Bio, naturali, artigianali. Le definizioni dei vini da mandare giù a memoria

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Si fa un gran parlare di questi tempi di vini naturali, veri, biologici, biodinamici, organici eccetera eccetera. Si è oramai sostituito il mito del “ma che portainnesto usi?” mantra immancabile in ogni riunione di più di tre enoappassionati, al “ma usi lieviti selezionati?” nuovo motto degli anni ’10. Ma cosa significa? In quanti realmente ci orientiamo tra queste categorie?

Da qui l’esigenza di fare un poco di chiarezza e di tirare una linea per raccapezzarci in questo mondo complicato. Noi di Scatti di Vino, come oramai è notorio, siamo contrari a definizioni che sono più giudizi che altro. Vini naturali, ma gli altri che sono? Un Monfortino o un Ciro Picariello (che in talune annate scarse ha ammesso di usare un’attivatore chimico per la fermentazione) farebbero vini finti? A noi convince di più la definizione che spesso usa Francesco Paolo Valentini: vini artigianali, per distinguerli da vini industriali. Una divisione quantitativa e non qualitativa, che definisce quei produttori che riescono a vinificare, direttamente e con metodi della tradizione, numeri sostenibili di bottiglie. Una categoria che meriterebbe attenzioni normative e informative più mirate e puntuali di quanto non accada in questa continua querelle tra guelfi e ghibellini.

Ecco le classificazioni dei vini in uso.

  1. Biologici. Attualmente in Italia non esistono vini biologici, in quanto  una normativa europea non è stata varata. Quindi possiamo parlare solo di vini provenienti da agricoltura biologica, definizione che certifica la provenienza dell’uva, ma nulla dice sui metodi di vinificazione, che potrebbero prevedere l’uso di lieviti selezionati, enzimi di malolattica e tutte le diavolerie della moderna enologia.
  2. Biodinamici. Ugualmente definizione scorretta: si dovrebbe dire vini provenienti da agricoltura biodinamica. La biodinamica è una tecnica agronomica che deriva dagli insegnamenti di Rudolf Steiner e dalle sue lezioni sull’agricoltura americane, riprese poi da Pfeiffer nel fondamentale “fertilità della terra”. La biodinamica come dice la stessa parola si occupa di dinamizzare la terra, di preservarla attraverso varie tecniche (dalla concimazione naturale al sovescio, dalla dinamizzazione di elementi come silicio e quarzo), ma non si è mai occupata storicamente di enologia e vinificazione. I francesi sono i soli ad aver sviluppato un disciplinare di vino biodinamico, insieme alla Demeter Francia (e in Italia). Il disciplinare francese ispirato da Nicolas Joly, è molto severo e preciso nell’indicare tecniche, prodotti e fasi di vendemmia e vinificazione, seguendo le fasi lunari e la raccolta esclusivamente a mano, dando una lettura molto integralista della faccenda, molto differente per esempio da quanto accade in Australia ed Israele, dove la biodinamica è diventata una tecnica agronomica vincente e di massa, liberata dai dogmi e rigidità rituali. L’associazione Renaissance des appellation, fondata da Joly ha recentemente avviato una sezione italiana.
  3. Vini Veri. Un consorzio tra produttori italiani, che raggruppa molte eccelenze dal Friuli a Pantelleria. Li accomuna Un disciplinare molto severo e una dichiarazione di laicità e di non voler confusi con biologici e biodinamiche, per non sottostare alle mode. Escludono completamente l’uso di diserbanti e fertilizzanti chimici in vigna e una vinificazione in cantina naturale, senza uso di lieviti aggiunti, enzimi e “ogni manipolazione tesa a rallentare o accelerare la naturale fermentazione del mosto e del vino”. Organizzano ogni anno un appuntamento a Cerea in contemporanea con il Vinitaly.
  4. Vinnatur. Un’altra associazione che raggruppa 149 produttori in nove Paesi. Dichiarano “Produrre vino naturale significa agire nel pieno rispetto del territorio, della vite e dei cicli naturali, limitando attraverso la sperimentazione, l’utilizzo di agenti invasivi e tossici di natura chimica e tecnologica in genere, dapprima in vigna e successivamente in cantina” . per diventare soci bisogna passare per una commissione di assaggio che ne valuti la qualità. Solo dopo questo passaggio i campioni verranno analizzati per verificare i requisiti. Sono quelli della manifestazione di Verona a villa Favorita durante il Vinitaly.
  5. Tripla A. Da un’intuizione di Velier e Luca Gargano che per primo ha creduto nel valore commerciale dei vini naturali. Il marchio sta per Agricoltori Artigiani Artisti, tre A appunto. Il sito recita “Questo manifesto nasce in seguito alla constatazione che buona parte dei vini attualmente prodotti nel mondo sono standardizzati, cioè ottenuti con tecniche agronomiche ed enologiche che mortificano l’impronta del vitigno, l’incidenza del territorio e la personalità del produttore” unisce produttori tra loro molto diversi, da Pepe in Abruzzo a Leroy in Francia. Il dubbio che sia alla fine solo un catalogo di un produttore è forte.
  6. Artigianali. La categoria adottata da Scatti di Gusto. Raggruppa quei produttori come Gravner, Valentini, Dettori (solo per fare un esempio di nomi noti) e molti altri, che mai si sognerebbero di dichiararsi biodinamici o vino veristi, bio, ecc. ma che vinificano nel pieno rispetto delle tradizioni e dei territori, in una maniera tipica e riconoscibile. Spesso sono accomunati dalla richiesta di poter scrivere gli ingredienti in etichetta, ancora impossibile nel nostro paese. Inutile dire che noi si tifa per questa scelta di laicità e qualità, nella speranza che siano sempre di più i produttori di vino su questa scia.

Conoscete qualche altra categoria in cui raggruppare i vini oltre quella, più meritoria di tutti, dei buoni-e-fatti-bene? O siete naturalisti ad oltranza e tutto il resto vi sembra ben poco interessante per il vostro bicchiere?

[Immagine: sheknows]

24 Commenti

  1. …per natura non mi piacciono le etichette né le dichiarazioni d’intenti, difficilmente suffragati dalla realtà produttiva, ma in questo caso aderisco senza riserve ad una classificazione quantitativa che però non dev’essere settoriale a tutti i costi. Vini “artigianali” mi piace un botto, anche se rimaniamo sempre sul rischio della suddivisione funzionale sfruttabile commercialmente. In questo caso, qual’è però il limite dell’artigiano rispetto ad un industriale? E le selezioni delle grandi maisons, mai in numero esorbitante seppur “importante” , hanno dimensioni industriali artigianali anche se prodotti da e con logiche “industriali”? Per non parlare di fumo che mi piace il concreto: casa Antinori… Solaia ….casa Frescobaldi/Ornellaia …Masseto… casa Guigal …La Turque … casa Chapouitier … l’Ermite o Le Meal ….
    PS: chiaro che il giochino è estendibile anche per “artigiani” che col tempo hanno esteso le proprie produzioni “di base” a numeri importanti per riuscire a sostenere economicamente la loro impresa con tipologie meno impegnative anche come tempi di affinamento, età delle vigne e tipologia di raccolta…

    • ha risposto a vinogodi: guarda secondo me la definizione è chiarissima e i limini definiti: per artigiani si intendono quei vini in cui TUTTA la fase produttiva, dalla vigna, alla vinificazione, alla commercializzazione e comunicazione è gestita direttamente. In questa logica è chiarissimo che vini come quelli degli Antinori o le grandi maison di champagne, pur essendo molto buoni, non sono definibili artigiani. Qui casca l’asino, la definizione non è qualitativa, essere artigiani non significa essere più buoni degli industriali. Ma indica solo che sono due campionati ben separati, insomma nessuno verrebbe mai in mente di far scendere l’inter in un campo di calcetto 😀
      Poter scrivere gli ingredienti in etichetta, aiuterebbe molto, bada poter, non dover 😉

        • ha risposto a Carlo Giovagnoli: si, anche io penso che la battaglia per poter scrivere gli ingredienti in etichetta sarebbe interessante. Poi vediamo se i problemi sono un po’ di solfiti 😉
          Il problema è a mio avviso che questo dualismo stolido tra naturali e convenzionali, in realtà faccia comodo un po’ a tutti. I naturalisti, pensano sia un buon argomento di marketing e differenzazione, gli industriali se ne infischiano, perché intanto fino a quando rimarranno nicchie e elites la questione è per i loro numeri irrilevante… e così nulla cambia. Il tutto sulle spalle del consumatore che non ci capisce niente e non aiuta a fare chiarezza…

  2. …un refuso, c’è un “industriale” rispetto ad un “artigianale” che fa comprendere poco il concetto, parlando delle selezioni dei vini delle grandi maisons…
    PS: forse la funzione “correggi” faciliterebbe …

  3. …spero qualcuno non si svegli al mattino con una nuova categoria “Vini Puliti” o “Vini Terapeutici” da vendersi solo in Farmacia……

  4. caro vinogodi, chissà che volevi dire… comunque non si tratta di fare categorie tassonomiche, ma individuare degli elementi caratterizzanti per le produzioni e non nel numero delle bottiglie, ma nella filosofia e nel metodo di produzione. Artigianale ha un significato preciso, poi in generale le eccezioni rappresentano il limite di qualsiasi classificazione, la loro naturale approssimazione. Lo so che per voi maschi sono concetti sofisticati, ma sai com’è… sono una grande ottimista!!! Bella ragazza, allegra e ottimista.

    • ha risposto a Acciughina salata: …che le classificazioni sono non solo pericolose ma strumentali e , nel campo del vino, facilmente interpretabili a proprio uso e consumo, soprattutto dove i criteri non sono chiari. La dimensione è un criterio, il protocollo di produzione un altro, la “filosofia di produzione” , che non significa una beneamata cippa, un altro. I grandi Vins de Garage (produzioni risibili) di S.Emilion avevano numeri piccolissimi e rese demenziali con attività di raccolta quasi famigliari, ma usavano protocollo di vinificazione e operazioni di cantina seguite da Rolland, storicamente (per gli ideologicamnete schierati) il più grande omologatore mondiale. Grandi produttori come in Rive Gauche hanno protocolli così rigorosi da far impallidire i Piceni Invisibili, pur producendo centinaia di miglaiia di bottiglie. Il concetto di “artigiano” non può prescindere da quello di artigianalità, ma prima di addentrarsi in ulteriori, e confusionarie, classificazioni sarebbe meglio stimarne i confini. Se quando si parla di Masseto si associa ad Ornellaia/Frescobaldi come grande industriale del vino, vi consiglio di entrare nella Tenuta a Bolgheri ( quella davanti alla cantina di Cinzia, tanto per intenderci, moglie del povero e indimenticato Campolmi) e osservare bene dalla vendemmia alla bottiglia finale come si comportano, quegli “industriali” del vino. Di contro, esistono “cascine” produttrici di poche bottiglie che poi si scopre appartenenti a personaggi fino a pochi lustri or sono industriali manifatturieri, che vedono le uve solo in fotografia, gestiscono il conto economico di quel che vendono e che il vino glielo fa il wine writer di grido consulente di millanta cantine con l’ausilio del cantiniere esperto che detta le regole sia in vigna che in cantina…
      PS: concordo che sia meglio l’olio del burro, per l’utilizzo appropriato…

      • ha risposto a vinogodi: caro vinogodi, sei interessante come una lisca spiaggiata … Cosa volevi dire? Mi fai venire in mente un amico che si vantava spesso di un nonno fumatore accanito morto a 98 anni! Che il fumo faccia bene? Io ti consiglio di fare un turno di riposo, fai una figura migliore credimi. Resta calmo e fai una passeggiata! Poi torni a casa e stappi una bottiglia sotto i 10 euro, meglio se del sud!

        • ha risposto a Acciughina salata: …tu come un riccio nelle mutande: ma puoi ogni tanto scrivere qualcosa di pertinente sull’argomento,tentandoci, o sei solo interessata/o a corteggiarmi? Sei troppo antipatica/o per interessarmi…

  5. Mi piace la definizione Artigianale so che piace anche a molti altri. Credo che il discorso di seguire anche le fasi commerciali sia inpraticabile perchè DRC rientra sicuramente nella categoria Artigianali ma in italia li vende Sagna che insomma diciamo stride con la mia idea di artigianale. Io però sposo l’idea di Bocchetti secondo me il mondo e non solo quello del vino avrebbe bisogno di incrementare la presenza di tre ingredienti che ritengo essere fondamentali unione, trasparenza e corenza in tutto e per tutto. Gli elementi che portano alle contraddizioni mi danno anche più fastidio dei lieviti selezionati o dei rotomaceratori.

    • ha risposto a tonno al naturale: Mi debbo essere spiegato male, per fase commerciale intendo quella aziendale, senza cioè la presenza di spericolati manager che dalla cantina seguono con cravattini e scarpe a punta le politiche commerciali, non intendo che non abbiano agenti e distributori… 😉

      • ha risposto a Alessandro Bocchetti: artigianale è la definizione che da tempo usi e che a mio parere è la più adatta e precisa a distinguere i prodotti non solo vini
        mettersi a discutere tra sottili distinzioni e casi limite estremi mi pare una gran perdita di tempo, il concetto lo hai espresso con straordinaria chiarezza soprattutto perchè non ne fai una discriminante per la valutazione dei risultati

  6. Ciao Box,
    Io butto tutto: artigiani, tripleA, biodinamici, Demeter ecc ecc…..Per quanto mi riguarda il solo concetto che mi sento di “classificare” è quello del Terroir. Cioè il chiaro riconoscimento di quel vigneto, di quel vino, di quel produttore, di quelle pratiche di vigna e cantina che solo la memoria storica ha codificato. Quando bevi Valentini, Rousseau, Romanee, Leroy, Gravner, Bartolo Mascarello, Dettori….non ti stai a fare troppe domande perchè ad ogni sorso c è un emozione celebrale che i vini di Michael Rolland non hanno.
    Perchè quando bevi Valentini, Clos St. Jacques, Cornas di Clape, Hermitage La Chapelle o una grande “bolla” come quella di André Beaufort, tu bevi un vino che ha un anima…e non serve quella annata in particolare perchè questi grandi hanno il loro Terroir specifico tutti gli anni, pure quelli sfigati; il caso emblematico è il Trebbiano 2008 di Valentini: per i bianchi il 2008 sembrava un annata un pó ” magra”, io stesso non comprai molti cartoni…. Ed invece che è successo: che il 2008 è strepitoso con un naso complesso e con una vena di caffé tostato che solo i grandi Montrachet hanno….
    Quindi, alla fine, i vini si dividono in 2 categorie: quelli buoni e quelli cattivi. Punto e basta.

  7. Vero è che forse gli “ingredienti” in etichetta come nei cibi non sarebbero male. Dopo potremmo evitare queste (finte) distinzioni, e sapere realmente cosa beviamo…

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