, corretta nutrizione, parole sempre più diluite in un’esperienza quotidiana routinaria e inconsapevole”. E a me il concetto non dispiace.

Come non dispiace quello che indicano nel loro manifesto, ovvero che “un vino EKW CONFORME è spesso diametralmente opposto a quanto professato dai consorzi di “tutela” e dalle associazioni di sommellerie”, il tutto al grido degli hashtag #nogomma, #noappunti, #nomarmellate, #nopunteggi.

Poco più di trenta i produttori, in una manifestazione “rustica” e poco “ingessata”, contraddistinta da tanta convivialità, ottimi vini ed un numero sorprendente d’ importatori stranieri, che probabilmente hanno preferito l’ambiente più intimo e rilassato.

Ho assaggiato, non come avrei voluto, visto il non breve viaggio notturno che m’aspettava al ritorno, ma abbastanza per capire d’aver visto giusto.

Erano i vini che cercavo, quelli “un po’ più” artigianali, dalle tirature limitate.

Non ho neanche provato a classificare quello che ho assaggiato, anche se qualche “vincitore”, per me, c’è stato lo stesso.

1. Azienda Agricola Ferraro

Maurizio Ferraro, che a Montemagno, in provincia di Asti, conduce l’antica azienda di famiglia, che produce vino fin dai primi anni dell´800, è sicuramente uno dei “winner” di giornata.

Non solo per i vini, personalissimi, e che dal 2006, per nuocere il meno possibile all´ambiente e alle persone, sono prodotti senza l´uso di additivi di sintesi chimica, zero solfiti, e zero prodotti di origine animale, ma anche per la sua forza, il suo entusiasmo ed il suo rigore.

#SECONDOME la chimica è una scienza e non un ingrediente, seguiamo un semplice iter: “Uva pigiata e fermentata” – queste le parole che troviamo sul suo sito e che ci introducono al suo modo di fare vino.

#Secondome Bianco, l’insolito vino che nasce dalla raccolta manuale in cassette, con fermentazione naturale ad opera di lieviti indigeni a 25-26° C senza controllo della temperatura.

Grignolino vinificato in bianco, Chardonnay vinificato in rosso.

Per capirci, e semplificando, vi ricordo che i vini rossi derivano da una fermentazione alcolica in presenza di parti solide della bacca (bucce, vinaccioli, eventualmente raspi), mentre i vini bianchi dalla fermentazione del solo succo d’uva.

E non sono da meno i vari rossi, come il #2Pazzi, tappo a corona come gli altri, Barbera del 2016 ripassato sulle vinacce fresche del 2018.

Altrettanto degni di nota il blend #Secondome Rosso, Ruchè, Grignolino e Barbera, e i #solovinorosso, 100% Barbera e #solovinorosso G, 100% Grignolino.

2. Andrea Marchetti Wine

È ormai ben noto nell’ambiente G-Ray, il vino pensato da Andrea Marchetti, e realizzato da Tenuta l’Armonia di Andrea Pendin, già famoso per i suoi vini “Briopop”.

Da uve Pinot Grigio che provengono da una vecchia vigna che cresce su un terreno di origine vulcanica con basalto e sabbia situata nel comune di Arzignano (VI), curata senza l’ausilio di prodotti di sintesi, G-Ray è vinificato in acciaio, a contatto una settimana con le bucce, e non è filtrato. Assaggio il millesimo 2018, da troppo poco tempo in bottiglia per essere “compiuto”.

Tanto Andrea Marchetti, che vive a cavallo tra Emilia e Romagna, risulta lo stesso tra i vincitori di giornata.

Perché è l’ideatore di Vinessum, probabilmente la più importante e innovativa tra le nuove “fiere” in calendario, con tante cantine emergenti. Giunta quest’anno al sesto appuntamento, si terrà nei giorni 8 e 9 giugno in un antico chiostro di Bagnacavallo, non lontano da Ravenna.

Ed anche perché è il regista di Back to the wine, altro evento in crescita, che si tiene a Faenza nel mese di novembre. Terza edizione quest’anno di quella che non vuole essere una fiera vera e propria, ma, come Vinessum, un evento che guarda a una viticultura più artigianale e rispettosa dell’ambiente.

3. Podere Veneri Vecchio

Raffaello Annichiarico, l’ultimo dei vincitori, è il “professore”, e non a caso.

Microbiologo alimentare di origine, è arrivato alla notorietà grazie ad un serio ed attento lavoro di recupero di una vecchia masseria con vigne annesse, dove ha provato a creare il “suo” vino.

Non ne parlo per partigianeria, siamo ambedue campani, ma se in un comune come Castelvenere, in provincia di Benevento, si mette un po’ in disparte l’aglianico e si spinge su specie autoctone recuperate come l’ Agostinella, il Grieco e il Cerreto, piuttosto che lo Sciascinoso, la Barbera del Sannio ed il Sangiovese, siamo al cospetto di uno a cui non piace vincere facile.

Ha deciso di mettersi in gioco approcciando prima in maniera scientifica la vigna, anche per capire, ma rendendosi conto subito che un approccio del genere non lo portava a quello che voleva.

Elimina così la chimica in vigna, lascia crescere l’erba, interviene soltanto con miscele derivanti dalla macerazione di piante autoctone.

Nessuna pratica invasiva in cantina, fermentazioni spontanee, nessun intervento umano a velocizzare o a migliorare. Nessuna filtrazione e chiarifica. Acciaio e botti vecchie.

Ed ecco Bella Ciao, 100% Agostinella, profumata ma pungente ed acidula.

E gli altri assaggi, giuro, non sono da meno: Il Tempo Ritrovato, dalla vigna mista di Grieco e Cerreto; Bianco Tempo da Cerreto, Falanghina e Grieco; Perdersi e Ritrovarsi da Aglianico, Barbera del Sannio e Piedirosso; Flavum (vendemmia 2001) esperimento in botte scolma, non più ripetuto, da Falanghina e Malvasia di Candia.

4. Abbazia San Giorgio

Pantelleria, è qui che Battista Belvisi “plasma” le sue creature.

Neanche 4 ettari divisi in più parcelle, tra piante di capperi, ulivi e tanto vento.

Prima una lunga collaborazione con Gabrio Bini, frontman di Serragghia e uomo immagine della diffusione dello Zibibbo nell’interpretazione secca.
Nel 2015 la svolta, quando decide di percorrere la propria strada imbottigliando le prime poche bottiglie (ora dovremmo essere intorno alle 15.000 unità).

In ogni calice dei suoi vini  “il profumo dell’acqua di mare, degli agrumi che sprigionano la loro essenza, l’erba pettinata da una brezza”, come racconta nella homepage del sito web.

Vigne ad alberello di oltre 60 anni con basse rese, 30 q.li/ha, e nessuna lavorazione “accomodante”,  né in vigna né in cantina, dove le macerazioni sono dosate ad arte, scegliendone a seconda dell’annata la durata.

Nascono così, tra gli altri, l’Orange (Zibibbo 100%), il Cloè (rosato da Nerello Mascalese), il Lustro (Catarratto 100%), il cui millesimo 2017 risulta davvero convincente.

5. Azienda Agricola Koi

M’imbatto in una novità quasi assoluta, con il web che, una volta tanto, aiuta poco, fornendo notizie davvero minimali.
Lui poi, Flavio Restagni, è di poche parole, lascia parlare il vino, Illusione, un Trebbiano Modenese spumante prodotto in circa 4.000 esemplari, davvero sorprendente.

Nasce tutto poco più di un anno fa, quando prende in affitto 3 ettari e ½ di vigneto in una zona pedecollinare nella provincia di Modena, già condotto in regime biologico, con piante di 50 anni circa.

Credo che seguire la strada del naturale o sostenibile, o chiamatelo come volete, – racconta agli amici di EKW – sia l’unica maniera possibile di fare VINO, perché io, la mia famiglia ed i miei amici ne siamo i primi consumatori

6. Azienda Agricola Ligabue

Alta Valle Camonica. Siamo ai piedi della Concarena, una montagna composta da calcare e gesso, con doline (gli avvallamenti provocati dall’acqua che scorre nel sottosuolo) e ruscelli sotterranei che mantengono fresco il terreno.

Nel 2004 Fausto ed il figlio Antonio iniziano a produrre vini naturali, insofferenti alle convenzioni ed ai protocolli dell’enologia, da artigiani autodidatti quali sono.
Due ettari in 5 diversi vigneti fra Cerveno e Sellero, dove coltivano uve a bacca rossa, come il Fumin, Cornalin, Merlot, Ciliegiolo e Barbera, ma anche uve bianche, come il Petite Arvine, lo Chardonnay e il Muller Turghau, per produrre diverse etichette mantenendo integro il rispetto per l’ambiente e la natura.

In totale poco meno di 4.000 bottiglie, prodotte nella cantina dell’azienda a Capo di Ponte.

Lo scopro seguendo il “flusso”, ovvero la lunga fila di appassionati in coda per la magnum “Petit”, da uve Petite Arvine spumantizzate naturalmente.

7. Azienda Agricola Vigna San Lorenzo

Sono uno di quelli che storce sempre un po’ il naso quando gli offrono un prosecco (e questo non lo è, prosecco, sia chiaro).

No, devo ammetterlo, proprio non riesco a farmelo piacere.

A farmi cambiare idea ci prova, ottimamente, Vigna San Lorenzo.

Siamo a Vittorio Veneto, nei colli tipici del Prosecco (appena fuori d’area del Prosecco DOCG ma in pieno territorio di Prosecco DOC), a 450 metri d’altezza.

Col Tamarie, così si chiama la collina dove Marta e Alberto coltivano le loro vigne ed è il nome del loro unico vino, prodotto in circa 20.000 esemplari.
Quattro ettari di vigneti a conduzione biologica, circondati da boschi, curati con pratiche assolutamente naturali per un solo vino, questo bianco frizzante non filtrato, a rifermentazione sui lieviti indigeni, macerazione sulle bucce e senza aggiunta di solfiti.

È la “festa” dei vitigni della tradizione trevigiana: Glera, Bianchetta, Boschera, Grapariol, Perera e Verdiso, che danno vita ad un vino semplice e schietto ma mai banale, dalla bevibilità monstre, insomma di quelli da bere “a secchiate”, come direbbero gli appassionati più entusiastici.

8. Azienda Agricola Il Roccolo

È giovanissima Silvia Tezza, quando nel 2015, appena terminati gli studi in agraria, decide di recuperare un terreno di proprietà a Lavagno, tra i monti Lessini e la pianura vicina a Verona, sulla spinta dello zio Maurizio, appassionato di vini naturali ed amico di Giulio Armani di Denavolo, che fornisce più di un valido aiuto.

Quattro ettari e mezzo a Garganega e Trebbiano di Soave, piante di oltre sessanta anni su terreni rocciosi e calcarei.

Un “roccolo”, la torre per l’osservazione e caccia dei volatili, a sovrastare i terrazzamenti ed a dare il nome all’azienda.
Nessun ricorso ad irrigazioni e concimazioni (solo sovescio), nessuna forzatura in cantina.
Selezione delle uve, scrupolosa pulizia di ambienti ed attrezzature, il tutto per evitare ulteriori manipolazioni o aggiunte di prodotti esterni.

Il risultato sono circa 10.000 bottiglie divise tra Cinciallegra s.l.(sur lie), un eccellente bianco frizzante rifermentato in bottiglia ed il “fermo” Monticelli bianco, entrambi a base di Garganega e Trebbiano.

E attenzione, nel 2017 sono state piantate Corvina, Molinara e Rondinella, di cui a breve si comincerà a raccoglierne i frutti.

9. Marcobarba

Marco Bertoldo inizia nel 2015 con l’amico Stefano Menti (dell’agricola Menti Giovanni, un nome ben noto nell’ambiente) a vinificare le uve di alcuni vigneti in gestione, proprietà di alcune anziane vedove.

Giulio Masato, amico, enologo ed esperto di potatura arriva nel 2016, poi Tommaso Verardo nel 2017 completa il team.

Il loro progetto si chiama Marcobarba, vinificando ed imbottigliando presso l’agricola Menti Giovanni, unico obiettivo quello di produrre vini diretti e genuini da uve pulite. Suoli vulcanici, vigne seguite secondo i principi biodinamici.
Grande attenzione in cantina, fermentazioni solo con lieviti indigeni, spontanee, nessuna filtrazione, nessun coadiuvante, nessuna aggiunta di solforosa.

Due i vini fatti e finiti: Barbabolla, Garganega (90%) e saldo di Glera, Trebbiano, Moscato e Riesling Italico; Barbarossa, uno spiazzante e beverino rosso a base di Merlot, soprattutto, più altri vitigni quali Cabernet, Raboso ed altri sconosciuti a completare, affinato per 12 mesi in vasche di acciaio, imbottigliato non filtrato con una piccolissima aggiunta di solforosa (19 mg/litro).

10. Vigne dei boschi

Valpiana di Brisighella, in piena dorsale appenninica. Sono lì, sulla linea che separa l’Emilia Romagna dalla Toscana, i 35 ettari dell’azienda di Paolo Babini e Katia Alpi, che attualmente ne coltivano circa 6,5 a vigneto.

Acquistata dai due coniugi nel 1989, l’impresa vinicola è stata, nel tempo, rivoltata “come un calzino”.

Sangiovese, Merlot, Pinot Nero e Syrah, e le varietà a bacca bianca come il Trebbiano, il Sauvignon, il Riesling e il Pagadebit, gestiti seguendo prima il metodo dell’agricoltura biologica, e dal 2002 in biodinamica, e non per “moda”, ma cercando di rispettare la natura e la biodiversità. Quasi nessun intervento in vigna, altrettanto in cantina.

Sono vini sinceri e complessi al tempo stesso, con una chiara impronta territoriale.

Mi colpisce molto il Sangiovese (vecchi vigneti allevati ad alberello romagnolo di oltre 50 anni).