Sangiovese. Passato di moda?

Vino

Ho compiuto 41 anni nei giorni scorsi, non sono vecchia, diciamo che mi appresto a passare di moda. Riflettendo sull’incedere ineluttabile dell’età, sono stata assalita da due sostanziali questioni, sul senso della vita e sul perché col passare del tempo il Sangiovese mi piace sempre meno. Non riesco a darmi pace, non ne vengo a capo (sul Sangiovese intendo, circa il senso della vita, ovviamente ho risolto!) All’età di 16 anni a Bologna, dove sono nata, cominciò il mio percorso di passione. Mi aggiravo gaudente per i luoghi del vino, insieme al mio amico Alessandro Berselli, fresco di patente sulla sua Renault 4 bianca e proprio il Sangiovese fu il mio primo amore, ero incuriosita dai suoi ammalianti spigoli. Dal Sangiovese di Romagna passai al Chianti, al Brunello di Montalcino, alle visite nelle aziende per conoscere i produttori, il tutto scandito da una piacevole ebbrezza che con la precisione di un metronomo mi ricordava quanto fosse seducente quel vitigno nelle sue mutevoli espressioni.

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Sono passati alcuni anni, ho lasciato molte bottiglie vuote alle mie spalle, alcune mi sono anche curata di gettarle nei cassonetti della differenziata (pensate un po’! ) ma devo tristemente riconoscere che le buone bottiglie di Sangiovese che stappo ultimamente sono drammaticamente poche. Non vorrei per l’occasione aprire il dibattito “Tannini e menopausa”, però mi sapreste dire che cosa è successo? Noia? Il palato cambia? Effetto serra? La Romagna non è più quella di una volta, sono spariti anche i vitelloni? Forse la soluzione è semplicemente nel fatto che con la maturità privilegio l’eleganza. Puo’ anche essere che sia suggestionata da un’innata simpatia per i produttori contadini, quelli che coltivano la vigna, quelli che ho conosciuto nelle Langhe e in Borgogna, più che in Toscana. A parte questo, converrete, la qualità dei tannini del Nebbiolo, come del Pinot Nero di Borgogna, è di gran lunga superiore a quella del Sangiovese che peraltro invecchia molto peggio, spinto forzosamente in barrique dove se potesse parlare, vi direbbe con certezza che in botte grande sarebbe più a suo agio. Con questo non voglio affermare che non ci siano dei grandissimi vini prodotti con queste uve.

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Esulta il mio cuore di fronte a un vecchio Bertinga, a un San Lorenzo o a un Bellavista di Castello di Ama, o dinanzi ad una magnum di Pergole Torte. Non dico che una vecchia riserva di Biondi Santi non mi dia tutt’oggi un’immensa gioia e di altri potrei parlare, eludendo Soldera ma solo perché qualcuno ha detto di lui che è troppo cattivo per fare il vino buono e mi viene il dubbio che possa essere vero. La faccenda è controversa, aiutatemi a chiarire questo dubbio. Dimenticavo! Il senso della vita ve lo spiego la prossima volta…

Foto: Carlo Borlenghi, acquabuona.tv

Illustrazioni: Alberto Manfredi