Non ne posso più di quelli che… il vino

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La scorsa settimana a una degustazione, prima di cominciare a parlare del vino già servito nei bicchieri, ho notato una manina alzata, come a scuola. Un signore gentile e garbato, voleva sapere la resa per ettaro…Gli avrei tirato una bottiglia in testa! Reazione eccessiva, lo so, ma non ne posso più, ne ho fin sopra ai capelli di luoghi comuni sul vino, di asserzioni sempre uguali, perlopiù ordinarie ma certamente inutili, di chi invece di pensare semplicemente se un vino sia più o meno buono, organizza salotti letterari sul tema della malolattica. Nel corso della serata, volgendo il malumore in facezia, ho buttato giù un elenco di luoghi comuni sul vino, quelli che ho sentito più spesso, perché davvero non ne posso più!

  • Di quelli che non se ne vanno a dormire se non gli hai detto che clone usi
  • Di quelli che la barrique “Per carità!” però bevono solo bianchi di Borgogna
  • Di quelli che il vino naturale… Perché gli altri sono sintetici?
  • Di quelli che chiamano Prosecco lo spumante. Tutto Prosecco, anche lo Champagne!
  • Di quelli che conoscono un piccolo produttore di Champagne… E in coro armonizzato rispondiamo: W Dom Perignon!!!
  • Di quelli che il terroir…..

Oh, yes!

  • Di quelli che nel 2010 ribaltano ancora la bottiglia finita nel secchiello
  • Di quelli che i bianchi macerati…
  • Di quelli che confondono l’ossidazione con la riduzione e non aprono un libro di chimica
  • Di quelli che mettono in caraffa anche lo sciroppo per la tosse
  • Di quelli che “ma quanto sono vecchie le vigne?”

Oooh, yes!

  • Di quelli che vengono a Roma a vendere il vino. Andate anche a Varese, non possiamo bere tutto noi!
  • Di quelli che vanno matti per lo sfuso di Valentini…Se fosse veramente così straordinario Francesco lo imbottiglierebbe, mica è scemo!
  • Di quelli che “ma a che altitudine sei?”
  • Di quelli che i vin de pays sono meravigliosi
  • Di quelli che lo Champagne lo bevono solo nei bicchieri da Borgogna…e pure il prosecco

Ooooh, yes!!!

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39 Commenti

  1. Condivido in pieno tutti i punti ed in particolar modo Roma….ma quanto vino beviamo in questa citta’? 🙂 ps l’articolo che avremmo voluto fare tutti noi ma che non abbiamo mai osato……. pss e gli scaraffatori? un mito:-))))

  2. Beh, attenta allora, le auguro di non capitare a tiro di chi dico io, ovvero cominci a prepararsi sui portainnesti, non vorrà mica confondere Paulsen con Poulsen che ha militato nella juve?

    🙂

  3. ha risposto a Paolo: tutto il mondo è paese… 😉
    Mi ricordo tanti anni fa si diceva: esperto di vino? Portami le analisi, poi ne parliamo 😀
    ciao A

  4. in effetti sono le domande e le affermazioni che sento più spesso.
    la cosa triste è che poi la risposta condiziona l’assaggio…

  5. Ne aggiungo un latro che mi ha suggerito il Meneghino da Roscioli:
    Quelli che non parlano male dei colleghi produttori…contate fino a tre e via con le ingiurie: “Non ha un ettaro di vigna, usa il concentratore, mio zio gli vende le uve….”poi lo stesso zio lo sputtana in giro…

  6. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Ale, me so impazzito con le lampade e con me Cina……a Roma dove le posso trovare? le vogliooooooooooo so spazziali….. ps E quelli che qualunque vino gli fai assaggiare, loro conoscono il produttore e il vino sempre meglio, de na nticchia ma meglio:-)

  7. ha risposto a Cristiana Lauro: e quelli che confondono la solforosa in eccesso credendola mineralita’ e sono pure soddisfatti? ” senti come e’ minerale sto vino , questo si che rispecchia il territorio”…..ps ma se sa’ d’ ammoniaca da quale territorio proviene, dalla piana de Gela?:-)))

  8. di quelli che… ne è pieno il mondo – anche per chi si occupa di letteratura (io) c’è sempre qualcuno che legge solo i libri di cui si leggono le recensioni sui giornali TUTTI UGUALI, per cui tutti baricco, tutti il cacciatore di aquiloni, tutti solitudine dei numeri primi, e parole preconfezionate da una critica conformista e omologata – concordo sulla linea lauro e su quanti ad essa si sono accodati – torniamo a bere vino perchè ci piace farlo e parliamone solo se ne abbiamo cognizione di causa – meglio un tavernello consapevole che un dom perignon bevuto senza capire una madonna di quello che gira in bocca (perifrasi – se il mio concetto di cinema sono i film di vanzina, non discuto con ghezzi le sceneggiature di fassbinder)

  9. quelli che… sciabolano qualsiasi cosa e ovunque, che sia Salon o un Carpenè… Intanto quello che conta è sciabolare!
    Ooh yeees!

  10. ha risposto a Vongotha: La sciabola, è vero! Un genio!!!! A tal proposito vi racconto questa: un’azienda di cui non faccio il nome, regala una sciabola con l’acquisto di una bottiglia del suo Champagne. Un cadeau che a me fa molto ridere. Ricordo che mio padre apriva la bottiglia di birra con la cinghia dei pantaloni. Pensate quanto sarebbe stato felice di ricevere dalla Peroni una cintura di coccodrillo per stappare!…Non voglio pensare al gadget che nel caso avrebbe ricevuto mio cugino Carletto che apriva le birre addirittura coi denti!

  11. cara cristiana, tra ghezzi e il tavernello continuo a preferire il secondo – una volta avevo comprato un suo libro su kubrick per decodificare alcuni passaggi metafisici di SHINING – è stato in quei giorni che ho scoperto il san crispino per dimenticare

  12. Grandiosa Cristiana!!!
    Finalmente una lista delle corbellerie di chi col vino si pavoneggia, piuttosto che berlo.
    Mi permetto solo un’aggiunta superflua: il residuo secco ed il pH…. ossessione di un signore infaticabile frequentatore di QUALUNQUE degustazione di vino ci sia a Roma. Da orticaria…

  13. ha risposto a Katiuscia Rotoloni: Come no? E’ vero, il ph, fondamentale…che poi in pochi hanno capito che grande acidità equivale a ph basso, fanno una confusione pazzesca! Sul residuo secco mi ritiro, è troppo!!!!!! Grazie Katiuscia!

  14. Scusate se mi permetto, ma mi sembra che i pezzi che seguono siano “riguardanti”.

    Quelli che scrivono di vino perché hanno i figli da mantenere.
    Quelli che il vino è un progetto.
    Quelli che il vino è una commodity.
    Quelli che fanno il vino come una volta.
    Quelli che fanno il vino come lo faceva il “mi’ babbo”, e “il babbo del mi’ babbo”, e bevono aceto credendo che sia il migliore prodotto del mondo.
    Quelli che nella loro brochure prima scrivono che “ripasso” è un procedimento storico della Valpolicella, e poi brevettano il nome e ti mandano la lettera dell’avvocato se provi a scriverlo anche tu.
    Quelli che il vino fa tendenza.
    Quelli che invertendo l’ordine delle Denominazioni il prodotto non cambia.
    Quelli che il prezzo non è un problema.
    Quelli che declassano il Barbaresco a Langhe Nebbiolo e lo vendono ai ristoratori a più di 300mila lire ridendo e scherzando.
    Quelli che il peggiore vino del contadino è migliore del miglior vino dell’industriale, e poi scrivono che l’industriale è un grande vignaiolo.
    Quelli che dicono che il Trentino fa rima con vino, ma che fanno pubblicità a un vino che di Trentino ha solo l’imbottigliamento.
    Quelli che ti spiegano le loro sensazioni organolettiche senza fartele capire.
    Quelli che avere certe bottiglie di vino è un privilegio.
    Quelli che aprono i wine bar dove si paga più caro che al ristorante.
    Quelli che invece di fare il vino devono passare la vita a compilare moduli e certificati.
    Quelli che il vino non te lo danno perché il tuo ristorante non è sulle guide.
    Quelli che non ti mettono sulle guide perché non hai un certo vino.
    Quelli che quando gli ordini 12 bottiglie di vino dicono che te ne possono dare solo sei, perché i clienti devono capire che il tuo vino è prezioso.
    Quelli che capita l’antifona gliene ordinano ventiquattro per averne dodici.
    Quelli che fanno il vino bianco DOC più famoso d’Italia, ma che non hanno ancora capito che l’aria è cambiata, e che anche se si danno un sacco di arie intanto ti vendono un cartone di vino e te ne omaggiano un altro.
    Quelli che per avere sei bottiglie del vino mito devi comperare almeno sei cartoni di altri vini vari.
    Quelli che non è la qualità che fa il prezzo, ma è il prezzo che fa la qualità.
    Quelli che più spendo e meno spendo, ma non sanno cosa stanno bevendo.
    Quelli che non si può avere tutto “dalla vite”.
    Quelli che vivono per i tre bicchieri.
    Quelli che non prendono i tre bicchieri e dicono che va bene lo stesso e poi vanno a casa e picchiano i bambini, intesi come figli.
    Quelli che se il Montepulciano d’Abruzzo potesse parlare e dire “Ehi, io sono qua dentro in questa bottiglia”, ne vedremo delle belle.
    Quelli che il vino ai supermercati non glielo danno perché rovina l’immagine, ma poi lo vendono a un terzo che lo rivende al supermercato.
    Quelli che il prezzo del vino non te lo dicono, perché il prezzo lo fanno a seconda di chi sei.
    Quelli che l’arricchimento del vino con MCR (n.d.r. Mosto Concentato Rettificato, il metodo legale di arricchimento in zucchero, e quindi in alcol, per un vino italiano, visto che nel nostro Paese lo zuccheraggio é vietato) si deve fare in annate eccezionali, ma poi lo fanno tutti gli anni.
    Quello che il supero delle rese per ettaro dei vini DOC è un eccezione, ma è un eccezione di sempre.
    Quelli che fanno un vino DOC con 200 quintali di uva per ettaro e non se ne vergognano.
    Quelli che per vendere il vino hanno bisogno del pierre.
    Quelli che per vendere il vino hanno bisogno del design da 100 milioni che ti fa le etichette.
    Quelli che per fare il vino hanno bisogno dell’enologo-consulente da almeno 100 milioni se no il vino non è buono.
    Quelli che fanno una conferenza stampa ogni volta che qualcuno starnutisce in cantina.
    Quelli che per fare il vino ci vuole il genius loci.
    Quelli che fanno la cantina nuova a spese del loro importatore americano.
    Quelli che fanno un vino che assomiglia al tuo.
    Quelli che il vino non è buono se non è barricato.
    Quelli che ai giornalisti che chiedono i campioni di vini per la degustazione gli mandano due bottiglie con la fattura.
    Quelli che ai giornalisti gli mandano il vino della barrique per giornalisti.
    Quelli che sanno che tu sulla guida non gli darai mai un buon punteggio e si tolgono lo sfizio di mandarti due bottiglie di Chateau Margaux con l’etichetta del loro vino per farsi dare almeno “un bicchiere”.
    Quelli che non ti vendono un vino ma un sogno, e non sanno che il pusher è un altro mestiere.
    Quelli che dirigono le cantine sociali finanziate con i soldi pubblici e si comportano come aziende private, acquistando vigneti e aziende fuori dalla loro regione anche se è contro la legge.
    Quelli che per descrivere un vino scrivono un romanzo.
    Quelli che il vino è frutto, nel senso che lo fanno fruttare.
    Quelli che ti fanno la consulenza organolettica e poi ti danno un bel punteggio sulla loro guida.
    Quelli che i loro fax costano più cari del libro che stanno scrivendo, e se gli invii un centomila ti mandano un fax con i risultati in anteprima delle degustazioni del tuo vino.
    Quelli che le centomila gliele danno e quando ricevono i risultati della degustazione che non sono esaltanti tirano su il telefono e dicono che avrebbero bisogno di una consulenza organolettica.
    Quelli che non sanno che nel mondo ci sono 10 milioni di ettolitri di eccedenze, e continuano a festeggiare sul Titanic.
    Quelli che il vino gli dà alla testa.
    FRANCESCO ARRIGONI (20.03.2001)
    e ancora:

    QUELLI CHE IL VINO…

    Niente di meglio che una grande kermesse di vini offerti al pregiudizio di operatori ed esperti, per osservare da vicino, in azione, questi fenomeni dell’assaggio professionale e provarsi poi a classificarli per ordine e specie.
    Oddio, fermo restando che l’esercizio della degustazione viene vantata come un’attività supremamente individuale, che ognuno professa in segreto vigilando sull’indisputabile chiacchiericcio fra le proprie viscere (neurofisiologia, psicologia, cultura e vissuto), di professionale c’è giusto il contesto in cui i nostri eroi sono chiamati a manifestarsi. Come dire: in una pubblica mescita, un amante del buon vino resta un bevitore, in una manifestazione d’assaggio diventa ufficialmente un degustatore.
    D’altra parte non è chiaro come, dall’esperienza continuativa di sorseggiare uno dietro l’altro centinaia di vini, qualcuno possa riportare altro che non sia una bocca devastata dai tannini e una dentatura grigio peltro.
    Comunque i degustatori, pur accomunati al fondo da vite segnate da nodi non risolti di traumi infantili e adolescenziali, esistono e vengono riconosciuti come soggetti socialmente utili. E utili lo sono: la loro attività giudicante, a seconda del suo peso comunicativo e d’opinione, concorre grandemente a “fare il prezzo” alle bottiglie che poi acquisteremo. Intanto fanno il pieno alla macchina, pagano con regolarità l’affitto di casa, lavorano in banca, nel piccolo commercio o in attività varie di intrattenimento. Quando non sono giornalisti, hanno tutti l’orgoglio (o la sindrome) del pubblicista. Insomma, vivono e lavorano niente male, né si ha notizia che finora qualcuno di loro abbia mai rischiato di finire sotto la soglia di povertà.
    Ora, senza pretendere che questo valga come una seria sistematica del genere, per prima cosa li distingueremo in due grandi famiglie, quella dei Vincoli e quella degli Sparpagliati (si ringrazia il principe De Curtis).

    I Vincoli.
    Animosi come se partecipassero ad un’azione di volontariato militante, solitamente si muovono in branchi di non più di tre quattro individui, tutti giocosamente affratellati da un solido sentimento di appartenenza ad una stessa potente loggia, che sia una nota rivista, guida, o emanazione di un movimento d’opinione organizzato.
    Nella degustazione preferibilmente amano occupare posti vicini per potersi scambiare emozioni, confrontarsi sui giudizi o mandarsi segnali d’intesa fra un assaggio e l’altro. Dialogano fra loro con calore, ma non così calorosamente che la coesione del gruppo abbia mai seriamente a risentirne.
    La forza del branco e l’effetto maggioranza giocano un ruolo determinante nella baldanza con la quale esternano i giudizi; che non diventano mai sentenze prima che a pronunciarsi non sia quello nel gruppo riconosciuto all’unanimità come il più autorevole.
    Nei loro giudizi, così come nei pronostici, indulgono più al grottesco che al tragico; ma ironia e gioco dissimulano quello che già s’avvia a diventare, nero su bianco, premio o condanna collettiva di un vino e del suo produttore.
    Inutile dire che i vincoli difendono l’integrità del gruppo mostrando indifferenza o poca confidenza con gli sparpagliati, con alcuni dei quali viene fatto a volte di confonderli. Perché, è vero, ci sono anche dei falsi vincoli che l’occasione fa vincoli, ma per breve tempo, perché ad unirli è semplicemente la forte motivazione che ricavano dall’«esserci» anche loro. E spieghiamo: nutrendo la ragionevole incertezza di svolgere un’attività socialmente utile, il riconoscersi fra gli invitati rafforza in loro il sentimento di autostima e di immedesimazione di ruolo. La condivisione di gruppo resta dunque solo temporanea. Si avvicinano ai vincoli, scambiano qualche battuta leggera, provano a confrontarsi, ma non s’impegnano, per reverenza od orgoglio, in nessun comportamento di condivisione; tecnicamente restano degli sparpagliati. Al contrario, i vincoli integrali rimangono solidali e uniti per tutta la durata della manifestazione.

    Gli Sparpagliati.
    Quella degli sparpagliati è una famiglia più ricca e variegata. Del resto, ognuno fa parte a sé, e ci tiene. Beninteso parliamo di sparpagliati che accettano di consumare l’esperienza degustativa invitati insieme ad altri, perché i grandi solitari, quelli che già vivono la condizione di nuovi maestri, gli assaggi se li organizzano in privatissimi tour.
    Generalmente fanno i solitari coloro che vivono un sentimento di superiorità, offesa dal mancato riconoscimento che invece pretenderebbero vedersi tributare dall’universo mondo. Dunque, molti si atteggiano a modesti. Aspirando ad una sorta di invisibilità se ne stanno appartati come i liceali nelle festicciole scolastiche, e intanto rimuginano malignamente sulla pochezza o nullità delle capacità analitiche, nonché prognostiche di tutti gli altri.
    Altri però non fanno alcuno sforzo di apparire per quello che sono: sono veramente modesti, degli autentici mediocri. Facili nei modi, di un’intelligenza light, naturale e semplificante al punto da essere autori riconosciuti di numerose pubblicazioni.
    E questo procura loro qualche segno di stima.
    Fra gli Sparpagliati meritano di essere segnalati alcuni tipi caratteristici:

    1) L’onesto ragioniere.
    Appartiene alla specie degli sparpagliati puri. Discreto nei modi, non nega un saluto a nessuno, ma niente di più. Giovane un po’ attardato, ha, a differenza dei falsi vincoli, la fondata certezza di star svolgendo un lavoro e di essere qualificato per farlo; che era già, come dire, nel suo quadro astrologico. Confortato in questa idea da periodi di formazione passati presso altri oracoli del vino o associazioni di esperti bottiglieri, costui si dispone all’assaggio come a un’attività sorvegliata a cui si applica con assoluta serietà e devozione. Nel vestire ama il decoro, ma senza apparire: giacche sì, ma dai colori scuri, cravatte smorte, scarpe da impieghi robusti e di lunga durata.
    La sua forma mentale e disposizione d’animo sono di un ragioniere fiero della responsabilità di far tornare i conti: un grigio amministratore impegnato a calcolare senza errori, partitamente per millesimi, le spese di un affollato condominio nella periferia di una grande città. In lui agisce spesso quello che abbiamo chiamato l’orgoglio del pubblicista, un titolo di cui, modestamente, ha voluto subito fregiarsi nel suo primo biglietto da visita.
    Nonostante il suo atteggiamento contegnoso e dimesso, nelle situazioni ufficiali, quali presentazioni e conferenze stampa, non manca mai di prodursi in una sua compiaciuta interrogazione inutilmente argomentativa, sufficiente a persuadere il pubblico di colleghi e operatori della sua preparazione in materia. Della serie, a scelta: so ben io quel che dico, oppure, ascoltate bene ora quel che (mi) dico. È chiaro o no?

    2) Il Data base
    Altro sparpagliato integrale. È persona che ostenta grande familiarità con le moderne tecnologie elettroniche a cui affida, in programmi affollati di indici, numeri e diagrammi, tutti i risultati della sua esperienza degustativa, aggiornata in tempo reale ad ogni sorso. Compagno inseparabile, dunque, è il suo computer portatile che, obbligandolo spesso alla vicinanza di una presa di corrente, lo porta a consumare le sue degustazioni in solitario ritiro.
    Ai Data base appartiene anche un personaggio singolare che, magnificando la sua superiore alfabetizzazione informatica, disprezza tanto i ragionieri quanto i leader dei gruppi dei vincoli. Vero e proprio fuoriclasse, antagonista eccellente, si considera in lotta con l’intero mondo dell’assaggio – e con quello che resta, anche – e saetta giudizi inappellabili sui vini e su coloro che su questi si esprimono diversamente da lui. Vitale, sanguigno e perennemente polemico, è l’unico in grado di assaggiare 99 vini su 99, e di finire il compito prima e meglio – a parer suo – di chiunque altro. Naturalmente, quando va bene, ci vuole un fisico bestiale.

    3) Il giovane Werther
    Personaggio fantastico e immaginativo, ma determinato nella sua follia, il giovane Werther vive con incanto lunare la sua precoce, fatale predestinazione all’assaggio. Alle memorie elettroniche preferisce nere agendine o grandi quaderni sui quali traccia ordinatamente con grafia minuta le sue impressioni. Serio e metodico, chiede con educazione, risponde candidamente alle provocazioni che non riconosce come tali. Alcune occasioni formative con anziani e venerati vaticinatori lo fanno orgoglioso e riconoscente: un miracolato, indifeso alle suggestioni di padri mitici, di maestri e guru paragnosti dei quali subisce il fascino ed ambisce seguire il luminoso esempio. Ma accogliendo come una grazia iniziatica lo svelamento dell’esercizio sensoriale, l’amico non sa vedere questa magia nella sua dimensione più vera, quella squisitamente lucrativa, che i maestri non insegnano ma esercitano duramente. Puro esteta, capace di innamoramenti tenaci e persecutori, versato nella scrittura formalmente ambiziosa, pur d’essere fra la schiera che ammira dei degustatori, soggiace volentieri alla circonvenzione di allegri briganti che lo usano senza riconoscergli alcun compenso.

    4) I nipotini di Veronelli. Ad imitazione del maestro costoro si compiacciono di esibire una sorta di informale rusticità nel vestire, che vogliono rappresentativa dell’onestà e moralità dei loro intenti. Piuttosto che un’anonima giacca scelgono camicie di lana grossa a quadratoni di genere montanaro, piuttosto che borghesissimi cappotti, giubbe di foggia vagamente militaresca, sciarponi e sciarpine piuttosto che cravatte. Anche i comportamenti tradiscono un certo fondamentalismo; come se per loro il tempo si fosse definitivamente fermato alle adolescenziali attività dell’oratorio o delle gite parrocchiali.
    Preferiscono colloquiare in privato con produttori e responsabili istituzionali piuttosto che con i colleghi, con cui non s’impegnano mai in nessuna discussione che riguardi il vino. Si limitano a sorridere loro con garbo e, come cortigiani educati all’arte della prudenza, non dicono a nessuno il proprio pensiero.
    Alcuni sono di così buon carattere da riuscire padri amorosi e mariti soccorrevoli. La tarda giovinezza sorprende altri, più ambiziosi e ancora impegnati in figure di anarchici libertari, a tramutare l’esperienza degustativa in un atto di veggenza mistica o di sregolamento di tutti i sensi. Finendo, talvolta, per farsi male.
    G. Lo Russo, “La Madia”, 2000

  15. ha risposto a Giuseppe Lo Russo: Ho letto con molta attenzione il suo intervento, divertente e articolato. A parte condividerne i contenuti, mi fa sorridere il fatto che un argomento come questo le abbia scatenato una tempesta, perchè è esattamente quello che speravo accadesse. Lei veramente non ne può più, è un fiume in piena e argomenta con precisione e vivacità in modo chiaro e divertente. Apprezzo e condivido le stilettate contro i rappresentanti e distributori, categoria piuttosto approssimativa, dove solo pochi si distinguono per onestà e conoscenza vera della materia. La ringrazio Giuseppe, mi ha divertita. Cristiana Lauro

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