‘Sdigiuno’. I vini migliori da abbinare ai cibi italici tra Pasqua e Pasquetta

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In Abruzzo, si chiama “sdejuno”, ovvero sdigiuno, perché rompeva anticamente quello penitenziale durato due giorni, il venerdì santo e la vigilia. Oggi potreste gastrofighettamente chiamarlo Brunch di Pasqua. Era in ogni caso la colazione rinforzata e festosa del mattino di Pasqua, accompagnata dal sottofondo di campane, avviata dal canonico caffè, ma poi con tre elementi essenziali (oltre a varie ed eventuali): il miglior salame “nuovo”, finalmente maturo, e tagliato per la festa; la pizza di Pasqua (dolce/non dolce, solo in qualche caso, e in Umbria per lo più, o ai confini, al formaggio); le uova (piene, non piene e solo sode, dipinte o non dipinte). E poi, ovviamente, su tutto ciò, un bel bicchiere di vino. Quello giusto…

Ora io non so se domattina farete, o no, il brunch pasquale di cui sopra. E neppure se ciò che vi sto per consigliare (i vini giusti per lo sdejuno) vi verrà comunque utile per Pasquetta, quando il cibo da gita non è poi tanto diverso, solo più abbondante e complesso, con possibilità aggiuntive di paste piene e spezzati di agnello vari, o di brace. Le previsioni sono purtroppo da muta da palombaro e pinne, per lunedì, più che maglietta, griglia e carbonella, almeno dalle nostre parti. Però, sperando nel sole a sorpresa, in vostre Pasque a latitudini più favorevoli, e comunque pensando che dei vini “umani” come quelli che sto per suggerire non vanno mai sprecati, ecco il Divinopaolini di Pasqua.

Che inizia, guarda un po’, in rosa. Colore che non si usa, in genere, moltissimo. E che include i Cerasuolo da Montepulciano di cui sono, fan, tifoso e “paesano”, quelli di Valentini e di Cataldi Madonna, per dirne solo due. Ma stavolta voglio sdirazzare, e vi porto oltre confine, Marche, assaggiare il Sant’Isidoro di Maria Pia Castelli: Sangiovese “e” Montepulciano, per un esito davvero delizioso. Nel suo genere (e il suo prezzo, umanissimo). 3 scatti profumati di rosa e cerasa.

Alternativa da salame? Ma il frizzo del Lambrusco, vadasé. Siccome il Boc(chetti) vi ha già parlato in area Vinitaly di un paio dei suoi, compreso il condiviso Lini della brava Alicia & papà Lini, eccovi uno dei miei, quello di Ermete Medici, tradizionale ma insieme stondato un filo agli spigoli, di grande godibilità (e di nuovo, di prezzo amico): il reggiano Concerto è la boccia esaustiva (2 ½ scatticelli abbondanti) ma se preferite una nota più secca, ecco l’Assolo, bonazzo pure lui.

Non sapete vivere senza bianco fresco come primo bicchiere? Stavolta vi ci porto in Abruzzo, e per una curiosità: il Montonico Santa Pupa dell’azienda teramana La Quercia, uva che andava in Nord Europa come frutta, uva da tavola insomma, per via di una buccia tosta come la crapa degli abruzzesi, e che resisteva a ogni stress da trasporto lungo. Va da sé che per funzionare come mangereccia, doveva essre anche bella dolce e matura… Sentite questo vino, prodotto di raccolta fisiologicamente abbastanza tardiva (il Montonico matura tardi, stop) solido e ampio, ma anche lui umano nel costo. E diteci se vale i suoi 2 scatti larghi larghi.

Invece, con l’agnello e il timballo in arrivo vi sentite rossisti? Ok. Vi giro per una volta una segnalazione da un amico degustatore di cui mi fido. Maurizio Fava dice che il Dolcetto di Oscar Bosio, La Bruciata, 12.5° gradi (non un Dolcetto dobermann insomma, uno da bere, non da combattimento) ha profumi strepitosi, tipicità totale e se ne beve (indovinate un po’?) 1 secchio.

Sento già rognare qualcuno dal fondo: ma le bolle? Eccole: Bellenda S.C. 1931 (dedicato a “papà” Sergio Cosmo) millesimato 2009, metodo classico pas dosé… Prosecco. Anzi, scusate, Prosecchio. Conferito ad honorem.

PS se poi aveste la coratella… o insomma altre cose a base foie… ci sarebbe un vino che ho assaggiato proprio in coda di Vinitaly, travestito da Black Mamba (sapete che ‘ste robe deluxe, vai a capire perché, le beve quasi solo lei…): Château d’Yquem 1998: vendemmiato con inizio attorno al 22 settembre, coi soliti pluripassaggi in vigna in cerca di botrytis, e finito di raccogliere a metà ottobre (i dieci giorni, fino al 18 circa, più ricchi di muffa nobile). Il vino ne racconta ancora una certa quantità al naso, sostenuto da una folata di frutta candita, tra cui non manca neppure l’agrume, pur molto addolcito, ma in cui prevale il tropico misto. La bocca è un filo meno leggiadra che in altri millesimi, ma non manca di contrasto. La tessitura acida è presente, la trama di beva è buona. Il finale mooolto intenso. Fosse stato un Passito de noantri, sarebbe un 8-9 scatti. E’ Yquem, noi siamo snob… 3 ½, e passa la paura… Tra l’altro, questo è un periodo in cui il Sauternes, di qualunque lignaggio, nel mondo non vende granché. Parlatene allora con Cuzziol, che lo ha in casa. C’è il rischio, sui prezzi, di una (buona) sorpresa. Del resto, siamo o no a Pasqua??

Foto: Maurizio Anselmi

4 Commenti

  1. Abbinamenti indiscutibili probabilmente. Io metterei anche una chiusa con qualche digestivo proposto dalla Lauro tipo il cynar con ghiaccio. Bisognerà pur digerire tutto quello che avete scritto in questi giorni tra casatielli e tortani di varia natura XD

  2. però Antò abbi pazienza… “sdijuno” non si traduce…..mi ricorda quella volta in cui un turista del nord chiese come si chiamava il novellame che noi a Giulianova chiamiamo “magnanell’ “ ad un pescatore e lui beatamente rispose “mancinella”…

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