Sì, certo, se ne parlava da tempo, della chiusura – ma non ci si credeva veramente, era una specie di leggenda metropolitana. E invece qualche giorno fa L’Albero Fiorito, l’ultima vera trattoria milanese, ha chiuso definitivamente.

Il motivo? L’età, probabilmente, il tempo che passa, per la trattoria e per Gianni e Pinuccia, il peso degli anni sulla salute.

Non so che tipo di fama potesse avere al di fuori dell’area milanese, questa trattoria che non aveva neanche una vetrina, solo un portone d’ingresso, nascosto dietro una cancellata, in via Pellizzone, una viuzza a fondo cieco dietro piazzale Susa. A Milano, è, era famosa, anche se non era un posto glamour o modaiolo, ma semplice e popolare.

Aperto dalla famiglia Riet, proveniente dal Friuli, L’Albero Fiorito era passato da papà Ernesto e mamma Maria ai figli, Pinuccia e Gianni. L’unica cosa a cambiare in una cinquantina d’anni: l’arredamento, e forse anche il menu e i prezzi, sono rimasti gli stessi.

Questo è il menu dell’ultimo giorno di apertura, il 28 luglio, come sempre scritto a mano da Pinuccia. I primi, 2,50 € (risotto alle erbe selvatiche, pasta con ragù, pesto o pomodoro, zuppa di verdure), i secondi, 6 € (polpette, cotolette, bollito, il mitico formaggio fritto), come l’insalatona sgombro e uovo sodo, i contorni e i formaggi, 2 €, la mela o,60 €.

Come si mangiava? Bene, era una cucina “normale”, che è probabilmente il massimo complimento che si possa fare a una trattoria – no, non a una “bettola” di quelle che piacciono a Rubio, anche perché il termine, nella lingua italiana, ha un significato abbastanza spregiativo, e non è che cambi solo perché Rubio decide che le bettole sono il top.

Ma la cucina, come nei ristoranti stellati, andava di pari passo con l’ambiente, solo che qui l’ambiente era autenticamente d’antan, popolato per lo più da habitué, gente della zona, studenti universitari, pensionati, gente che viveva l’Albero come una “casa”, dove i tavoli erano spesso comuni, dove quando avevi finito di mangiare venivi invitato ad andartene senza tanti complimenti, dove era vietato fare fotografie, se non si voleva suscitare l’ira di Gianni. Le foto degli interni che vedete qui sono state scattate eccezionalmente da una cliente, Annalisa Scarsellini, visto che ormai era l’ultima sera…

No, non sono mai stato all’Albero Fiorito: c’era sempre qualcos’altro da fare, e poi era sempre lì, chi avrebbe mai pensato che potesse chiudere davvero. E poi, sì, era un posto interessante, ma proprio per questo, per quello che era e per come era, mi sarei sentito a disagio a scriverne. E poi, non avrei potuto fare foto: come potevo ricordarmi cosa avrei mangiato, senza le foto? E cosa mettevo su Scatti, dei disegnini? E poi, era a due passi da casa, che quasi non ci pensi, che ci sia, non ti viene in mente.

In realtà, qualche volta ci ho provato, ma non c’era mai posto, c’era sempre gente fuori, la coda, e allora ripasso, tanto, è sempre qui…

Addio, Albero Fiorito. Chissà se gli amici potranno comprarsi un mobile, una credenza, una sedia, una padella – avere un ricordo di un posto del cuore, sarebbe bello.

[Immagini. iPhone Emaniuele Bonati (esterni), Annalisa Scarsellini (interni)]

14 Commenti

  1. ma come e’ possibile scrivere di un luogo se non ci si e’ mai stati? mai visto l’interno, mai parlato con gianni, mai assaggiato niente della cucina, mai respirato l’aria del locale… assurdo… descrivete i locali che frequentate… tutti saccenti di cibo vino e nostalgici dell’ultimo momento..ridicolo.

  2. Caro -poco- anonimo commentatore (ma avete tutti paura a mettere un nome, soprattutto quando scrivete delle assurditàridicole?), come -non- avrai capito questa non è una recensione di un locale, ma la notizia, o la cronaca, della chiusura di un locale. Che può fare chiunque, anche se sta nel Burundi. Tutto quello che scrivo come commento o dettaglio realistico l’ho ricavato dalla voce di amici e conoscenti, da gente che c’è stata, da quello che è stato scritto in rete. Come peraltro scrivo chiaramente.

  3. una notizia e’ una cosa. tu hai scritto una recensione su un locale che chiude. insieme alla notizia ci hai ricamato una recensione. non prendiamoci in giro.
    guarda scrivi pure che gli asini volano… e aggiungi che “l’hai ricavato dal racconto di gente che l’ ha visto”..

    • In una recensione si esprimono opinioni su quello che si è mangiato visto letto ecc – qui no. Punto.
      Non ho scritto “ho mangiato benissimo” oppure “ho mangiato da schifo”, ma ho detto chiaramente non ci sono stato, riferisco quello che si dice, non esprimo giudizi.
      E che senso ha una recensione di un locale chiuso? è una contraddizione, non trovi?
      Ma è mai possibile che nemmeno le cose più semplici oggi vengano prese per quello che sono?

  4. Grazie per aver scritto questo articolo. Anch’io dovevo andarci e non ci sono mai andato. Difficile trovare posto, trovare l’occasione; ma si tanto prima o poi ci vado…
    Sinceramente dispiaciuto per la chiusura.

  5. Io all’Albero Fiorito ci sono cresciuta, dai tempi dell’università con 4 soldi in tasca fino ai miei 50 anni adesso. E’ stato il posto dove ho portato il mio compagno la prima cena insieme, dove i nostri 3 figli hanno pranzato e cenato più volte. Il caro e rude Gianni ci mancherà molto, come quell’angioletto della Pinuccia. Panini contati per il numero di persone e formaggio grattuggiato da chiedere sul primo, ma in tavola mai (uno spreco!). Condivisioni fantastiche di tavoli con gente simpatica e mai vista prima: assortimenti casuali creati dal Gianni, compagnie improvvisate di una sera. Ci sarebbe voluta una cena di ringraziamento, cucinata da tutti noi, con Gianni e Pinuccia con le gambe sotto il tavolo. Ragazzi…..che nostalgia, che bellezza! Stefania

    • Posso ringraziarti, Stefania? Non so di cosa, non tanto per aver commentato, no – non so, forse solo per aver condiviso un ricordo, dolcissimo.

    • Anch’io ci andavo ai tempi dell’università, inizio anni ‘90. Ero al Poli e vivevo con altri studenti in Viale Romagna. Il Gianni aveva “compassione” di noi giovani di belle speranze, affamati e senza soldi. Con 10’000 lire mangiavamo primo, secondo e contorno e il Gianni ci offriva un 1/2 di sfuso! Erano delle belle belle cene, allo stesso tavolo c’erano calzolai, impiegati di banca, camionisti, universitari, sfrattati, pensionati soli, operai dell’ENEL, dei senza fissa dimora…tutti o quasi gli strati sociali. Si parlava di tutto, Del Milan, di Pelletteri, di Cindy Crowford e la cosa bella era che il Gianni trattava tutti allo stesso modo! Sembrava ancora la tipica trattoria della Milano degli anni 60/70. Però se non mi sbaglio il Gianni non voleva che si fumasse nell’interno,o forse mi sbaglio! Poi c’era una cameriera che si chiamava Mercedes…

  6. Ho cominciato a frequentare l’Albero Fiorito, da universitario, quando ancora c’era il papà di Gianni al banco, la mamma in cucina, lui e Pinuccia ai tavoli. Si spendevano circa 3000 lire. C’erano regole ferree da rispettare: ci si sedeva tassativamente dove diceva Gianni per occupare al meglio tutti i tavoli, bisognava ordinare super velocemente quando era il momento in cui Pinuccia o chi la aiutava passava al tavolo, il conto lo si dichiarava uscendo, compresi i panini e senza sbagliarsi, Gianni se ne accorgeva. Alla fine del pasto una o più ‘medicine’, una grappa alla ruta ‘cattiva ma che fa bene’. Sul locale e sui vari personaggi che ci gravitavano ce ne sarebbe da parlare per ore e ore. Peccato che abbia chiuso, ma in effetti non penso ci sia più nessuno in grado di gestirlo come hanno fatto loro per tutti questi anni. Rimane nel mio cuore come nessun altro posto.

  7. Ringrazio tutti coloro che hanno lasciato un ricordo che mi ha riportato indietro nel tempo. Eravamo studenti e lavoratori, tutti assieme condividevamo spazi e gioia di stare assieme. Ricordo i due quadretti appesi al muro della saletta interna con le foto di Inter e Milan dei primi anni 70 e le coppe impolverate sulle mensole di chissà quali tornei di carte e la cella frigo con le pareti di legno. Ricordo con affetto Gianni con il suo Refosco e i menù scritti a mano. Pensando all’albero l’ho sempre associato ad un luogo dell’anima dove il tempo era cristallizzato in ambienti e persone indimenticabili. Peccato non averci portato mia figlia

  8. La mia mamma era una persona molto bon ton. Non snob, nell’accezione comune e non etimologica del termine, ma abituata a luoghi formali, almeno in pubblico. La prima volta che l’ho portata all’Albero Fiorito avevo 19 anni, ero un’universitaria squattrinata come tante altre e avevo deciso di invitarla fuori a pranzo. “Non in uno di quei fast food, ti prego” mi aveva detto con il sorriso. E io “no mamma, è proprio un ristorante” ridendo. Siamo entrate all’Albero Fiorito e Gianni ci ha fatto sedere con altre due persone: una studentessa universitaria e il suo papà. Abbiamo chiacchierato e riso tutto il tempo, mangiato gorgonzola cremoso, bevuto vino rosso dalla caraffa. Quando è morta non sono più riuscita ad entrarci, quello era il nostro posto speciale. Mi dicevo sempre che un giorno ce l’avrei fatta, ci sarei tornata da sola e avrei sorriso immaginandola seduta lì, a mangiare con degli estranei e a sorridere al rude Gianni. Ciao, Albero Fiorito.

  9. Ciao Lele il tuo racconto da “non cliente” è molto ma molto fedele, io da studente ho frequentato l’Albero Fiorito per 4 anni dal 82 all’86
    Ti lascio alcune chicche:
    1. quando entravi dovevi assolutamente aspettare che “il Gianni” ti assegnasse il tavolo (pena la fucilazione)
    2. Quasi ogni giorno sul bancone c’era un bottiglione di vino offerto da chi festeggiava il compleanno
    3. Sulle pareti due cartelli simbolici: uno scheletro con ‘Fumare fà male’ e lo spietato ‘Vietato Sputare per terra’.
    PS (4.) il formaggio fritto era veramente un mito.

  10. Confermo quanto descritto da altri avventori sul clima del posto e la genuinità dei piatti. Il prezzo dei secondi comunque era 4€!! (6 era quello dell’insalatona)

  11. Uno dei posti dove da universitario di via Moretti si andava negli anni 80, espatriato dopo 20 anni ripasso dall’ Italia e una sosta obbligata sarebbe stato qui per un formaggio fritto, una ricerca sul Google e scopro che ha chiuso. Peccato, comunque non penso nessuno potesse sostituire quelle persone. Il baffo sicuramente era capace di mettere tuti in riga. Una bella mela era anche d’obbligo dopo il non troppo leggero formaggio fritto 🙂

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui