Vinitaly. Arturo Ziliani e il ritorno di Berlucchi in Franciacorta Docg

Vino

Si possono fare 5.000.000 (si, avete letto bene: cinque milioni) di bottiglie di vino e restare sempre ad un livello di qualità interessante? Beh, diamine, parrebbe di si e senza scomodare le sempreverdi maison champagnotte! Anche a casa nostra, per una miriade di Italiani, la Berlucchi è sinonimo di qualità e di festa. Qui su Scattidivino parliamo spesso di vino artigianale e di vino industriale e di come in entrambe le tipologie possano esistere prodotti validi. La storica cantina Berlucchi può aiutarci a chiarire quello che intendiamo.

L’azienda è attiva dal 1961, quindi quest’anno al Vinitaly festeggerà i suoi cinquant’anni di storia con clamore e effetti speciali. È già nota la celebrazione filatelica con l’emissione di un francobollo celebrativo emesso da Poste Italiane. Ma le celebrazioni che più ci interessano su scattidivino non sono quelle filateliche ma quelle da bicchiere. Verrà presentata una nuova versione del classico Cellarius millesimato, che diventa Franciacorta Docg e continua il percorso di trasformazione della gamma aziendale.

Lo scorso anno avevamo molto apprezzato la nuova linea firmata ‘Palazzo Lana’. Non sappiamo se, come dicono loro, sia una linea per ‘edonisti maturi’ (nome che ricorda pericolosamente l’attualità), ma sappiamo per certo che sia l’affilato Extreme che il più morbido e composto Saten, ci sono assai piaciuti. Quest’anno correremo ad riassaggiarli nel nuovo stand del Vinitaly che i ben informati ci dicono assai bello e imperdibile.

L’occasione si è rivelata ghiotta per qualche domanda ad Arturo Ziliani, enologo e titolare con i fratelli Paolo e Cristina della cantina franciacortina. Vi proponiamo fedelmente questo scambio, ricco di spunti interessanti sul futuro di Berlucchi e della zona più importante della spumantistica italiana.

Cosa cambia nel modo di lavorare sui vostri livelli quantitativi in una zona con un disciplinare così rigoroso, quasi severo, come la Franciacorta?

Assolutamente nulla: da quasi 15 anni con i nostri 80 ettari di vigneti e con quelli dei nostri fornitori abituali, più di 500 ettari, sui quali facciamo controlli continui durante tutte le fasi colturali, l’uva della Franciacorta rappresenta una porzione sempre più grande nei nostri assemblaggi; i limiti imposti dal disciplinare non sono per noi ‘un limite’,anzi: le rese in uva e in mosto e i tempi di affinamento sui lieviti sono per noi una regola produttiva ‘interna’, applicata da svariati anni.

Quali sono le caratteristiche della zona che vi hanno convinti a convertire l’intera produzione a Franciacorta?

Parlare di caratteristiche di una zona, a mio avviso, non vuol dire solo parlare di suolo, clima, esposizione delle vigne. ma soprattutto di ‘vocazione umana’. Non c’è un’altra regione viticola in Italia tanto ‘dedicata’ a una solo tipologia di vino come la Franciacorta: qui l’intesa fra l’agronomo e l’enologo è ampia, intuitiva, quotidiana. In Franciacorta la viticoltura è ‘specializzata’, i ‘vigneron’ sanno che quando si parla di qualità si intende qualità per una base Franciacorta, adatta a produrre bollicine; qui, non succede ciò che avviene in altre regioni, dove la base spumante è semplicemente un vino base con una gradazione alcolica di 11 gradi.

La conversione totale della Berlucchi alla Franciacorta, avvenuta, ripeto, in modo graduale ma deciso nel corso degli ultimi 15 anni, è stata stimolata anche dal fatto che l’età media dei vigneti è gradualmente aumentata, e di conseguenza la qualità delle uve è aumentata.

Quale accoglienza avete ricevuto ‘tornando a casa’?

Se vi riferite ai commenti della clientela, ottima; se intendete anche l’accoglienza dei colleghi franciacortini, molto positiva. Berlucchi potrà portare la forza del suo marchio, e non solo, a beneficio del territorio, e favorire un’ulteriore crescita qualitativa.

Quali scenari prevedi per il futuro della Franciacorta?

Ritengo che, fatte salve eventuali crisi economiche generali, la Franciacorta abbia un potenziale di crescita interessante: il consumo in Italia, ma anche nel mondo, di vini spumanti è in aumento: i primi che ne hanno beneficiato sono stati i produttori di Prosecco, che considero come apripista che stimolano un consumo più qualitativo, ossia quello degli spumanti metodo classico e infine verso i Franciacorta, che rappresenta il vertice della qualità italiana. Ovviamente bisognerà stare molto attenti alla qualità generale dei Franciacorta: tutti i produttori di Franciacorta dovranno produrre bene! È per questo che ritengo di fondamentale importanza diffondere la qualità, il know-how, aiutare, in un certo senso, i piccoli a crescere e devo ammettere che è ciò che sta facendo il Consorzio, con i convegni di aggiornamento tecnico, cui partecipano tutti, grandi e piccoli, utile medium per agevolare lo scambio di informazioni.

Perché la Franciacorta fatica all’estero?

Per prima cosa, bisogna dire che l’estero tout court non esiste: esistono la Germania, gli USA, la Svizzera. Ogni mercato ha proprie identità, regole, abitudini di consumo, problemi distributivi. In generale, gli spumanti metodo classico ‘faticano’, ma se si analizzano i mercati singolarmente si può facilmente notare che in alcuni paesi il Franciacorta sta progredendo in modo deciso (Germania, Svizzera), in altri si è buttato il seme, e piano piano i risultati si fanno vedere (Giappone, Regno Unito), in altri ancora le difficoltà distributive frenano il progredire dei volumi o addirittura determinano la rinuncia da parte dei produttori ad affrontare quei mercati (USA, Cina). Ritengo quindi necessario che la Franciacorta, anche in maniera consortile, si concentri su alcuni di quei paesi, senza disperdere le energie.