Alta Fedeltà. Dieci vini ‘artigianali’, tra bookends e bottiglie all’indice

Tempo di lettura: 5 minuti

Si parla sempre più di vini naturali, nel nostro piccolo mondo. Se ne parla spesso in maniera manichea e dualista. In una contrapposizione facile ed immediata tra favorevoli o contrari. Quasi fosse una chiave di interpretazione del mondo. Non ne posso fare a meno, i dualismi non mi piacciano e mi sembrano una maniera semplicistica, ed anche un poco ingenua, di misurare l’esistente.

Credo (come ho ripetuto fin troppo spesso) che la definizione di ‘vini naturali’, più che una categoria, diventi un giudizio. Una sentenza che tende a sminuire tutti gli altri. Ma poi cosa significa ‘vino naturale’? Come si riconoscono e quali sono i confini entro i quali muoversi? Boh! Non lo so… E nessuna distinzione mi convince. Rinaldi è forse più naturale di Conterno? Pepe più di Valentini?

Allora avverto tutto il limite di questa distinzione. Ne saggio i suoi confini confusi. Per non parlare di quanti parlano di vini biodinamici. Sarebbe come parlare di macellerie biodinamiche, un evidente nonsenso. Ma una cosa è certa: non tutti i vini vengono fatti nello stesso modo, con la medesima vocazione e attenzione. Allora?

Allora sempre di più, mi torna in mente quanto detto con Francesco Valentini in tante discussioni animate e approfondite. La sola distinzione che avrebbe senso è quella tra vini artigianali e vini industriali. Non una distinzione necessariamente qualitativa, ma una distinzione metodologica. A nessuno verrebbe in mente di confondere, per esempio, il Pastificio dei Campi o Verrigni, con De Cecco o Garofalo, appare subito chiaro che fanno parte di campionati diversi. Così nel mondo del vino bisognerebbe separare gli ambiti.

Oggi nella mia abituale sosta al Goccetto, davanti ad un delizioso bicchiere di Pievalta, ne parlavo con un’amica americana, nostra lettrice e buona assaggiatrice. La sua domanda è stata: “quali sono i bookends per te nei vini artigianali”. La mia risposta è stata immediata: “De che parli”? I bookends in inglese significa i reggilibri, quegli oggetti che si mettono alla fine e all’inizio della libreria per evitare che i libri caschino. Nel linguaggio comune, poi, sono diventati i capisaldi (in positivo e negativo) di una questione.

Ecco allora di nuovo la vertigine della lista, la compilazione come interpretazione del mio mondo e avvicinandosi il martedì, giorno di liste, l’idea… la lista di questa settimana, è doppia: i bookends del vino artigianale. Quei confini, che secondo me, segnano il punto di non ritorno di questa ipotetica tipologia.

Quelli senza cui stare mai più senza:

1) Trebbiano di Valentini. Per me il prototipo di casa. Solo sentirne il profumo vivo e sottile, mi fa pensare ad Itaca, al ritorno a casa, a serate tra amici. Un grande bianco dalla tenuta nel tempo epica. Il millesimo più antico che ho assaggiato è il 1972. Me lo sono finito in pochissimo tempo, con gioia e allegria. Un vino da bere, più che da parlare. Beverino

2) Monfortino. La riserva di Giacosa Conterno per me è strepitosa e sempre emozionante da assaggiare. La mia preferita sino ad ora è il 1971, ma sono ben lontano da aver messo un punto. Un Barolo che sa di langa, dalla trama tannica impenetrabile e dai profumi sottili e struggenti di rosa e balsamici. Qualcuno dice che non è più lui, ma assaggiate il 2002 e mi direte. Monumentale

3) Pergole Torte. Ovvero lode al Sangiovese vinificato in cemento. Sono di parte, il cemento è heimat, mi ricorda la cantina di mio nonno a Miglianico e la sua convinzione che fosse l’ambiente migliore per vinificare. Ogni volta che sento questo Sangiovese non posso fare a meno di pensare che avesse ragione. Un rosso affilato e elegantissimo, con una beva compulsiva e facile, ma per nulla banale. La complessità è presente ma supportata da una apparente facilità. Verticale

4) Borgogna aligotè di Coche Dury. Un piccolo grande vino. Tagliente e affilato, ma insieme piacevolissimo e complesso. Appena ne trovo in giro non posso fare a meno di berlo e ogni volta mi da una gioia! Una volta l’aligotè era l’uva dei bianchi di Borgogna, soppiantata dal più nobile Chardonnay della cui grandezza in quel territorio sappiamo tutto. Cohe Dury ha continuato a vinificarlo per un grande piccolo vino. Glocale

5) Moscadeddu di Dettori. Non amo i vini dolci, non sono proprio nel mio gusto. Il registro del dolce mi è ostico in ogni declinazione. Ma quando ho assaggiato questo è stata folgorazione. Un vino integro, dai profumi suadenti e mediterravnei. Non solamente dolce ma retto da una bellissima acidità e freschezza. Mediterraneo

Quelli che il mio nome è mai più:

1) Sagrantino Pagliaro di Paolo Bea. Qualcuno parla di eleganza rustica, sarà. Io personalmente lo trovo in ogni assaggio di una rusticità insopportabile. Lontano dai mie gusti e sgraziato. Sgraziato

2) Ribolla gialla di Paraschos. Adoro alcuni bianchi del Friuli, ne ho bevuti a secchi. Ecco, bere a secchi è quanto di più lontano ci possa essere da questo vino. Come lo assaggio mi vengono in mente aggettivi come pesante, terroso. In generale temo che la macerazione sia spesso un problema, tende a mettere in primo piano il metodo sul vitigno, questa poi per me è difficilissima.

3) Amarone, Dal Forno. Lo so è un mio limite, l’Amarone proprio non mi va giù. Sarà la difficoltà con il registro del dolce, ma non ce la faccia. Questo poi è un fuoriclasse, per concentrazione e potenza. Proprio queste peculiarità che lo fanno tanto apprezzare a me lo rendono particolarmente ostico. Concentrazione

4) Ariento, di Massa Vecchia. Ho simpatia per questa azienda, il rosato lo trovo delizioso. Ma questo vermentino in purezza non mi ha mai convinto. Se penso al vermentino, penso ad un vino fresco e beverino, non questo. Amici di cui mi fido me ne parlano assai bene, per questo lo assaggio spesso, alla ricerca di quella bottiglia fortunata tra “polpa e acidità”. Io non l’ho mai trovata, ma ho trovato spesso ossidazione e peso. La prossima sarà quella buona.

5) I bianchi dello Jura. Sarà un mio limite, ma non ne ho trovato mai uno che mi convincesse pienamente. Li trovo insopportabili nel loro tono di maderazione. Pesanti

Foto: sarfati.it, superherotimes.com, acquabuona.it, abcvino.com

52 Commenti

  1. Divertente! Vediamo di giocare, allora i miei bookends:
    Monprivato, assaggiato varie volte sempre un piacere, fresco e potabilissimo, da bere!
    Montepulciano Praesidium, mi sono stufato di provarlo, spinto dai peana che si leggono in giro. Sempre pesantemente ridotto e rustico. Improponibile

  2. Nel bene:
    Bouzeron Aligoté A&P de Villaine le trousse del perfetto bevitore ne dovrebbero contenere almeno una dozzina sempre. Da comprare come le rose. Appunto.
    Tirle di Caprandole, perchè sono di parte, ed è il vino di famiglia.
    Chianti Classico Ris. Il poggio Castello di Monsanto. La Toscana che amo.
    Barolo Cascina Francia G. Conterno.
    Il Montepulciano Valentini.
    Nl male non uso i bookends preferisco che le cattive bevute cadano nel oblio,

  3. bella la vertigine della lista ma ancora di più la definizione di due categorie diverse, simili e concrete in cui possiamo più facilmente suddividere i produttori e i loro vini, bravo Alessandro!

    da tempo sono convinto che le il panorama di riferimento (agricolo enologico commerciale) in cui operano le aziende vinicole sia molto differnziato e vada affrontato in maniera molto diversa a seconda che ci si chiami,per esempio, Antinori o Dettori

    attendo la prossima settimana una puntata sui vini non artigianali
    ciao pt

  4. Cascina Francia di Conterno 2006, già buonissimo, me lo bevo a secchiate!!!! Ma l’ho già detto. La Ribolla di Paroschos per me è imbevibile. E’ il classico esempio di vino antipodo, per dirla con Umberto. Non lo riesco a bere e quando mi è capitato a tavola, per la prima volta dalla mia prima comunione ho bevuto acqua liscia!!! E’ un vino che mi fa smettere di bere. Praesidium per me è terribile, Amarone Dal Forno merita rispetto, ma proprio non ce la faccio, non è nelle mie corde.

  5. E basta con questo Pievalta! non ne posso più! Da Roscioli al Goccetto, fai 200 metri e devi bere Pievalta. Lo vogliamo dire che è un vino fiacco? Semplice, (troppo semplice) e da voi decisamente sopravvalutato? O faccio la solita figura da Black Mamba che non si sta mai zitta? E’ un vino modesto, ne parlate e ne bevete troppo!

  6. Certo che è sempre più difficile starvi dietro, parlate di vini che chi li conosce… Se togliete monfortino che di nome conosco e dal forno che adoro! Gli altri chi li ha mai assaggiati…

  7. ha risposto a Ugo: Ugo, in effetti non sono vini molto commerciali, però Pergole Torte, Coche Dury, andiamo, non mi dire che non li hai sentiti nominare? Ugo, ma dove vivi? 😉

  8. ha risposto a Cristiana Lauro: Io vivo a latina, chiaro che alcuni nomi li conosco… Ma dal conoscerli all’averli bevuti ce ne corre. Per quello vengo qui, perchè è un poco come Berli… Però dal forno non me lo dovevate toccare. Adoro L’amarone e dal forno in particolare! Ma che vi ha fatto?

  9. la redazione è in subbuglio, Pievalta – come Monprivato – divide
    è divertente vedervi bisticciare, tanto lo so che basta stappare una robina buona per farvi contenti

  10. ha risposto a Ugo: ma figurati, non ci ha fatto nulla, ci mancherebbe! Anzi, credo gli si debba rispetto, solo che sia io che Alessandro non amiamo la tipologia, molto alcol, poca acidità. Insomma, un po’ il contrario di quello che a mio giudizio è la piacevolezza del vino. Per me l’Amarone è un vino trombone. Ho fatto una rima da Signor Bonaventura. Complimenti…

  11. ciao alessandro,
    finalmente fai una classifica è questo mi fà impazzire….
    1) Trebbiano Valentini…. per tutta la vita
    il più grande bianco al mondo, non c’è partita. Sui bianchi si lotta dal secondo posto in giù.Non si discute.
    2) Monfortino: vedi Valentini
    3) C. Dury ottimo ma preferisco i vecchi Culee de la Serrand. Ah, ma non sono biodinamici?Pardon.
    Infatti erano spaziali
    4) i vini dolci sono roba da femminucce. Un maschio alfa non li beve. Punto
    5) Dal Forno out. Non mi piace punto e basta
    6) Bea. il vino che fà amatorialmente mio suocero in Basilicata, è meno rustico e molto più piacevole. Una bott a chi non ci crede. naturalmente OMAGGIO
    7) Massa Vecchia è l’icona del vino ossidato. Dopo 3/4 anni è imbevibile. Ho provato a farlo invecchiare ma i risultati sono drammatici: risultato? ho buttato i miei pochi euri a disposizione per la cantina privata
    8) I bianchi dello Jura…. perchè fanno il vino lì? pensa che quando insegno ai corsi dell’AIS lo Jura neanche lo nomino!!!!!!
    9) scusa Alessandro ma manca il re del vino imbevibile: Gravner.
    La cosa strana sulla tua classifica è che la penso, come hai notato, come te.
    E questo mi preoccupa alquanto………

  12. ha risposto a luca panunzio: ciao Luca, certo che il Trebbiano di Valentini è un grandissimo però lo darei numero uno assoluto solo nel campionato italiano, penso che ll vino assoluto non esista e lascio vacante il titolo
    però la Coulée non vale un Bourgogne, dai! lo chenin è affascinante ma col tempo radicalizza il suo carattere senza acquisire sfumature come un grande Meursault o uno Charlemagne! senza dimenticare il grande riesling, mi raccomando

    confesso di avere un debole per i vini di Gravner, è uno degli autori che non discuto mai (se fosse uno scrittore leggerei anche le sue liste della spesa!)
    a presto pt

  13. ha risposto a paolo trimani: La Borgogna bianca, quando è buona e non esagerano con la concentrazione e il legno non ce ne è per nessuno! Su tutti i bianchi di madame Leroy, sono fuori solo per mancanza di spazio…

  14. ha risposto a paolo trimani:
    gravner non fa un vino, ma un’altra cosa.
    se si chiamasse Antonio o Giovanni tu e Alessandro neanche la berreste, fermandovi all’esame olfattivo.
    per quanto riguarda Valentini portate una bottiglia di un bianco a vostra scelta, di un annata a vostra scelta ed io metto Valentini.
    Non ci sarà partita
    e soprattutto ad € 10 volte meno

  15. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Ho organizzato nel 2008 una verticale di vini di Gravner. Un ossidazione ed un’imbevibilità pari allo zero.
    Poi il dramma: prende la parola lui e dice: i miei vini non vi devono piacere ma piacere a me: infatti quello che avanza lo vendo………….
    Alessandro, dalle nostre parti si dice: “ma arical da sù piticone”

  16. Alessa’ , nessuno t’ha fatto le pulci sull’accoppiata Monfortino – Giacosa ? Eccome qua ! 😀
    Anyway mi trovo molto con i “vertici” . Con gli “abissi” una domanda : prendi Paraschos come capro espiatorio oppure è proprio la tipologia (Gravner compreso quindi) a non andare giù ? Sulla Sagrantino io trovo il più interessante quello di Antano mentre sull’ Amarone me garba assai Meroni che ha uno stile assai classico e lieve (sempre in riferimento alla tipologia)

  17. Due domande. Puoi tracciare con precisione i confini quantitativi che distinguono le classificazioni di lartrigianale e industriale? (perchè la distiunzione interessante che utilizzi è una distinzione puramente quantitativa non qualitativa)

    E lo chateau rayas bianco non compare nella lista perchè non lo apprezzi (lo considero il buopn bianco bevuto, superiore a Valentini) perchè non ti piace o perchè non è artigianale?

  18. ha risposto a Alexer3b: Alex, cercavo con un colpo di togliermene due dei miei cocchi! 😉 Cmq grazie ho corretto!
    Sui macerati è un bel discorso: in generale non mi convincono, trovo che rischi di omologare tutto… Certo poi assaggio gravner, ma anche la nosiola della foradori, tutte le mie convinzioni vanno a farsi fottere… È il bello del bicchiere , baby!

  19. ha risposto a Alessandro Bocchetti: E hai fatto bene perchè sono anche due miei cocchi ! 😀
    E di Soldera che ne pensi Alessa’ ? A livello di simpatia forse non finirebbe nei primi 5 ma alcuni suoi vini sono stati straordinari.

  20. ha risposto a Alexer3b: Quoto! Soldera è antipatico da far dimenticare il suo vino, però onestamente alcune vecchie annate mi hanno dato una vera gioia.

  21. ha risposto a Alexer3b: Su soldera sono d’accordo, qualcuno disse “è troppo cattivo per far vini buoni” dichiarazione cattivissima e divertentissima 😉
    Resta il fatto che nel mio passato ricordo delle bottiglie straordinarie fra le più buone della mia vita… Debbo dire che le recenti esperienze sono state buone, ma non così straordinarie. Sarò diverso io!? Boh!

  22. ha risposto a umberto: Buone domande Umberto, meritano risposte ragionate…
    La prima è difficile, perché la categoria che ho in mente io è ancora da definire. Mi sembra chiara che la differenza sarà soprattutto quantitativa. Penso che vini artigianali possano essere intesi quelli provenienti integralmente da uve proprie, poi penso ai numeri di bottiglie che dimensionano un’azienda, alle microvinificazioni

  23. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Ops è partito prima…. Continuo, utilizzo di vitigni tradizionali ecc. Il discorso si complica, Cmq una cura artigianale e diretta in ogni fase del processo, dalla gestione della vigna alla vinificazione…
    Per quanto riguarda rayas mi piace, ma non da stare nei primi cinque…

  24. Io trovo che dovresti davvero lavorare sulla definzione di non più di semplici affermazioni che delineano i due campi. Il più semplici e precise possibili.
    Mi sembra che questa distinzione, non recando in sè alcun elemento quaslitativo, basta pensare allo champagne che mi avete insegnato eccellere tendenzialmente con masoòn(si chiamano così?) industriali.

    Dico che è una classificazione importante perchè noi siamo un paese che tende a elogiare la relazione piccolo buono, piccolo eccellente piccolo funzionale. E in molti casi è vero, ma poichè noi siamo, insieme ai più grandi produttori di gonne e giacchette anche i più grandi produttori di clichès, una tua “topografia” vinicola che verta su questa antinomia secondo me riserverebbe curiose sorprese anche nella definzione dei parametri. Immagino per esempio un piccolissmo produttore trentino come si sentirebbe a rientrare nel campionato di Conterno. ?
    Giocano entrambi nello stesso campionato, o, per precisione, nello stesso campo da gioco.
    Insomma dacci dentro perchè mi sembra una faccenda bella e affatto pacifica.

  25. ha risposto a Alessandro Bocchetti: La ’99 per me è forse l’ultima di un certo tipo di Brunello Soldera. La 2001 è scarica nel colore e con struttura più lieve , una versione più pronta. Sullo stesso registro , ancora più amplificato , la 2002. 2003 non provata , la 2004 mi incuriosisce ma la questione emersa coi lotti (in realtà in piedi dalla 2001) mi crea qualche difficoltà nell’acquisto. E’ comunque un riferimento per molti nella tipologia artigiano-naturale.

  26. ha risposto a umberto: Hai ragione è una questione interessante, per questo la spingo… Credo che sarebbe una bella idea un manifesto dei vini artigianali. L’esempio che hai fatto sugli champagne è assolutamente calzante… Ma andrei al di la, in Toscana o Alto Adige. Che Tignanello sia un buon vino è chiaro, ma che non sia fatto nella stessa maniera di castell’invilla è altrettanto chiaro. Ma andrei oltre ancora Bordeaux versus Borgogna, la prima è una straordinaria zona per vini industriali (peraltro buonissimi) nella seconda resiste un profilo più artigianale (anche se non sempre). Penso che un discrimineranno importante che si rifletta sulla metodologia di lavoro sia quello del numero di bottiglie prodotte. Sarebbe bello il parere di un produtto a questo punto 😉

  27. ha risposto a umberto: Questione bella e complicata, prendo in prestito un settore che ci tocca più da vicino tutti e anzi ci sta proprio addosso. L’abbigliamento. C’è l’artigiano e l’industria. Tutti è, due perchè il segmento tira, fanno le cose a mano, solo che uno, l’industria, prende diciamo delle scorciatoie mentre l’artigiano per carenze tecnologiche o più spesso, per convinzione, scelta stilistica, perchè per sua stessa ammissione esiste un solo un modo di concepire il prodotto finito esegue tutte le fasi a mano/machina. Risultato nessuno dei due prodotti e più vero ne più naturale, tutti e due stanno e possibilmente rendono felici che gli indossa c’è però una grande differenza e la conosce solo chi veste artigianale. E’ la sottile differenza che si sente a rendere la differenza indefinibile. Per il vino è la stessa cosa. L’industria fa le setsse cose che fa l’artigiano ma quando bevi senti la differenza ed è nella soddisfazione di coglierne la sottila sfumature che li caratterizza e separa che si nasconde la bellezza.

  28. ha risposto a luca panunzio: sono pronto alla singolar tenzone ma non per stabilire un vincitore, come ti ho scritto non credo esista il vino assoluto

    conosco Josko da molto tempo, ho amato i suoi Chardonnay in barrique e mi piace la sua Ribolla macerata in anfora, inoltre seguo con rispetto la sua attività perché è una persona che ha sempre seguito un’idea affrontandone tutte le conseguenze (anche se non è abruzzese!)
    🙂 pt

  29. ha risposto a jovica todorovic (teo): Molto bello quello che hai scritto, malgrado i refusi ;-), ma ti dirò: mi sa che non sono tanto d’accordo… Credo che la distinzione sia più netta di come dici. Vedi tra un abito sartoriale e uno di confezione, ci sono mille cure, mille attenzioni che fanno un pezzo unico. Così in una cantina che vinifica solo uve proprie in numeri umani, ci sarà certamente una cura e attenzione al dettaglio differente da un’altra da centinaia di ettari e milioni di bottiglie. Attenzione, non è detto che l’una sia meglio o peggio, esistono sarti cani, come confezionisti superbi ;-), ma sicuramente afferiscono a campionati diversi

  30. ha risposto a paolo trimani: Vero Paolo è un grande difetto il non essere abruzzese, ma non tale da impedirmi di amare i suoi vini 😀
    Però i sui bianchi in barrique non li ho mai apprezzati. È più forte di me, l’eccesso di legno È sempre stato un limite insormontabile…

  31. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Infatti io non sostengo che siano sempre e necesariamente meglio gli abiti sartoriali. La mia era una velata polemica tra quelli che fanno tutto tagliato dalle macchine e abbastanza standardizzato, fanno le impunture e ripassano le asole a mano e fanno e hoplà ecco un abito semisartoriale. Mi da fastidio il semi. Insomma un vino o è artiginale del tutto o per nulla. Temo che oggi la direzione intrapresa da molte aziende sia quella del semi. La cosa mi fa parecchia rabbia.

  32. ha risposto a paolo trimani:
    ciao Paolo,
    il fatto di non essere abruzzese è uno status che solo Alessandro può sanare.
    Fino a quel momento gli effluvi di caffè che trovi in Valentini Trebbiano 2008 li puoi trovare solo nei Montrachet di Ramonet e Romanee Conti. Pagandolo 20/30 volte meno.
    Scusa se parlo di euri ma da 40 a 800 € ci sarà una piccola differenza……
    E poi se il vino si fà con l’uva, nei vini di Gravner il frutto dov’è?

  33. Perdonatemi ma nel vostro ragionamento c’è una pecca che per me è assolutamente sostanziale.
    L’artigiano produttore di beni, nel vostro esempio vestiti, è molto lontano dal vignaiolo artigiano. l’artigiano nel vino è prima di tutto il produttore della materia prima, l’uva. In un secondo momento fa il vino. Sono due attività che potrebbero essere chiuse e non svolte dallo stesso soggetto, come negli abiti chi produce la stoffa non fa i vestiti e chi fa i vestiti non produce stoffa. Se accomuniamo la produzione del vino alla produzione di un qualsiasi oggetto che prevede la trasformazione di una materia prima non autoprodotta si sminuisce il senso del lavoro di un viticoltore,
    La produzione della materia prima è imprescindibile dal concetto di vino artigiano. E per i sostenitori dei vini cosidetti naturali il prodotto della vigna è talmente importante da sacrificare in parte l’integrità del vino finito dal punto di vista dei canoni organolettici così come sono stati fino ad oggi codificati, a vantaggio delle caratteristiche dell’uva di quel territorio in quella vendemmia così come è stata vendemmiata da quel produttore che è uguale solo a se stesso, e non cerca di imitare prodotti archetipali con l’aiuto di enologi, e di metodi di vinificazione in cantina che tendono a stravolgere il vino che dovrebbe essere. Ovviamente nell’idea di produttore è racchiusa tutta la tradizione locale che porta con se quando c’è, ad esempio nelle langhe c’è ed è forte in maremma molto meno, per fare due esempi.
    Partendo da qui poi c’è il marasma e la poca chiarezza di qualsiasi movimento nascente.

    Avrei altro da aggiungere… ma non ho tempo, anzi, non ho riletto spero e di essere stato chiaro nell’esporre cose che ho poco chiare.

  34. ha risposto a paolo trimani:
    Finalmente, dopo lunga attesa, sei caduto, a mico mio nella trappola mortale, e con me, dovrai combattere.
    Ti riporto, per tuo onore le tue parole.
    “conosco Josko da molto tempo, ho amato i suoi Chardonnay … inoltre seguo con rispetto la sua attività perché è una persona che ha sempre seguito un’idea affrontandone tutte le conseguenze (anche se non è abruzzese!)

    Eccosi dunque a uno dei nuclei della questione, assai interessante perchè scivolosa.
    Nella mia ignoranza ho capito che ci sono dei vini “retorici”. Pazienza, prima di irritarsi.
    Cosa intendo per vini retorici?
    I vini che prendono una luce esorbitante dalla narrazione del loro autore e che quindi nutrono di un vantaggio inestimabile, perchè incosncio, quello che defiinirei così: quei vini dei quali si beve una biografia, e non un liquido.

    Nella mia miserrima conoscenza, mostrando il pettyo a loro signori, affermo che appartengono a questa classificazioni di vini retorici sia Pergole Torte che Gravner che Valentini.

    Attenzione. Non c’è nulla di male nell’amara(voluta assonanza) un autore di vini, come io adoro maggiormente un autore che i suoi film.
    Esempio per chiarezza.
    Adorando per motivi insondabili Cimino io adoro ore disperate che è un film del tutto orrendo. Caso limite, lo so.
    Ma è un caso limite di film che prende luce dall’adoraziuone retorica del suo autore.

    Domanda.

    Chi è in grado di essere così lucido, onesto, intelligente, impietoso, critstallino come me, nel denunciare la sua soggezione nei confronti di un autore e non del suo prodotto?

    Chi sa come me, distinguere Pergole Torte, inteso come liquido, come io ho fatto con Ore disperate?

    Chi sa distinguere la Ribolla dei Gravner dalla sua epopea?

    Sono cazzi amari.

  35. ha risposto a fabrizio pagliardi: scusa Fabrizio, ma si vede che sei molto impegnato e sei distratto, nessuno metteva sul medesimo piano un sarto e una cantina, si usava una metafora per rendere più semplice un concetto… cercando di definire l’indefinibile, con tutte le difficoltà del caso. Tra l’altro sulla importanza della vinificazione di sole uve proprie, per me (come ho ripetuto nel pezzo e nelle risposte) è IL requisito principale di un vino artigianale 😀
    Per quanto riguarda le perplessità sulla categoria dei vini naturali, io le sento sempre più forte, la pagellina buoni e cattivi mi ha stancato da tanto tempo, c’è veramente bisogno di una categoria che non sia un giudizio e che sappia interpretare la temperie che c’è nell’aria… Sai fino a quando questa necessità la sento io poco conta, ma quando la iniziano a pensare personaggi tipo Valentini o Dettori, il discorso cambia…

  36. ha risposto a umberto: Io l’ho anche scritto poco tempo fa su Monfortino, parlando della soggezione dell’etichetta. Ammettiamolo (ammettetelo!) è così, sovente.

  37. ha risposto a Alessandro Bocchetti:

    Molto impegnato no, cerco di lavorare il meno possibile. Però sto qui al bancone da Remigio e leggo e scrivo nei buchi sicuramente mi sono perso qualcosa.
    Anche io sono perplesso da mondo dei vini naturali, ma non nego di subirne il fascino. oltre che l’interesse commerciale la dove negli ultimi anni i vini convenzionali hanno subito un forte appiattimento, la fascia 10/20 euro a scaffale.

  38. ha risposto a fabrizio pagliardi: su questo siamo d’accordo 😉
    sia sul lavorare il meno possibile che sui vini naturali… intendo 😀
    remigio!? ce devo venì a fa’ un giro prima o poi… ti facevo a La Barrique…

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