Cab-pride. I Quattro del Cabernet italiano

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“Il cabernet sauvignon è un vitigno perfetto” , Attilio Scienza cita un trattatista francese di meta ‘700 e concorda con lui. L’occasione è la presentazione di Terre da Cabernet, neonata associazione di aziende da tutta Italia aziende che producono vini di grande qualità dal virigno più famoso del monto e più criticato a sud delle Alpi.

Le aziende fondatrici sono Tenuta San Leonardo, Castello del Terriccio, Montevetrano e Tasca d’Almerita e i loro vini sono (giustamente) famosi e celebrati, da 20 anni mietono successi nel mondo eppure questa mattina a palazzo Taverna l’occasione era solenne ma i toni non sono stati trionfalistici.

Oggi i vini a base cabenet (sauvignon più che franc o carmenere ma insomma…) in Italia non riescono più a affascinare gli appassionati. Nel mondo le cose vadano in altro modo e certi grandi vini non temono rivali sui mercati più importanti (avete presenti le quotazioni dei primeurs di Bordeaux del 2009?) mentre quelli più semplici piacciono grazie alla potenza del nome del vitigno e alle sue caratteristiche universali.

Dalle nostre parti invece nominare il cabernet è causa di ostracismo nei circoli più enoesigenti e Terre da cabernet nasce appunto per modificare questa tendenza. Ci riuscirà? Secondo me la sfida è quasi impossibile e le qualità delle zone delle aziende e dei vini non c’entrano poi molto, il problema sta nella mancanza di una chiara gerarchia di qualità nel mondo del vino italiano. I grandi vini italiani hanno poca storia alle spalle e i cabernet, protagonisti della rivoluzione enologica degli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, sono apparsi in tutte le regoni (tranne forse Val d’Aosta e Molise) troppo spesso senza una qualità che ne giustificasse l’impianto. Risultato? Dalle stelle alle stalle in vent’anni.

Però sarebbe troppo facile e ingiusto chiudere qui la partita, grandi cabernet italiani ce ne sono, le varietà internazionali e giramondo non sono sempre superiori a quelle indigene e non dimentichiamo la situazione del vigneto italiano prima della comparsa di Sassicaia o Tignanello!

Per combinazione nell’ultima settimana ho assaggiato e bevuto molti cabernet, più di quanti me ne capitino di solito e ho riscoperto la nobiltà un po’ altezzosa di questo vitigno che si esalta quando le sue note perdono di importanza e la terra si mangia l’uva.

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9 Commenti

  1. Ciao Paolo, un aneddoto e come al solito una piccola finestra dal Nuovo Mondo.
    Qualche mese fa ad una degustazione a Sao Paulo, con presenti due delle aziende di cui scrivi, Castello del Terriccio e Tasca d’Almerita, mi sono trovato spesso a rispondere alla domanda:’A perché anche voi in Italia producete Cabernet!!!? ‘.
    E dagli a spiegare che le vigne dalle cui venivano prodotti i vini in questione erano state impiantate decenni addietro e che il territorio puo’ fare la sua parte. Gli appassionati poi, all’assaggio , rimanevano colpiti soprattutto soprattutto dai racconti sui territori di provenienza. Come giustamente dici, sono i territori ad appassionare e a ‘markare’ il vino.

    Vabbé mo’ scendo in Churrascaria a pranzo che oggi qui é ‘feriado’ e so’ già cosa berro’:’Cabernet Sauvignon Montes Alpha 2007’…

    Abbracci
    Nic

  2. ha risposto a nicola massa: una degustazione a Sao Paulo, mi manca! perché non ce la racconti?
    in esclusiva per Scattidivino la corrispondenza di Nicola Massa dal Brasile…
    buon churrasco pt

  3. il Vitigno è un’informazione spesso fuorviante!
    Dire da quali vitigni è prodotto il vino che si propone è come aver già fatto la degustazione … l’interesse è già passato se non si parla di “uve alla moda”!
    bisogna che inizi a rispondere che faccio il vino con l’uva delle viti che ho trovato sulla mia terra 🙂

  4. ha risposto a nicola massa: ha risposto a nicola massa: abbiamo assaggiato i 2005 e i 2001 di San Leonardo, Lupicaia, Montevetrano e Cabernet Tasca
    i miei preferiti sono stati Montevetrano e Tasca nelle due annate e San Leonardo 2001; un risultato lusinghiero per i vini meridionali (e un matrimonio d’amore quello con l’aglianico) il San Leonardo 2001 è un grande classico, con caratteri che ricordano i grandi vini del Médoc
    pt

  5. Personalmente sono convinto che il genio del vino sia il territorio e non il vitigno, sapete com’è dalla metà del 700 sono cambiate tante cose… 😉
    Ciao A

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