Gran Bellavista, da qui. Sulla storia del nuovo vino italiano. Trent’anni giusti di Gran Cuvée. E gli orologi della storia – quella franciacortina di questa griffe e quella generale, del resto di Enotria – più o meno coincidono. Per festeggiare il compleanno, la casa di Vittorio Moretti, enoicamente & spumantisticamente parlando da sempre nelle mani di Mattia Vezzola, porta a Roma, Hilton, casa Ais, la sua squadra da Champion’s League. Per presentare in anteprima la selezione Rarità riservata agli appassionati, quelli veri.

Undici vini, nove più due: tre Gran Cuvée (2006, 1998, 1993); tre Pas Operé (2005-1997 Tradizione-1991); tre Vittorio Moretti (2004-2001-1995) e due fuori quota, svelati all’ultimo momento (si fa per dire: poteva mancare il fatidico 1981? Eccolo, in versione Pas Operé, preceduto dal fratellino 1985).

Proprio Vezzola ha ricordato – rivendicando che la via alla qualità passa per la possibilità di scegliere – come l’azienda sia passata da 3,5 ettari iniziali ai 200 odierni (età media 20 anni, e avvio “quasi segreto” di conversione biodinamica su 6 di essi: la attuale via di Damasco che ha “strappato” una passeggiata esplorativa, e mezza capriola, anche a Vezzola…); un plafond che gli offre almeno 120 combinazioni possibili per le sue cuvée. Quanto alle fermentazioni, anche lì cambio graduale di strategia: oggi il 35% dei vini fermenta in pièce, legno dunque: e in tale proporzione entra nelle cuvée.

Altre “etichette” incollate da Vezzola sulla sua valigia da eno-attore: la raffinatezza è la strada che fa grande il risultato; la vendemmia è un mettersi alla prova con la natura (e anche con il vasto mondo contemporaneo, visto che a Bellavista raccoglie e opera gente di sette Paesi diversi); il meglio però, a dispetto e malgrado tutto, è fare della vendemmia stessa una prova quieta, un’osservazione serena. E infine, e la frase va virgolettata: “Mi si accappona la pelle quando sento che qualcuno fa il vino per hobby. Dovrebbe essere proibito”. E ai degustatori invitati (tantissime facce note): “Vi considero una verifica sulla possibilità di misurarsi, per l’Italia del vino, con il resto del mondo al livello più alto”.

Ma passiamo agli undici vini, “letti” a cinque mani (tre ovviamente Paolo, due Antonio) e due nasi. Mentre in “cattedra” Massimo Billetto (Ais) ha condotto con la sagacia che gli è propria la danza.

Bellavista Franciacorta Gran Cuvée 2006 (34 euro in enoteca) 25% Pinot Nero 75% Chardonnay, freschezza, frutta, sapidità su sfondo morbido, marca di terra e di tipo. L’aggettivo “baldanzoso”, usato da Billetto, ci sembra appropriato. Ma è anche un vino “ordinato”, ogni cosa al suo posto. Giovane. In marcia. 2 ½ scatti (in progress) 34 euro in enoteca


Bellavista Franciacorta Gran Cuvée 1998 (uvaggio come sopra), naso regale, di grande eleganza e insieme buon rigore. Piace la zagara indicata da Billetto, e ben percepibile. Ma in più, spezie, e finale con nuance di nocciola. Sapidità confermata. Un vino maturo, al picco, da bere con perfetto gusto ora. Qui aspettare non serve. 3 scatti (e sbrigatevi…)

Bellavista Franciacorta Gran Cuvée 1993 (1° tappo) (uvaggio come sopra), balsamico, agrume che diventa candito ma tiene il gioco fino in fondo. Buccia d’arancia al finale, più che frutto smodato. Convincente. Anzi, conquistante. Fin dal naso classico di grande bollicina evoluta; e poi profondità, lunghezza. Davvero un’evoluzione perfetta per un vino maturo, ma intatto. 4 scatti, secchio e… châpeau.

Bellavista Franciacorta Pas Operé 2005 (30% circa Pinot Nero, 70% circa Chardonnay), scatto di austerità iniziale, naso meno generoso e floreale, ma finissimo: grande acidità percepibile, gioventù. Bocca di grande presa, addirittura esplosiva. Teso in altezza, di grande slancio e futuro. Tenetelo con fiducia. 3 ½ (e anche un pizzico di più)

Bellavista Franciacorta Gran Cuvée Pas Operé 1997 Tradizione (30% circa Pinot Nero, 70% circa Chardonnay), naso fitto, più “estivo”, che si allarga pian piano. E così la bocca. Parte fine e appena stretta, ha evoluzione convincente, benché abbondante. Maturo, decisamente. Godibile però. Il più “caldo” e tondo tra i vini del primo giro. 3 scatti alla generosità

Bellavista Franciacorta Gran Cuvée Pas Operé 1991 (30% circa Pinot Nero, 70% circa Chardonnay), la bolla è una traccia, ma viva e preziosa; il naso è largo, cremoso; la beva dà un vino strutturato (vino-vino, più che quel che molti in genere s’aspettano da un non fermo); e la lunghezza è pareggiata dalla larghezza. Vino carré, ma senza spigoli. Fascino indubbio. Età, senza “plastiche”. 3 scatti con reverenza

Bellavista Franciacorta Vittorio Moretti 2004 (52% Chardonnay, 48% Pinot Nero) 45.000 bottiglie con una parte in riserva, ancora fermo al palo. Persino un momento troppo. Il vino è lievemente frenato, piccante, non giovane, ma di più. Oggi va letto controluce, in trasparenza, E va apprezzato per la struttura, impressionante. La duttilità arriverà. La sapidità già si sente. 4 scatti (con grande fiducia)

Bellavista Franciacorta Vittorio Moretti 2001, serietà. Qualità. Precisione. Vino importante ma scattante, persino più del 2004. Va veloce senza perdere in densità. Qui si sente molto il vino, meno… la mano. Che agisce dietro le quinte. 4 scatti secchio

Bellavista Franciacorta Vittorio Moretti 1995, l’anno della botrytis in Franciacorta (evento finora unico). Largo, evoluto, importante, ma non esplosivo. Di sferica, complessiva soddisfazione. Torna ampio in finale di beva (ricordate il cosiddetto retrogusto?), lascia una bocca contenta, ma non problematizzata in modo particolare. 2 ½ scatti (nobili)

I fuori quota

Bellavista Franciacorta Gran Cuvée Pas Operé 1985, colore bello, naso “pâtissier”, note di sottobosco, spezie morbide, miele. Insomma, l’evoluzione di un anno caldo, tosto, grosso, ma bello. Stoffa nobilmente “antica”, finale nocciolato. E materico. 3 ½ scatti (storici)

Bellavista Franciacorta Gran Cuvée Pas Operé 1981, trent’anni sono 30 anni. Non a caso queste bottiglie le apre personalmente Vezzola on stage, è il primo anno suo a Bellavista… e dunque… emotion… Una festa comunque, e un piacere assaggiarlo. Evoluzione spinta ma ancora vitale. Perfino un po’ rude. In ogni caso: non si danno voti alle emozioni, ma a chi le inventa, sì. 4 scatti a Mattia Vezzola


Ps per la “Champagne addicted” Black Mamba: Vezzola rivendica il ruolo dell’ossidazione dei mosti per evitare l’ossidazione dei vini. Segue dibattito…

(in collaborazione con Paolo Trimani)

3 Commenti

  1. Caspita! 30 anni, ci stavo pensando.
    La mia giovane enotecara di fiducia un giorno d’estate del 1983, o forse era l’ 84, mah. Mi disse, vuole venire con noi a visitare un nuovo produttore di spumanti in Franciacorta? E ci andai, e custodisco ancora un bellissimo ricordo dal primo incontro con Mattia Vezzola, un grande del vino del nostro paese. Umile e bravissimo. Bello anche il report 😉 Vado a mettere in ghiaccio un rosé !

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui