La mobilitazione degli autotrasportatori contro il caro carburante, che sta mettendo sotto pressione la distribuzione delle merci, merita più attenzione. La protesta non riguarda soltanto chi guida un camion o gestisce un’azienda di trasporti, ma chiunque faccia la spesa, lavori nella produzione alimentare o si occupi di ristorazione. Perché quando si interrompe il trasporto, il problema non è più soltanto di chi trasporta: diventa di chi produce, di chi vende e, infine, di chi mangia. Che trova i supermercati vuoti.

Non solo al Sud, in realtà: anche dal Veneto arrivano le prime avvisaglie.

Eppure il rischio è relegare la mobilitazione a una questione di categoria, una vertenza da seguire attraverso gli incontri con il Governo e le dichiarazioni delle associazioni di settore. Poi sono arrivati gli scaffali sguarniti, i reparti del fresco con disponibilità ridotte, le difficoltà nei rifornimenti di alcuni supermercati. E il problema è diventato improvvisamente visibile. Come se il lavoro necessario a far arrivare il cibo sulle nostre tavole esistesse soltanto nel momento in cui smette di funzionare.

Com’è possibile che chi lavora non riesca più, in alcuni casi, a sostenere economicamente il proprio lavoro?

I supermercati vuoti significano che chi lavora non può rimetterci

Il caro carburante è il fattore che ha alimentato la protesta, ma il nodo è più profondo. Un’impresa di autotrasporto deve sostenere il costo del gasolio, la manutenzione dei mezzi, le assicurazioni, il personale, i pedaggi e gli altri oneri di gestione. Se i costi aumentano senza che le tariffe consentano di assorbirli, il margine si riduce fino a mettere in discussione la sostenibilità stessa dell’attività.

Non è normale che un lavoratore o un imprenditore debba scegliere tra partire rischiando di lavorare in perdita e fermarsi rinunciando ai propri guadagni. Non è normale che una funzione essenziale dell’economia venga considerata scontata finché qualcuno è disposto a sostenerne i costi. E non è normale che la fragilità di un’intera filiera diventi una questione pubblica soltanto quando produce conseguenze visibili per i consumatori.

Il punto non è sostenere che ogni richiesta di una categoria debba essere accolta senza discussione. È riconoscere che il prezzo di un servizio deve essere compatibile con i costi necessari a erogarlo. Altrimenti il mercato continua a pretendere efficienza da chi, economicamente, non è più nelle condizioni di garantirla. E i supermercati diventano scatole vuote.

La protesta degli autotrasportatori mette in evidenza una contraddizione che riguarda molti settori. Chiediamo a chi lavora di essere competitivo, puntuale e affidabile, ma spesso trattiamo le condizioni economiche come un problema secondario. Finché il camion parte, la consegna arriva e il prodotto è disponibile, il sistema sembra funzionare. Ma se per mantenerlo in movimento chi lavora deve assorbire costi insostenibili, quella normalità è soltanto apparente.

Supermercati vuoti al Sud per farsi ascoltare

C’è poi una questione che in Italia non può essere separata da quella economica: la geografia dell’attenzione. La mobilitazione ha interessato diverse aree del Mezzogiorno, dalla Campania alla Puglia, dalla Calabria alla Sicilia. In alcune zone sono segnalate difficoltà nei rifornimenti, soprattutto per i prodotti freschi, che richiedono consegne frequenti e hanno tempi di conservazione limitati. Le conseguenze non sono uniformi, ma il disagio è concreto e riguarda territori nei quali la distribuzione alimentare dipende da collegamenti regolari con piattaforme logistiche, mercati e centri di lavorazione.

Eppure resta la sensazione di un Paese che non riesce a riconoscersi fino in fondo come un sistema comune. Il Mezzogiorno sembra dover arrivare all’emergenza per conquistare (forse) spazio nel dibattito nazionale. Le difficoltà economiche, le fragilità infrastrutturali e le conseguenze delle interruzioni logistiche diventano notizia quando producono immagini inequivocabili. Cioè un reparto vuoto, un mercato senza merce, una consegna che non arriva.

Il problema non è soltanto quanto spazio venga riservato alla protesta nei mezzi di informazione. È quanto le questioni che attraversano il Sud siano considerate questioni nazionali. Perché se una filiera alimentare si inceppa in Campania o in Puglia, non siamo davanti a un inconveniente circoscritto a quei territori. Siamo davanti a un sistema che mostra una vulnerabilità capace di propagarsi lungo tutta la catena di approvvigionamento fino ai supermercati vuoti.

Il Mezzogiorno non è una periferia economica che può essere ignorata finché il disagio resta confinato entro i suoi confini. È un territorio di produzione, trasformazione e distribuzione alimentare, con imprese e lavoratori che partecipano a pieno titolo all’economia nazionale. La protesta degli autotrasportatori dovrebbe ricordarcelo senza bisogno di aspettare che gli effetti arrivino altrove.

Il paradosso dei prodotti che arrivano da lontano (ma ci sono i panettoni)

I panettoni a Roma sabato 17 ottobre.

C’è un’altra contraddizione. Mentre in alcune aree del Sud i rifornimenti incontrano difficoltà e i supermercati sono vuoti, le segnalazioni descrivono una situazione meno compromessa al Nord. Nel frattempo, la grande distribuzione continua a basarsi su reti logistiche capaci di movimentare prodotti provenienti anche da Paesi molto lontani.

Non è una questione di contrapporre il prodotto italiano a quello straniero. Le importazioni sono parte integrante del sistema alimentare contemporaneo e rispondono a esigenze di mercato, stagionalità, disponibilità e prezzo. Il punto è: come può una filiera capace di movimentare merci da una parte all’altra del mondo diventare così vulnerabile quando si interrompono i collegamenti interni?

La domanda è rilevante quando riguarda frutta, verdura e altri prodotti freschi. Merce che attraversa confini e percorre migliaia di chilometri per raggiungere un punto vendita, mentre in un’altra parte dello stesso Paese il sistema di approvvigionamento rallenta o si blocca. Non significa che ogni prodotto importato continui ad arrivare regolarmente al Nord, né che le difficoltà del Sud dipendano soltanto dalla protesta. Significa, però, che la crisi invita a interrogarsi sulla resilienza delle reti distributive e sulle differenze territoriali nella capacità di assorbire uno shock logistico.

I vuoti sugli scaffali dei supermercati non dipendono soltanto da quanta merce viene prodotta. Dipende da come viene movimentata, da dove sono collocati i centri di distribuzione, dalla continuità dei collegamenti e dalla possibilità di sostituire rapidamente un percorso interrotto. È una questione economica, ma anche una questione di organizzazione del sistema alimentare.

Ed è qui che il confronto tra Nord e Sud smette di essere una contrapposizione geografica e diventa una domanda politica. Quanto è davvero integrato il mercato alimentare italiano, se una crisi che investe una parte del Paese può tradursi in difficoltà così evidenti nella disponibilità dei prodotti?

La filiera non finisce nel campo

Nel dibattito gastronomico utilizziamo spesso parole come territorio, filiera corta, stagionalità, sostenibilità, valorizzazione delle produzioni locali. Rischiano di diventare formule vuote se non consideriamo le condizioni materiali che permettono ai prodotti di arrivare a destinazione.

Una filiera non è soltanto il campo in cui cresce un ortaggio, il caseificio che trasforma il latte, il laboratorio che produce pasta o il ristorante che lavora una materia prima. È anche il magazzino, il mezzo che trasporta la merce, la rete che collega produttori e distributori. È il lavoro di chi carica, guida, scarica e consegna. Senza questi passaggi, anche una produzione eccellente rischia di non raggiungere il proprio mercato. Infatti il Consorzio della Mozzarella di Bufala Dop ha annunciato il fermo della produzione. L’effetto non è solo nei supermercati con gli scaffali vuoti.

Per questo la sostenibilità alimentare deve comprendere anche la sostenibilità economica e sociale della filiera. Se il trasporto non è economicamente praticabile, l’intero sistema ne risente: il produttore rischia di non collocare la merce, il distributore di non rifornire i punti vendita, il consumatore di non trovare ciò che cerca.

Il problema riguarda anche il mondo della ristorazione. Un locale può costruire la propria identità sulla qualità delle materie prime, sulla stagionalità e sul rapporto con i produttori, ma non è immune dalle difficoltà della logistica. La disponibilità degli ingredienti, la regolarità delle consegne e i costi di approvvigionamento incidono sulla programmazione della cucina e sui margini dell’impresa. Il cibo che arriva al tavolo è il risultato di una catena di attività che raramente il cliente vede.

Parliamo molto di ciò che rende un prodotto buono, autentico o sostenibile. Molto meno delle condizioni che consentono a quel prodotto di arrivare sul mercato. La protesta degli autotrasportatori ci obbliga a riportare l’attenzione su questo passaggio.

Una protesta civile ma invisibile

Una mobilitazione non dovrebbe essere giudicata soltanto in base al rumore che produce o all’entità del disagio. Il fatto che una protesta sia civile non la rende meno importante; il fatto che non occupi ogni giorno le aperture dei telegiornali non significa che sia marginale. Al contrario, dovrebbe essere un’occasione per affrontare il problema prima che le conseguenze diventino ancora più pesanti.

Il l Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha annunciato risorse per il settore ma la tecnica sembra attendista. In Sicilia è stata annunciata una parziale revoca del blocco dei Tir, mentre in Campania, Puglia e Calabria la mobilitazione continua. Gli impegni istituzionali sono un passaggio importante, ma disponibilità di fondi ed effettiva soluzione dei problemi non sono la stessa cosa. Occorre capire se le misure saranno sufficienti a rendere sostenibili i costi e a ripristinare condizioni di lavoro compatibili con la continuità del servizio.

Il rischio è che si parli degli autotrasportatori soltanto per gli scaffali vuoti. E che il disagio dei consumatori venga considerato il problema principale, mentre le condizioni economiche di chi tiene in movimento la filiera restano sullo sfondo.

Gli scaffali vuoti sono l’effetto visibile di una crisi che comincia molto prima: nei costi che aumentano, nei margini che si assottigliano, nelle attività che non riescono più a sostenersi. Aspettare che il disagio raggiunga il supermercato ormai vuoto significa intervenire quando il problema è già diventato collettivo.

Il Sud non dovrebbe aver bisogno di scaffali vuoti per diventare una notizia nazionale. E chi trasporta il cibo non dovrebbe essere costretto a fermarsi perché ci accorgiamo del suo lavoro soltanto quando la merce non arriva più.

C’è la corsa a fare scorte alimentari: sembra di essere tornati ai tempi del Covid. Ma è peggio: il virus questa volta è sistemico.

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Francesca Brunzo

Francesca Brunzo

Curiosa per natura, diffido dalle certezze assolute. Preferisco capire piuttosto che seguire, osservare piuttosto che giudicare. Non mi interessano le mode, mi interessano le idee. Osservo, faccio domande e cerco risposte. Credo che il senso critico sia il miglior ingrediente di ogni racconto. Se questo passa attraverso il cibo, tanto meglio.

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