Anteprima Bolgheri 2008. In classifica, Sassicaia, Ornellaia e Grattamacco

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La gran giornata dei vini in “aia” si fa in casa del più famoso di tutti: al numero 44 di Località San Guido, dove le tovagliette dell’Osteria hanno su stampata la griffe del vino bandierona di qui: il Sassicaia. C’è anche lui in defilé-anteprima, ovviamente, con tutti i suoi fratelli e cugini 2008 targati Bolgheri Superiore Doc. E alla fine – giurin, giuretta: senza la minima prevenzione a favore, anzi… – risulterà il top wine. Ci sono i Rosso Doc (rinviati a prossima analisi). E una bella serie di Igt illustri, di annate dal 2009 al 2006 (idem).

Ma prima di passare agli “aia” & soci 2008, facciamoci un rapido tuffo nei bianchi di zona. Un mazzetto, per dare l’idea. Esempio, il Tenuta Argentiera Poggio ai Ginepri, mix di Vermentino (metà), Viognier e Sauvignon tirato su in inox, aguzzo, citrico, fresco, finale sapido, vicino ai 2 scatti. O la faccia “blanche” di Guado al Tasso, un Vermentino 100% aromatico, scabro ma che va oltre l’agrume, punta viva, molto ben fatto (e 2 scatti centrati). Ma il punto più alto lo toccano i tre successivi: il Costa Giulia di Michele Satta, il più largo di ventaglio tra i solo inox, agrumato acuto anche qui, ma più densità, e il finale erbaceo piacevole del Sauvignon (35%, il resto è Vermentino) che becca 2 ½ scatti; il rifinito Collemassari Grattamacco Bianco, solo Vermentino, mezzo inox e mezzo barrique miste di primo, secondo e terzo uso, dal colore ovviamente diverso, profumi cremosi ma tracce lignee ben contenute, e valutazione analoga: 2 scatti ½. E infine il Giovin Re (Satta bis), in barrique 8 mesi, colore ovviamente fissato in modo ben più intenso, naso già eloquente, struttura, ma senza sfondoni, calore, ma senza bruciature, lunghezza, finale di arancia e pompelmo, che becca 3 scatti pieni. E qui si potrebbe chiudere il capitolo: senonché val la pena di accennare a uno Chardonnay Igt fuori ordinanza (e fuori zona) proposto da Casa Terra, il Camillà, sei mesi sui lieviti, densità e pasta derivate, ma… che freschezza, ragazzi! Citrico Rinaldi avrebbe potuto farlo così, avesse scelto altra zona e colore dal suo Barolo… 2 scatti e (inatteso) secchio.

Detto ciò, il gioco – come diceva Belushi buonanima – si fa duro. E i duri 2008 cominciano a giocare. Debuttando con un classico ambo Cabernet, 70% Sauvignon e 30% Franc, di Meletti Cavallari, l’Impronte: 14 mesi di legno piccolo, gran colore, struttura, appena un tocco erbaceo, poi bella nuance di fumé, gusto pulito: 3 scatti, e si parte bene. Non hanno però pari caratura i vini seguenti in ordine di degustazione. Il Donna Olimpia Mille Passi (Cabernet, Petit Verdot e Merlot, due anni di barrique al 50% nuove), è più grasso, ma anche più “peperonato”, lattico al fondo e meno complesso: 2 scatti. Un filo sotto, ma lì, sta anche l’Alfeo di Ceralti, dove torna il Franc (10%) con 50 Merlot e il resto Cabernet Sauvignon: la pasta lattica domina, la beva è corretta ma monotona: 1 scatto ½. In linea l’Iris di Ferrari (ancor più pronunciato in morbidezza e accondiscendenza), dall’alcol finale evidente. Meglio il San Martino di Cipriana: un Cab Sauv, Petit Verdot e tracce di altre uve, un po’ più grosso che fine, ma dal finale progressivo e non timido: 2 scatti. Entra in scena un altro degli attori di zona il Syrah, con I Luoghi Podere Ritorti (la base è Cab Sauvignon 80%, e c’è un filo di Merlot e Franc)); l’esito è più verde e erbaceo, di buona acidità, spezia accennata, ma tannini un po’ “asciutti”: oltre i 2 scatti, ma non abbastanza per l’upgrade. Che centra invece il Bolgherese di Tenute Vaira, Cab Sauv & Merlot soci alla pari, un anno di legnetto, scuro, fitto, interessante al naso (more) e bocca di more e ribes: un similbordolese un po’ drastico nei tannini, ma bonazzo: 2 ½ tendente a 3, che probabilmente centrerà dopo l’estate, in riassaggio. Ce ne vorranno di più invece per capire dove va il Greppicaia (ahia, ma con l’”h” in mezzo, per la scelta del nome) de I Greppi, 18 mesi di barrique in sodalizio franco-americano per un 50% Merlot, 40 Cab Sauv e 10 Franc, un “vinaggio” denso, di spunto acido deciso, compatto, dal tono gustativo quasi di bacche, ma anche un tostato/quercioso ben sensibile, che ne divide le sensazioni. Lo digerirà? No? Intanto, 2 di incoraggiamento. La materia c’è. Ben più stondato è invece il secondo estratto sulla ruota de I Luoghi, il Campo Al Fico Cab Sauv 80 e 20 di Franc, due anni in legno, equilibrato (la beva è bilanciata) e dai tannini compatti ma qualitativi: 2 ½ abbondanti. Più verde e dal finale pur compostamente amaro il Greppi Cupi Rubino dei Greppi, che oltre a Merlot e Cabernet ha dentro anche un souvenir di Sangiovese: l’acidità in punta di bocca e una certa ematicità lo rendono diverso, ma i tannini sono ostici, più verdi della media: 2 scatti.

Sale nella scala dei valori il primo dei Collemassari, L’Alberello: i Cab rispettivamente al 70% e 25 (il Franc), Petit Verdot al 5 e tecnica diversa: fermentazione in legni troncoconici con follature, poi barrique, in parte di secondo passaggio (18 mesi) e tanto vetro: il naso è appetitoso, la bocca liscia ma tutt’altro che indifferente o, peggio, banale, la progressione buona, l’alcol appena pronunciato: siamo a un soffio dai 3 scatti. Un traguardo che vede lontano, invece, il vegetale e sanguigno Campo al Mare Baia al Vento, tanto Merlot (90%) e vita in tonneaux, ma equilibri ancora lontani: 1 ½. Molto meglio l’Argentiera, di omonima griffe: il taglio classico (55 Cab Sauv, 40 Merlot e 5 Franc) tirato su in legno piccolo 18 mesi, è caldo, intenso, di certo ammorbidito, ciliegia in confettura e panna, ma ben vive entrambe; solo l’alcol riduce un po’ la progressione di beva, ma i 3 scatti sono vicinissimi.

Si fermano rispettivamente a 2 e 2 ½ i successivi; Sorugo di Aia Vecchia e Guido de’ Gemoli di Giovanni Chiappini, mix dei quattro bordolesi il primo, un po’ “biscottoso” con nuance di more in confettura; più speziato, e dai toni olfattivi più originali il secondo, ambo di Cab Sauv (80%) e Merlot,con finale alcolico che lo limita. Ma ora, occhio: perché entra in campo il pezzo più appetitoso del giro.

Un sestetto per vari versi notevole. Lo apre il Campo alla Sughera Knauf Arnione, Franc, Merlot e Petit Verdot 20% ciascuno, il resto Cab Sauvignon, un naso che inizialmente suscita piccoli interrogativi (aria di smalto leggero) prima di aprirsi, ma quando lo fa, ha personalità, tannini buoni e buona frutta (fresca) al gusto, per 3 scatti larghi. Largo è invece aggettivo che non useresti d’impatto per il vino successivo quando arriva alle papille di lingua e palato: austero, serio, il più indietro e “freddo” di tutti. Ma con spina dorsale, zero eccessi di alcol, frutta viva e leggera, lungo ritorno retrolfattivo, e tannini… come dire: colloidali. Etichetta, please: è il Sassicaia, 15% Franc, il resto Cab Sauv per chi non sapesse e volesse sapere. 3 ½ abbondanti, promessa di secchio (da ricchi, vadasé) e gran progresso a venire.

Ne scapita un po’, è chiaro, quello dopo: che, sciogliamo subito l’arcano, è il Guado al Tasso (Cab Sauv 57%, Merlot 27, Franc 16 e Petit Verdot 3: frutta più matura, leggero “amaricante” con la frutta che torna nel finale, ma i tannini restano, e sono diversi: 3 scatti un po’ risicati allo stato dell’arte, quando sarebbero più precisi, ancorché un po’ severi, i 2 1/2. A 3 si installa, pur con altri parametri e altra grammatica sensoriale, il corposo, avvolgente, un filo piacione (ma con lieve nuance vegetale di fondo al momento) Ornellaia, dai tannini rilevati e finale quasi mentolato, retto su un “vinaggio” fotocopia di quello del Guado: 54, 27, 16, 3 le percentuali, barrique (70% nuove) per 20 mesi, assemblaggio dopo un anno. Nella mia personalissima classifica (ricordate Rino Tommasi?) stilata a caldo gli mette una punta di naso avanti the next one della serie: Castello Bolgheri (Cab Sauv 70%, Franc 15%, Merlot idem), due anni in legno, naso appena tirato, frenato inizialmente dai contributi evidenti del recipiente d’elevazione, ma poi capace di smarcarsi bene, con freschezza e frutta integra che lo rendono interessante. Più snello, certo, ma intrigante, e “à boire” con gusto. 3 scatti e quasi secchio. E ancora più convincente (si installa sul secondo gradino assoluto del podio di questa degustazione) è il figlio più importante di casa Collemassari: il Grattamacco, fermentato in troncoconici, tirato in barrique in parte non nuove, ha materia intensa ma tesa quanto basta, “sente” legno ma con educazione, finisce bene, anzi meglio, e sfiora i 3 ½, che lo aspettano lungo il percorso a venire. Si chiude piuttosto bene, ma a misurabile distacco, col Sapaio, ultimo dei Superiore 2008 (per i 2007, 2006 e gli Igt, a prestissimo), dentro le quattro uve venerate a Bordeaux (50% Cab Sauv, 20 ciascuno Merlot e Petit Verdot, 10 Franc). E‘ il più “cioccolatoso” dei vini assaggiati, ha al naso una lieve nota scomposta, l’alcol è sensibile, ma nel complesso il vino c’è. E finisce autorevole. Attestandosi a 2 scatti e 1/2 .

Foto: costadeivini.com

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