Dobbiamo per forza arrenderci alla deriva acidistica del vino?

Tempo di lettura: 4 minuti

Il presupposto certo: l’esercizio del gusto è una cosa viscerale, quello della critica, no!

La recente nomina di Giacomo Tachis da parte di Decanter come uomo del vino dell’anno mi ha ricordato un corso all’Ais dove partecipai col mio amico Dario Cappelloni. Al tempo portavo capelli blu. Giuro! Chiedetelo a Cappelloni! Ero convinta che quella nuances decisamente insolita mi conferisse un fascino esotico molto particolare e mi aggiravo vanitosa convinta di poter sostituire il mio fidanzato con un modello più recente e performante. Le cose poi andarono diversamente, rimorchiai un nano, non se ne fece nulla e il resto del racconto è penoso quindi mi sottraggo, grazie a un ultimo singulto di amor proprio, alla vostra commiserazione. Sta di fatto che qualcosa di buono quell’esperienza con Tachis mi ha lasciato e proprio in questi giorni riflettevo su una sua affermazione durante quel Master: l’acidità nel vino è un fatto casuale e non sempre positivo. Il vino necessita di equilibrio. Vediamo perché.

Fino a 5 o 6 anni fa il vino aveva una tendenza morbida, ricca, concentrata e rotonda. Abbiamo vissuto tutti quanti quella che, se mi passate il termine, definirei ‘merlottizzazione’. Un fenomeno dilagante la cui paternità è ascrivibile a Robert Parker secondo alcuni e che grazie a lui ha permesso ai produttori di vendere a prezzi allucinanti.

Mi riferisco all’epopea del Brunello tutto muscoli, all’esplosione della costa toscana, dove talvolta nemmeno la barrique riusciva a soddisfare quel desiderio incontenibile di masticare legno, bisognava intervenire con botti ancora più piccole, da 120 litri, al fine di conferire al vino quell’ammaliante sapore di stuzzicadenti mozzicato, di stecco di gelato Algida. Messorio, Redigaffi, Galatrona e peggio ancora le loro imitazioni, il corteo che si sono tirati appresso. Non parliamo dei vini bianchi, di certi Chardonnay dell’Alto Adige, o lo Chardonnay di Planeta in Sicilia, vini friulani come Terre Alte di Livio Felluga e altri che potrei ricordare, tanto al nord quanto al sud, insomma il vino doveva avere i muscoli, essere performante (altro che il mio nano del master!)

Oggi la tendenza è cambiata ma il problema è che il pendolo rischia di passare al polo opposto, con una deriva acidistica in controtendenza che toglie equilibrio ma al contrario. Ciò che era pieno diventa vuoto, ciò che era dolce diventa acido. Non va bene a mio parere, non va bene nemmeno così.

Mi pare di assistere ultimamente ad una deviazione completamente scollata dalla realtà. Al di là dell’ideologia, è necessario esagerare per descrivere la propria epoca? E’ indispensabile la sproporzione per farsi notare? Non so perché ma in questo istante mi sovvengono i Punk come esempio calzante. Oppure, attualizzando in musica, penso a Lady Gaga che vende molti più dischi di Ella Fitzgerald, ma perché? Non è forse pensiero debole? Vale lo stesso per il vino, l’equazione aspro = bevibile o sovrabbondante= vino déjà vu (déjà bu!) non è confinata, limitata all’opinione invece che al pensiero? Oramai credo esista anche l’albo degli opinionisti, pertanto non dovrebbe meravigliarci tutto questo, ma io vorrei riflettere prima di lasciare scorrere la piena del fiume.

I vini acidi sbilanciati, sono per i bevitori senza memoria. L’acidità è funzione dell’immaturità, pertanto mi aspetto vini più morbidi ed equilibrati in un territorio come il nostro. Perché la storia e i territori mediterranei non daranno mai vini acidi e spigolosi, l’Italia è la terra dell’armonia e dell’equilibrio in questo senso (solo in questo senso, capiamoci!).

Ecco perché prediligo i vini bianchi di Borgogna o alsaziani, ed è la stessa ragione per la quale, a costo di prendermi a capocciate con Bocchetti, dico che un Barolo come Monprivato attiene alla deviazione di cui sto parlando, all’eccesso, alla deriva appunto. Come fate a riconoscere Monprivato come espressione del Barolo? Mi rendo conto che siano terreni diversi, ma proprio per questo dico che per me quel vino non è un modello di Barolo, non riesco ad assimilarlo alla categoria, alla stessa famiglia.

Vorrei conoscere il vostro pensiero in merito, sapere se anche voi percepite l’attuale sbilanciamento della critica di settore verso l’acidità in eccesso e a discapito dell’armonia. Non sottovalutiamo questo aspetto perché è retorico quanto vero che gli eccessi, come gli estremismi in genere, non portano a nulla, di certo mai a nulla di buono…Basti pensare ai miei capelli blu!

Parola di Black Mamba!

Foto: vivianamusumeciblog.wordpress.com, i-italy.org, riquewihr-sarment-dor.fr, it.dreamstime.com

77 Commenti

  1. È la solita vecchia storia… Serve equilibrio! Ma è merce rara in questo mondo.
    Per esempio io non sono mai stato appassionato dei muscolari chardonnay di Sicilia, ma quando oggi assaggio alcuni chardonnay siciliani, calibrati e ‘giustini’, quasi altoatesini, rimpiango quelle esuberanze mediterranee di un tempo. Se me lo avessero detto anni fa non ci avrei creduto…. Così monprivato (altro che capocciate) non vuole essere rappresentativo dei barolo, ma di quella vigna aspra su un terreno incredibile e particolare. Quindi Momprivato è rappresentativo di Momprivato 😉

  2. Nelle lezioni americane, Calivino dice che la sua vita letteraria è stata sempre dilaniata dal desiderio contrapposto di armonizzzare il disordine del mondo e quello di aderire al disordine del mondo. E cita per l’armonia, il sentiero dei nidi di ragno, la sua opera giovanile e a favore del disordine gli ultimi suoi scritti.
    Dico questo perchè credoche nell’armonia e nell’equilibrio, l’eco del mondo venga addomesticato(giustamente dico i) nella classicità creando una sorta di altro mondo. I vini equlibrati, armonici, ai quali si appella Lauro, pur nascendo dallo spigolo del mondo, abitano un mondo conquistato, umano, arrotondato, diciamo pure urbanizzarto. Sono vini che NON traggono più la loro legittimità da un rapporto diretto, quasi specchiato con il paesaggio di provenienza, perchè il paesaggio è stato classicizzato. I vini aspri, (acidi) appartengono alle ultime opere di Calvino, nel senso che tendono ad esprimere quasi direttamente il disordine del mondo di provenienza, i loro spigoli, le loro intolleranze e assolvono, per questo, anche ad un nobilissimo ruolo di testimonianza. Non cercano classicità come armonia ed equilibrio, ma cercano, almeno nelle intenzioni credo, di ricordarci che il lopro paesaggio è armonico solo visivamente, ma che contiene sottotraccia punte e sassi appuntiti.

    Ci piace i sentieri dei nidi di ragno o se una notte un viaggiatore?

  3. ha risposto a umberto: Ma siamo sicuri che per parlare di vino sia giusto citare Calvino?
    Ha ragione BM la fissa dei vini acidi è il rovescio della medaglia della mania dei vini grassi e morbidi, cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia!
    Cmq io preferisco Cortazar a cui Calvino deve tutto!

  4. ha risposto a umberto: ciao Umberto, una degustatio magistralis davvero
    comunque il paragone vale per l’idea un vino, mai per la singola espressione che troviamo in bottiglia: se il clima di un’annata è pessimo il vino – ancorchè classico – sarà spigoloso
    la variabilità è essenziale nei vini, non esiste una bottiglia-campione come per le unità di misura

    @ Alessandro: quei vecchi Planeta di una quindicina di anni fa, ricchi e molto longevi… erano in cerca di una loro strada, hanno trovato troppi nemici
    “Quindi Monprivato è rappresentativo di Monprivato”: sei un genio del male! 🙂

  5. ha risposto a Carlo Giovagnolii: una sorta di pendolo alla Schlesinger in perenne moto tra opposte polarità

    comunque avete citato Borges parlando di ricette. Calvino ha anche la nobile bevanda nel nome!

  6. So che me ne pentirò, ma a parte la divagazione su Calvino, sono per una volta daccordo con Umberto. Mi schiero a favore dei vini acidi. Ovvero io personalmente, in questa fase della mia esistenza preferisco le cose affilate e vibranti a quelle, armonizzate (non è casuale) è abbondanti. L’armonia, musicalmente parlando, è data per lo più da distanza matematiche legate a sovraposizioni e combinazioni di suoni, note. Certe distanze, per lo più quelle banali le abbiamo in qualche modo e per qualche strano e determinato motivo più o meno metabolizzati tutti, altre no. Per questo vende di più Lady Gaga di Ella Fitzerald

  7. Se devo scegliere fra vini grassi ed austeri preferisco i primi, la maturazione delle uve esiste da sempre..
    Non scomunicatemi ma non amo per questa ragione i Nebbioli dell’alto Piemonte, o il Monte di Grazia da Tintore , versione 2005, qualche piccola riserva su Monteraponi, abbastanza austero..e così via.
    Non sopporto però lo chardonnay di Planeta, o il Capichera, e tanti altri vinoni . In genere non amo l’omologazione e mi piace tutto ciò che esalta la diversità, e questo mi sembra un criterio migliore di acidità si e no.
    Amo invece, oltre alla scontata Borgogna i vini dell’Etna, che però pagano dazio con la loro scarsa capacità di reggere nel tempo.

  8. ha risposto a jovica todorovic (teo): tempi acidi e vini aspri, d’altronde è raro che qualcuno di noi passi le serate in biblioteca su una sedia a dondolo davanti al camino leggendo un in-folio e sorseggiando claret
    però non mi piace ridurre questo (e qualsiasi altro) argomento a un’opposizione tra due opzioni alternative inconciliabili, godiamoci l’abbondanza delle scelte possibili!

  9. ha risposto a jovica todorovic (teo): Sul fatto che i vini affilati siano una contrapposizione comunicativa e commerciale paragonabili alla scelta tra botte grande e barrique di qualche anno fa concordo pienamente con Cristiana. Sono anche convinto, che a prescindere dei gusti che evolvono, intendo a livello individuale, un vino cattivo abbigliato con un vestito di qualche taglia più grosso per sembrare migliore oppure uno vestito con abiti rimpiccioliti per un lavaggio troppo aggressivo rimanga fondamentalmente cattivo. In quest’ottica e volendo assecondare quella che è una innegabile tendenza di allegerimento dettata in primis dalla neo critica e poi dal mercato, i nodi vengono al pettine. Un vino grande, reso più affilato beneficia indiscutibilmente in termini di bevibilità e, verosimilmente, di longevità, un vino piccolo, spogliato di inutili e baroccheggianti orpelli, si rivela per quello che è cioè mediocre.

  10. Un piccola chiosa. Il pendolo tra morbido acido, rotondo spigoloso, equilibrato squilibrato, insomma questo disturbo bipolare, che Lauro insieme a Calvino(….) mette in risalto nel vino, è il disturbo bipolare che attraversa tutte, dico tutte le opere di ingegno artistico. Il vino nasce, cresce, e si nutre, di un mondo bipolare

  11. ha risposto a jovica todorovic (teo): vedi che avevo ragione a pentirmi. Sono come sempre e assolutissimamente, ora anche per partito preso, in totale disaccordo con quello che dici. Un affettuoso e anche un poco sudato abbraccio. Teo

  12. ha risposto a umberto: con grande simpatia, e tanto affetto mi permetto di segnalarti che rileggendo i nostri interventi, senza voler entrare nel merito della qualità dello scritto, direi che quello che affronta e in buona sostanza prende una posizione circa la nascente discussione sono io. Rispondere ad un quesito con un altro quesito mi sembra un inutile e vagamente onanistico esercizio di stile.

  13. ha risposto a jovica todorovic (teo):
    Equivoco, perdonami. “So che me ne pentirò, ma a parte la divagazione su Calvino, sono per una volta daccordo con Umberto. Mi schiero a favore dei vini acidi.” io ho solo detto che non è vero che mi sono schierato per i vini acidi. Tutto qui.

  14. ha risposto a umberto: E io grazie alla tua segnalazione ho riletto di nuovo il tuo intervento e mi sono reso conto di essere stato precipitoso e di non averlo capito. Insomma mi era parso di vedere un gatto. Essendomi schierato a favore dell’acidità ho pensato che fosse coerente fare un commento acido.

  15. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Rido, no, Calvino non ha mai scelto. La cosa interessante di questo sbeffeggiato paragone letterario, è che Calvino, sempre giocando, in vecchiiaia ha scelto di raccontare il disordine e quindi le acidità del mondo(alias territorio) mentre da giovane amava l’armonia. Non è sattamente quello che accade a molti di noi che in maturità amano le lame? Che ci sia, in questa deriva descritta nel post , una deriva senile?

  16. umberto, i tuo 12 è la spiegazione, il tema sollevato da Cristiana (con la complicità di Calvino…) si svolge all’interno della dinamica che descrivi con ritmi e tendenze che nel tempo si alternano

    quello che oggi succede e Cristiana segnala è la sostituzione di acido a mordbido, troppo spesso con modalità assoultamente acritiche
    in altri termini: riusciremo a crescere e scegliere in modo non automatico?

  17. ha risposto a paolo trimani:
    Secondo me, no. E penso, a differenza di Luaro, che non è auspicabile. L’equilibrio di sui si parla è raggiungibile solo come dato calcolato statisticamente tra il tempo in cui è di moda il vino morbido e quello del tempo acido. E’ una media. Ed è bene che sia così, perchè avremo da scegliere vini “disturbati” e non annientati dall’elettroshock.

  18. ha risposto a umberto: amare e odiare in accordo o meno coi tempi è quello che facciamo sempre, a volte con esiti positivi
    relativamente al vino (e ai consumi del genere) penso che dovremmo informarci per conoscere e poi decidere in base alle nostre esigenze e non solo in base allo spirito dei tempi

  19. ha risposto a jovica todorovic (teo): Vedi Teo, anch’io attribuisco all’acidità un valore importante nel vino, ed è per questo che non amo i bianchi italiani. Bevo bianchi francesi proprio per questa ragione, quindi siamo d’accordo. Sento che nei bianchi italiani l’acidità è spesso forzata. Come è forzato Calvino per affrontare questo tema. In zone più fresche è del tutto naturale. Attenzione, please! Io sto assaggiando sempre più spesso vini italiani che piacciono molto alla curva sud, dove l’acidità sovrasta e finito il bicchiere, ammesso che riesca a finirlo, mi ricordo solo quella. E il frutto? La materia di quel vino? Il nostro clima? Dove stanno?

  20. ha risposto a paolo trimani:
    Caro Paolo, rispondimi con il cuore. ma da quando in qua, il piacere, sopratutto quello del vino, è direttamente proporzionale alla conoscenza?

    La conoscenza è una variabile indipendente al piacere.

    Come accade tra esseri umani. Come accade per un quadro.

    Bello piacere. Bello conoscere. Ma non mi piae perchè lo conosco, questa è una frase fatta e non corrisponde all’esperienza umana.

  21. ha risposto a umberto: Ma l’acidità non è disordine! Ecco perchè Calvino c’entra poco e niente. Il problema non è di ordine o disordine, non lo è!!! Spingere l’acidità nei vini italiani è spesso una forzatura. Ma non significa disordine.

  22. ha risposto a umberto: Umberto a me le mode non interessano. Ho scritto che in Italia i vini sono mediterranei, per via del nostro clima. Mi aspetto quindi vini più morbidi, meno tirati, meno verticali, salvo rare eccezioni. Per la ricerca dell’acidità spesso si dimentica la giusta maturazione del frutto. Quindi nel bicchiere resta acidità ma il frutto non si sente. Allora bevo limonata che è bella acida ma mi fa schifo. In Borgogna e in Alsazia, grazie a climi più freschi e ad importanti escursioni termiche, le cose vanno diversamente.

  23. ha risposto a umberto: Truppe cammellate per Paolo Trimani: Non sono d’accordo Umberto, talvolta il piacere è legato alla conoscenza, anzi è molto spesso funzione della conoscenza, lo è in musica e nell’arte in genere. Per me lo è anche nel vino.

  24. ha risposto a Cristiana Lauro:
    L’acidità, è una componente umana, lo so bene, Cristiana. So che non è una componente naturale. Ovvio.
    Il senso della metafora però è questo: i vini dfondolano tra equilibrio e disequilibrio. E tu nel tuo ottimoi post affermi “L’acidità è funzione dell’immaturità, pertanto mi aspetto vini più morbidi ed equilibrati in un territorio come il nostro. Perché la storia e i territori mediterranei non daranno mai vini acidi e spigolosi, l’Italia è la terra dell’armonia e dell’equilibrio in questo senso”

    L’Italia non è affatto paeaggio della armonia, tutt’altro. E l’equilibrio da te invocato, non è figlio naturale di un equilibrio e un armonia che non ci appartiene. Siamo terra di pietre, di sangue, di odi, sopratutto siamo terra disunita. Siamo terra immatura e come dici giustamemte tu l’acidità è fruttto di immaturità.

    Il disordine di Calvino, Cristiana, è l’acidità nel senso della ha risposto a Cristiana Lauro:
    L’acidità, è una componente umana, lo so bene, Cristiana. So che non è una componente naturale. Ovvio.
    Il senso della metafora però è questo: i vini dfondolano tra equilibrio e disequilibrio. E tu nel tuo ottimoi post affermi “L’acidità è funzione dell’immaturità, pertanto mi aspetto vini più morbidi ed equilibrati in un territorio come il nostro. Perché la storia e i territori mediterranei non daranno mai vini acidi e spigolosi, l’Italia è la terra dell’armonia e dell’equilibrio in questo senso”

    L’Italia non è affatto paeaggio della armonia, tutt’altro. E l’equilibrio da te invocato, non è figlio naturale di un equilibrio e un armonia che non ci appartiene. Siamo terra di pietre, di sangue, di odi, sopratutto siamo terra disunita. Siamo terra immatura e come dici giustamemte tu l’acidità è fruttto di immaturità.

    Il disordine di Calvino, Cristiana, è l’acidità nel senso dell’artifiocoso aroma di huibris

  25. ha risposto a Cristiana Lauro: Scusatemi se mi intrometto… in punta di piedi… Ma non è che il problema siano le acidità forzate, come le morbidezze e dolcezze costruite? Ha ragione cristiana, nei vini del nord le acidità sono naturali, esaltate da silhouette snelle… Ma questo non vuol dire necessariamente che i vini italiani debbono essere tutti “culoni” e in quanto tali maditerranei… Non posso immaginare niente di più mediterraneo del rossese che abbiamo bevuto ieri sera, una esplosione di frutto, ma diamine che freschezza e acidità e che snellezza convincente… Insomma sento sempre più l’urgenza di un vino armonico, con il suo territorio, con il clima e con le intenzioni del produttore e la sua interpretazione, ma soprattutto armonico con la voglia di bere e il piacere dei fruitori, insomma vini da bere più che da degustare…

  26. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Ma l’armonia npn è di questo mondo. E della nostra terra. Il pendolo continuerà a oscillare, tra cerchio e angolo. Tra muscolare e laminato. Perchè siamo fatti di questo disturbo. Conviene farci pace e modulare le oscilaazioni del gusto.

  27. ha risposto a jovica todorovic (teo): Teo, in riferimento al tuo commento n. 6 dico che la tua affermazione è priva di senso. L’equilibrio è armonia. Come puoi affermare di preferire in questo periodo l’acidità? Mica viaggia da sola, non deve viaggiare da sola, altrimenti è appunto una deriva. Sarebbe come affermare, a proposito di armonia, che su un accordo semplicissimo come DO MI SOL, tu preferisci il SOL. Non ha significato, non significa.

  28. ha risposto a Alessandro Bocchetti: D’accordo…e il rossese di ieri era una delizia. Con l’occasione faccio uso privato del blog per complimentarmi con il ristorante le Cocq di Monteverde dove noi di Scatti ci siamo ritrovati ieri sera e abbiamo mangiato veramente bene!…C’era pure Pagano…

  29. ha risposto a Cristiana Lauro:
    Mai appluadito i vini acidi. mi schiero per il disturbo bipolare. Che sia chiaro: non voglio che il vino guarisca da questo interessnate disturbo.
    Perchè è una polarità autebntica, che rappresenta il nostro paesaggio fisico, umano, psichico.

  30. Per me ha ragione black Mamba, come sempre. Anzi, voglio fondare un black mamba fan club per tutti coloro che desiderano darle ragione! Gli estremismi sono comunque squilibrati, in tutto come anche nel vino.

  31. ha risposto a Alessandro.D:
    cocordo pienamente, Alessandro. Cosa c’è di più moderato che accettare la natura bipolare dei gusti, ch ci dondola tra muscolare e affilato, tra un’onda “morbida, ricca, concentrata e rotonda” e quella aspra e acida?
    .
    Siamo nel bene e nel molto male, italiani, per nulla armonici, sebbene i filari ci appaianao dalle belle foto arrotondati in dolci colline.

  32. Fino a poche righe dalla fine, avrei sottoscritto tutto. Ma sinceramente, quando ho letto che Monprivato non rientra nella tipicità di espressione del Barolo, me sono andate le sopracciglia sulla nuca….:-))))))))

    Scherzi a parte, sono d’accordo in generale con la tua analisi. Più che altro vedo una ricerca esagerata tra gli appassionati di acidità, taglienze e durezze che, a mio avviso, ricalca esattamente la ricerca di legnosità e detersivi che si faceva a metà anni ’90.

    Però di vini che siano tutt’altro che “morbidi” in Italia ne abbiamo eccome, basti pensare ai tannini di Barolo, all’acidità di Montalcino, all’acutezza di Gattinara, per i rossi e alla magrezza di Jesi, per i bianchi.

  33. Buon giorno, mi presento sono un vostro lettore (friulano) da molto tempo anche se non ho mai commentato o espresso le mie idee in questo blog. Premetto che sono un pessimo scrittore quindi capirete, spero, i miei orrori grammaticali o lessicali. L’argomento trattato in questo pezzo mi sta decisamente a cuore e vorrei porre una semplicissima questione: perchè non seguire “soltanto” le caratteristiche del territorio, del vitigno e dell’ambiente?mi spiego…..un sauvignon in Friuli sarà sicuramente più verticale e tagliente dello stesso vitigno fatto in Toscana o nel sud Italia. Stessa cosa per un merlot o un cabernet sauvignon…credo che il territorio e l’ambiente faccia la differenza. Non capisco la spasmodica ricerca da parte dei produttori di qualcosa che il territorio non sempre offre…..

  34. ha risposto a Moreno: Gentile moreno, non posso che essere d’accordo con lei, e’ cio’ che ho cercato di scrivere nel mio post. Lasciamo che sia il territorio ad esprimersi e non cerchiamo vini taglienti in zone dove naturalmente il risultato sara’ piu’ morbido che affilato. Aggiungo che i bianchi buoni italiani per me sono prevalentemente friulani…le fara’ piacere immagino. Grazie!

  35. ha risposto a Moreno:
    E ‘ndéveno cussì le vele al vento

    lassando drìo de noltri una gran ssia,

    co’ l’ánema in t’i vogi e ‘l cuor contento
    sensa pinsieri de manincunia.
    Biagio Marin
    Moreno, è Malvasia, Tocai, Riboila, Teràn?

  36. ha risposto a umberto: mah….nn saprei dire in che vino si riconoscesse questo grande poeta gradese….io sicuramente in una malvasia istriana ma da fuori zona…non carsolina ma da pianura isontina……

  37. Serve equilibrio, armonia e non facciamo che ripeterlo e sembriamo sempre tutti d’accordo. Poi però in qualsiasi ristorante, enoteca o degustazione, sento che la tendenza è esattamente opposta. Proprio come dice Cristiana.
    Black Mamba quoto tutta la linea!

  38. ha risposto a umberto: Umberto, ho cliccato il link, scusa il ritardo ma sono fuori e non mi sono connessa ieri sera…Rido! Grazie! Cliccatelo!!!!!!

  39. ha risposto a umberto:
    pensa che bello fare un vino ispirato direttamente da un verso di una poesia. Il verso di Marin sarebbe perfetto. Vento, salino, leggerezza, oblio. Questo è un disciplinare serio.

  40. Per esempio, che vino vi viene assomiglia a questo frammento di Eliot.?

    No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
    Io sono un cortigiano, sono uno
    Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
    Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
    Deferente, felice di mostrarsi utile,
    Prudente, cauto, meticoloso;
    Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;

  41. ecco il vino che piace a me:

    abbi, come le altre,
    doti comuni: né brutta,
    né bella, niente di inconsueto
    che minacci la tua armonia,
    che quando non funziona
    non funziona il resto.
    Che tu sia insignificante,
    non è forse questa
    la vigile malleabile
    ammaliante qualità
    della felicità?

    Phlippe Larkin

  42. ha risposto a umberto: Meraviglia! Grazie! Circa il verso: “pieno di nobili sentenza, ma un po’ ottuso”, direi che ci sta col Nebbiolo che immagino io. Vediamo se qualcun altro ha idee migliori, esempi più calzanti. Grazie Umberto!

  43. ha risposto a Cristiana Lauro:
    Aiuto!!! mi sono perso quali sono i vini della curva sud?? mi fai degli esempi?? fino ad ora ho sempre pensato vi riferiste ai vini naturali, che però hanno più un problema di eccesso di volatile che di eccesso di acidità anzi sui bianchi spesso capita che “manchino” un po’ di acidità…. a favore della volatile….

  44. ha risposto a fabrizio pagliardi: Ciao Fabrizio! I vini che scherzando chiamiamo della curva sud sono tutti quei vini estremi che in realtà hanno più spesso sbilanciamenti che armonie. Vini ossidativi, eccesso di acidità, eccessiva magrezza, ma anche biodinamici, talvolta naturali, con nasi difettosi spacciati per vini con grande carattere e particolari. Insomma tutto ciò che è estremo…proprio come i miei capelli blu. Ultimamente al centro sud sento questa direzione acidistica nei bianchi e invece me l’aspetterei più in Friuli, in alto Adige che in Abruzzo…Ciao Fabrizio e grazie, sei carino a seguire i miei post, mi fa piacere.

  45. ha risposto a Cristiana Lauro: Seguo sempre black mamba.
    Condivido molto di quello che hai scritto. Ma; non so se avevi già l’età legale per andare al goccetto, nei primi anni dei 90, quei vini barricati fino all’estremo, a volte amari, rasposi, polverosi, che poi piano piano sono spariti???? Credo che nel mondo dei vini “artigianali”ci sia della strada da fare. Strada che se passi le Alpi e’ già stata fatta. Credo che da questo movimento usciranno delle buone cose. Poi e’ vero come una volta ha detto un mio amico a un ultra’ di questi vini “io spesso non so come sono fatti i vini che bevo, ma bevo solo grandi vini, a volte potremo bere insieme, …. Ma credo sara’ molto raro!”

  46. ha risposto a Fabrizio pagliardi: Mi sono sposato nel 96, i vini li ho comprati al goccetto e BM ed io da parecchio salivamo quei tre gradini… Abbiamo iniziato molto presto, BM praticamente ragazzina!
    Fabrizio sarebbe un bel successo parlare di vini artigianali, purtroppo siamo in tre a farlo… Tutti gli altri parlano di vino naturale, più che una categoria, un giudizio! Credimi, non è distinzione da poco 😉

  47. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Alessandro perdonami ma…. Ho finto di non sapere se a quei tempi BM bevesse per mantenere la riservatezza sulla sua eta’ …..:-)
    Comunque il problema sulla definizione di quei vini e’ reale;” artigiani” in realtà non mi va bene perché non posso pensare a una definizione diversa per viticoltori come Altare per esempio. Per ora lo uso per non utilizzare Naturale anche se ogni tanto mi scappa.

  48. ha risposto a Fabrizio pagliardi: Ho iniziato a 15 anni a Bologna. Nel ’92 sono venuta a Roma e andavo da Achilli al Parlamento e da Marchetti al Pantheon, abitavo lì vicino. Dal ’95 ho conosciuto il Goccetto e lì tutto il gruppo dei miei amici appassionati come me di vino, fra cui il caro Alessandro Bocchetti…però per civetteria apprezzo che tu abbia volutamente coperto la mia età…Scherzo Fabrizio, ho 41 anni, lo sanno in molti e vado fiera del mio aspetto, considerando quanto magno e quanto bevo! Ciao!!!!!!!!! a presto!

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