Quasi Rete. Per sapere quello che i biodinamici non vi raccontano

Vino

Una volta, un bel po’ di anni fa, mia nonna venne a prendermi a scuola. La vecchierella (aveva una settantina d’anni all’epoca, ma era tostissima, ammassava tre chili di fettuccine stendendo a mattarello a velocità supersonica, e tagliava i taglierini senza guardare, con il coltello a lama isoscele grosso, e senza mai amputarsi, come avrei fatto io un secondo, mezza mano; in più, qualsiasi tempo facesse, neve o non neve, e a L’Aquila non era certo una rarità, alle sei del mattino usciva, a piedi, per andare a Messa, e tornava carica di vettovaglie che iniziava di volo a cucinare mixando i suoi saperi montanari e contadini con i saperi alti ereditati dal marito defunto, già cuoco alla dipendenze di casa Savoia), lei, era contraria, per la verità, a questa forma di sitteraggio. Ma sapeva che avevo avuto qualche guaio con dei compagni di un’altra classe, più grandi di me. E allora, eccola. Per dirmi in dialetto stretto (la lingua dei momenti duri): quali so’, quissi? Embè? Parlaci, no? Però co’ ‘na pietra in mano. Cuscì te stau a sentì.

Per parlare con gli amici biodinamici (sempre di più, sempre più buoni i loro vini, in media: abissalmente cattivi alcuni, ma è la dura legge della vita e del gol, abissalmente buoni altri, e una volta di queste vi dirò anche quali: in divinopaolini, naturalmente) non ho mai pensato di dover impugnare una pietra. Mi sono accontentato di una mail, e a tutti quelli con cui ho abbastanza confidenza, ho chiesto di mandarmi, per aiutarmi a capire, il loro protocollo: ovvero, non solo quello che “non” fanno (usare lieviti selezionati, intervenire in campo con molecole chimiche di sintesi, antiparassitari, fare fricandò in cantina, o altro) ma anche quello che fanno. Ovvero di descrivermi passetto passetto il modo in cui applicano una modalità colturale ed enologica che, libro di Joly a parte, ognuno continua a cantarmi su una nota e ad un’altezza timbrica (tanto per usare un eufemismo) assai diversa.

A farla breve, non mi hanno dato troppa soddisfazione. I pochi che hanno almeno provato a farlo, tocca dirlo, sono quasi tutti francesi, o austriaci, o sloveni. Forse gli amici italiani non si fidano (italianamente) troppo (pensano magari che potrei un domani smettere di fare quel che faccio, e mettere su un vigneto e mettermi a copiare, qui a Monteverde Vecchio, Roma, dove sto scrivendo e abito, o a L’Aquila stessa, la mia patria, tra i pezzi di case puntellate che nessuno ha la decenza di abbattere per farle ricostruire, perché tenerle puntellate rende – a chi affitta i puntelli, li ha messi, e un domani, quando starà comodo, li toglierà – e non impegna. Per ricostruire servono i soldi che “ci sono”, dicono tutti i preposti a cascata, ma chissà perché, non escono fuori mai).

Scherzi, ed elegie civili, a parte: quando ho davanti però produttori così bravi e che si dichiarano così attaccati ai metodi naturali e all’ambiente letto dal versante vino, come Daguenau, Vajra, quelli di Trevallon, Nadi Foucault, quell’ineffabile Harry Potter grandicello che è Anselme Selosse: e soprattutto, quando ho davanti la dichiarazione che vogliono, uno alla volta, raccontarsi, per poi consentirci ancora una volta di assaggiare, con rispetto e piacere, le loro creature, non posso, ovviamente, che esserne felice.

Eccolo, allora, il blog di questa puntata di Quasi Rete. E’ quello dell’Union des Gens de Métier, inventata appunto da Dagueneau, estesasi pian piano come il contrario di un virus, qui come una “sanità” contagiosa, arruolando scienziati come Rainer Zyrock (scomparso, come lo steso Daguenau e come Henri Jayer, un altro della straordinaria combriccola) e cuochi amici (anche in una tempesta si deve mangiare, sosteneva il Cuoco di Salò, creatura capolavoro di Francesco De Gregori) come Didier Clément.

Quelli dell’Union (in quindici) saranno in Italia l’8 aprile per  Terroirs UGM con doppia sessione di degustazione al Vinitaly. Da ora ad allora, sul blog <la voce degli amici racconterà di ognuno di questi grandi vignerons>. E se voi starete collegati, sarete della partita. Magari gettando un occhio ogni tanto anche su un altro blog linkato, quello di Olif, uno che si definisce “terroiriste, hedoniste, jurassious”. Serve tradurre? Spero di no. Come per il dialetto della nonna… Buona immersione. Ne riparliamo presto. E comunque, di certo, ad aprile.

Foto: journal.finewinepress.com, lepoint.fr, nytimes.com, ravenna24ore.it, weimax.com