divinopaolini.cin Sinefinis, Senza confini è il vino che unisce

divinopaolini.cin (esatto: .cin…) è un aperitivo, trailer e “olivetta” di un sito che avrebbe dovuto vedere la luce tempo fa e che, frenato da impreviste quanto traumatiche circostanze, torna ora in rampa di lancio, avvalendosi intanto dell’ospitalità affettuosa di Scatti di Gusto, basata sul feeling consonante e i rapporti amichevoli con il suo staff. E nulla esclude, dalla mia parte, che essa possa divenire in futuro una coordinata coabitazione.

Giorgio Napolitano con il produttore sloveno Matjaz Četrtič (a destra); in mezzo (il più alto) il presidente sloveno Türk.

Che lingua parla il vino? Se il rumore di fondo di interventi troppo invasivi, ruffiani o mal calibrati non l’ha sovrastata, parla ovviamente la lingua della sua terra. E a corredo, come in un coro intonato, quello della sua, o delle sue uve. La lingua della terra, a sua volta, è indifferente all’umana babele. Se ne frega dei fili spinati, delle sbarre mobili o immobili, delle divisioni daziali e catastali, persino dei titoli di proprietà. Subisce solo, se perpetrati, gli stupri degli inquinamenti e degli sbancamenti, delle cementificazioni selvagge e del prosciugamento delle sue falde vitali. Ecco perché ogni vino che si richiama, per dire la sua, a quel linguaggio essenziale, è fortemente candidato a essere un vino che mi piace: uno di quelli che per me sono (se ben secondati, è ovvio, dalla mano che li fa) i vini giusti. La candidatura diventa poi vistosa se quel vino, per fedeltà alla logica dell’“unica terra” di cui è figlio, ignora senza fare un plissé il particolare che le vigne da cui nasce stiano in due Paesi diversi. Non è un caso unico, specie al confine tra Italia e Slovenia. Ma il Sinefinis (“senza confini”), il vino in questione, è il primo programmaticamente pensato così. E non a caso “inaugurato” con un brindisi tra due capi di Stato, Giorgio Napolitano e Danilo Türk, e i due co-produttori, Roberto Prinčič, San Floriano del Collio, e Matiaz Četrtič di Quisca, Slovenia.

Sembra passato un eone, e invece sono in fondo pochi anni da quando una scuola di Nova Goriça e una di Gorizia, in pratica la stessa città, ma recisa allora a metà da una rigida barriera confinaria, giocarono una simbolica partita di pallavolo che aveva per rete un muro di cinta e adottava una regola speciale: niente cambi di campo, perché per farne si sarebbe dovuti schizzare al più vicino varco di confine (3 km), andare “all’estero”, e poi correre a riprendere posto in campo. Ironico sberleffo alle stoltezze umane, e inno all’Ue in corso d’ampliamento, le immagini di quel match fecero il giro d’Europa. Quelle relative al gioco sfizioso del Sinefinis, sbarcato in Quirinale durante la visita a Roma del Presidente sloveno come calice dell’amicizia tra i due Paesi, paiono chiudere al meglio la parabola avviata allora.

Fosse solo simbolica ed edificante, però, la storia dello spumante sovranazionale (un metodo classico, 18 mesi sui lieviti e 100% Rebula, alias Ribolla, l’uva più autoctona – perdonate la forzatura logico/lessicale – della sua area) ci interesserebbe, ma fino a un certo punto. Qui si parla e si parlerà essenzialmente di vino in quanto tale. Ma proprio in questo contesto il Sinefinis è un caso esemplare. E aiuta a capire.

La terra da vino parla, dicevo su, un suo linguaggio. Decodificabile attraverso la zonazione: un insieme di esami e comparazioni in cui prevalgono gli aspetti pedologici e pedoclimatici (per eventuali irriducibili bungabungers & fan: parliamo di suolo, non di feticismo né di concupiscenza su minori), e che schiude ai vitivinicoltori consapevoli e ai loro consorzi porte preziose di consapevolezza.

Che il Collio/Brda (in italiano e in sloveno) sia di qua e di là del confine un’unica superba, coesa zona da vino, lo sanno da sempre i produttori locali. In primis gli italiani più accorti e fortunati, da sempre muniti di vigne “di là” (anche quando era un’arrampicarsi sugli specchi e ci si scambiava uve da un’apetta carica a una scarica ai due lati della sbarra di confine pedonale riservata ai “residenti”).

A sinistra il produttore italiano Robert Prinčič, in centro Matjaz Četrtič e a destra il presidente sloveno Türk

Oggi che la logica europea ci rende (ancora in parte, ma sempre più) concittadini e consociati, e dopo che l’esperienza dei vecchi vinnaioli del Collio è stata confermata da ogni studio, il messaggio del Sinefinis è trisvalido: ricorda che il vino è terroir nella sostanza, al di là di come esso sia formalmente spartito; riafferma che fare insieme è mille volte meglio che fare contro; ed entra in pieno nel nuovo mood legato alle regole comunitarie: nell’Unione infatti una coerente regione transnazionale, con parametri comuni di sviluppo, vanta, proprio perché nel “drive” unitario giusto, più titoli di tangibile credito europeo di qualsiasi interessato, gretto localismo e di qualsiasi gelosa quanto asfittica riproposizione di presunte eredità post celtiche, cimbriche o anticoromane, di cui frega qualcosa solo a politici populisti a caccia di consensi dalla parte meno produttiva della popolazione: i fessi). Lezione tanto più attuale e preziosa, nel proliferare delle une e degli altri: è di giorni il parto, da noi, di due nuove mini Doc, Villamagna, il cui nome è quello di un Comune chietino di 2.500 abitanti, e Ortona, ancora Abruzzo, ridente località balneare, aggiuntesi al già nutritissimo Risiko delle Dop all’italiana: nessun preconcetto, per carità, tanto più da parte d’un abruzzese; ma siamo davvero certi che sia questa la strada? Esperienze pregresse e numerose non parrebbero così incoraggianti.

Il Sinefinis, figlio legittimo del Collio/Brda, è lì a proporsi come termine di paragone dialettico, nella sua coerenza di vino di territorio, ma dalla vista ampia e lunga: antica nelle radici, moderna nelle implicazioni.

Lo fa, nel bicchiere, con un paglierino dai riflessi erbacei, un naso che parla presto di pesca e di frutta gialla, ma anche di pane e erbe fini. E con un gusto fresco, nitido, ravvivato da una bolla di dimensioni e fittezza giuste, e da un finale asciutto, sapido, di nuovo ben condito di erbe e agrumi, e appena gradevolmente amarognolo, con il risultato di una gustosa lunghezza. Secondo i parametri di Scatti, che mi ospita, e che dunque omaggio ricambiando la cortesia, merita di slancio l’ambita onorificenza del Secchio. Se un limite, minimo, è da annotare, è il desiderio residuo di una minima complessità ulteriore. Centrabile forse allungando i tempi di contatto con i lieviti. Del resto, si sa, fare ancor meglio, per tutti, è una di quelle chance che non hanno confini…

9 Commenti

  1. bravo Antonio, il vino e il concetto di territorio, vanno al di la della geografia politica. ma unisce l’essenza vera dell’idea di nazione e cultura comune! Come avviene in collio…

    Ps. Spero proprio che come dici nell’occhiello che divinopaolini “possa divenire in futuro una coordinata coabitazione”, la cosa più bella è coabitare con gli amici 🙂

  2. Bellissimo articolo, ben scritto e condivisibile negli assunti… La sola domanda è ma non sarebbe stata meglio una rebula ferma come vessillo dell’unione del collio?

  3. “Che lingua parla il vino?…parla ovviamente la lingua della sua terra”

    Premetto, come da rito, che io parlo da semplice e ignorante bevitore, ma la domanda e la risposta, perfettamente motivata e quindi convincente, è, secondo me, troppo convincente. Nel senso, lo dico con molta circospezione, che annuso qiaòcosa che non mi torna proprio nella domanda, che contiene un’affermazione. Che il vino parli.

    So in che universo di senso si afferma che il vino parla. Esattamente come si dice un’opera, parla. Addirittura si arriva a dire che questo tramonto delle Cicladi, parla.

    Ma chi, in veriità, parla?
    Io credo che parliamo sempre e solo noi e che cerchiamo spesso, a posteriori, una coperta che nasconda questo insostenibile ma ineluttabile atto di presunzione.

    La spia di questo me la fornisce il lucido Antonio. Leggete bene questo passaggio.

    Ecco perché ogni vino che si richiama, per dire la sua, a quel linguaggio essenziale, è fortemente candidato a essere un vino che mi piace:

    C’è l’astuzia della ragione, che qui batte il suo colpo. In quel fortemente candidato. Che io traduco certamente in modo impreciso, così: il legame autentico con la terra non è assolutamente sufficiente per arrivare alla mia linga. Che, nel caso del vino, come delle opere come dei tramonti, è ed è solo, la lingua del piacere.
    Attenzione, non affermo che di vino e di arte non si possa e si deva parlare attraverso lingue storiche, sociologiche, geografiche. Dico che queste lingue sono lingue di “classificazione” , sono lingue di ordine.

    Mentre la lingua del piacere, è la lingua del disordine. del contradditorio. Per questo Antonio “candida” un vino legato ad una terra come vino a lui gradito. Perchè sa che l’accoppiata “vinoterra” non è sufficiente a parlare.

    La domanda dell’incipit, mi sembra dunque tanto inappuntabile e “chiave” da nascondere egregiamente un terremoto che non cessa di produrre scosse e precarietà.

    E che, per me, onestamente, potrei esporre solo con una domanda che precede quella dell’articolo.

    E’ il vino che parla, o sono io che parlo di vino?
    Come tutte le domande radicali, non sono componibili con un entrambi.

  4. @ grazie a tutte/i per l’attenzione
    @ umberto: la tentazione di rispondere alla romana “a Umbè, nun te se pò nisconne gnente….” è troppo forte per rinunciarci… Ma poi molto più seriamente (e ringraziando umilmente e di cuore per aver nobilitato con le tue osservazioni il mio post, aprendo questioni che vanno ben oltre i confini che si era dato) la risposta è: sì, certo, è in parte come dici tu. Perché noi umani e solo noi, appunto, traduciamo le cose in simboli, cioè sistema linguaggio, poi li facciamo interferire e interloquire tra loro in quanto tali, e ne ricaviamo nuova realtà: che chiamiamo di volta in volta arte, letteratura, idee… Ma che va a modificare il mondo così com’era dato. E crea dunque nuovo linguaggio per “raccontarla”, esprimerla, descriverla, comunicarla. E dunque certo, la lingua è nostra, e nostro il suo codice. Ma il mondo la parla quando vi entra, e quando noi lo “ascoltiamo”- “Ascoltiamo” un vino. diceva Veronelli (che viene sempre a proposito quando vuoi fare figura e avere ragione… ;-)). E se ti parla, perché non ascoltarlo?? Certo se si limita a balbettare la parola “terra”, come un bambino “mamma”, può intenerirmi, ma forse non è il discorso sensoriale che preferisco ascoltare. Bisogna che dica di più, e meglio. Ma se comincia nel bicchiere il racconto: “C’era una volta la mia terra… e c’è ancora, la senti?”… bè, ecco che già ci muoviamo verso…
    mi sono spiegato? spero di sì. Un abbraccio.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui