Chianti e Lampredotto, accoppiata vincente al Castello di Nipozzano

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Come una scolaresca in gita, io e una dozzina di colleghi approdiamo al Castello di Nipozzano della famiglia Frescobaldi a bordo di una navetta che ci ha raccolti in quel di Firenze.

Ho la testa che mi duole a causa del poco riposo la notte scorsa, per partire da Milano la sveglia stamane è suonata troppo presto e m’è sembrata come un piede di porco che forza, deformandola, una saracinesca, che poi sarebbe il mio cervello.

E la discesa dal mini-bus non è neanche agevolissima dato che le curve in viaggio m’hanno causato nausea.

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Il mio quadro clinico però migliora all’improvviso non appena mi guardo intorno nell’ampio cortile della tenuta. Getto lo sguardo al placido verde che veste le morbide colline toscane, dando profondità e ariosità al panorama, e sto già meglio, anche perché da qualche parte arriva un soave effluvio di brace. E sono appena le 11.30.

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Faccio un attimo il gastro-reporter serio. Perché sono qui oggi, nel cuore del Chianti Rufina, a circa 30 km da Firenze per il lancio della nuova etichetta Nipozzano Chianti Riserva 2013 in un incontro con giornalisti, blogger e addetti ai lavori.

Il programma prevede la visita guidata alla cantina storica e alle nuove camere dell’ospitalità ricavate nell’antico Frantoio, la degustazione del Mormoreto 2013 condotta da Sergio di Loreto nelle sale interne al Castello e un percorso enogastronomico con piatti tipici delle regioni italiane.

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La tenuta, ricevuta dalla nobile famiglia Frescobaldi dopo il matrimonio di Angelo de’ Frescobaldi con Leonia degli Albizi nel 1863, è pettinatissima e si distende su 626 ettari: gli ulivi zampillano a destra e manca, le vigne si perdono a vista d’occhio, in un casolare laggiù sono radunati gli allevamenti di chianine e angus, l’orto dona i suoi prodotti alla cucina del Castello.

L’odore della vendemmia si spande e sovrasta quello della brace, anche perché è appena iniziata la visita guidata e sto fiancheggiando silos e macchinari adibiti alla produzione di vino.

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Insieme al gruppo, percorro la viuzza principale dell’antico borgo in cui sono site le quattro nuove camere, invero accoglienti e stupende.

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Se ne prendessi una potrei cucinare rimirando le colline, svegliarmi su un letto con vista macina-in-pietra, avere un camino più grande della mia stanza a Milano, rinfrescarmi tra le effervescenze di una Jacuzzi godendomi la profondità del panorama. Voglio inoltrare richiesta di adozione al marchese, vediamo se m’accetta.

Si prosegue e odo le note di un violino riecheggiare nell’aria. Mi guardo in giro ma non vedo nessun archetto, penso a una registrazione in diffusione o a uno spettro, ma vengo rassicurato sull’inesistenza di quest’ultimo. C’è una musicista da qualche parte, mi dicono.

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La melodia si spegne gradualmente alle mie spalle durante la discesa delle scale che conducono alla cantina di famiglia, in cui sono custodite migliaia di bottiglie impolverate.

È usanza presso i Frescobaldi conservare 500 bottiglie di vino tappate per ogni nuovo genito maschio, 200 per le femmine.

Riemergo in superficie e qualche nuvola minaccia il blu terso e l’aria frizzante di questa giornata. Vorrei fotografare ogni scorcio della tenuta come farebbe un turista giapponese, ma l’immancabile brigata nipponica è già presente con quattro unità che non si perdono un anfratto.

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Ci si addentra nelle sale intestine del Castello e in un grande salone il sommelier Sergio di Loreto guida gli astanti alla degustazione del Mormoreto 2013.

Un elegante incrocio tra Cabernet e Sangiovese in cui spiccano note di frutti di bosco e ciliegia, un tocco speziato che ben si sposa con piatti di carne e, nel contempo, una freschezza e una pulizia in bocca che controbilancia la ponderosità tipica della cucina toscana.

Mi godo il calice afferrando ogni sfumatura, è un vino raffinato che a ogni sorso mostra la sua classe, come un pavone fa bella mostra delle sue piume.

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Piume di pavone – quelle che agghindano il vestito dell’affascinante violinista che ho incontrato poco prima e che ha fugato ogni mio dubbio sull’esistenza di entità sovrannaturali e violiniste.

Risolto l’arcano su fantasmi o presunti tali, l’appetito m’è montato per benino, e neanche a farlo apposta è appena iniziato il percorso enogastronomico che si districa fra ben quattro sale e che ha l’aspetto di un pasto luculliano.

In primis, un calice di Chianti Riserva Rufina 2013 che porta con sé l’impronta dei Frescobaldi. Al naso è intenso e complesso, il rosso è brillante e la persistenza è fresca, ampia e rotonda. È un vino eccelso.

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Cibo, vieni a me. Ai quattro angoli della sala ci sono degli chef che servono ognuno la sua specialità. Ottima la polenta mantecata con formaggio e burro, buona la pizza con pomodorino ma non mi esalta più di tanto. L’arancino con patate e cozze ha l’esterno moscio essendo stato fritto da un po’.

Scorgo intorno gente che lo mangia con la forchetta, a noi in Sicilia si insegna sin da bambini che una simile scelleratezza va pagata con sonore sculacciate. Insomma, vorrei gridare L’Arancino Si Mangia Con Le Mani! ma non vorrei essere preso per un rozzo. Io mangio con le mani e salvo l’anima mia.

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Arrivo alla trippa e giuro che sto per commuovermi tanto è morbida, saporita senza risultare brutale. Si scioglie quasi in bocca.

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Voglio conoscere l’artefice di cotanta bellezza palatale ma devo proseguire il giro e finisco nell’altra sala con un ben di Dio assortito. Mi confondo tra i commensali mentre mi riempio il piatto senza pietà.

Tra salumi e stracciatella, una strana pizza che non so come si chiami e allora chiedo nome e cognome ma nessuno sa dirmi nulla perché tutti mangiano e se ne fregano delle mie indagini gastro-onomastiche.

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E poi Tortelloni al ragù e carne di tantino rinsecchita.

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Vado ancora avanti e mi godo un calice di Leonia Pomino Brut, metodo classico millesimato prodotto nell’altra tenuta dei marchesi Frescobaldi, il Castello di Pomino: sapidità adagia, tocco floreale, bollicine piccole che scorrono senza infastidire il palato.

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Bene, posso mettere piede nella sala dove salumi toscani e formaggi attendono solo che io li acchiappi – prima di uscire nella corte dove si levano imperiosi fumi di carnazza che sfrigola sulla graticola.

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C’è un esercito di fiorentine che s’imbruniscono sulla brace e la fila per averne un pezzo è lunga, così mi avvicino all’angolo del lampredotto – mi vengono subito in mente i consigli su dove mangiarlo a Firenze – e mi faccio preparare un panino.

Oddio, sto per restarci secco tanto è buono, la poesia della frattaglia mi inebria palato e spirito. Lo divoro, giuro, nonostante ci abbia già dato dentro con un sacco di roba prima.

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Comunque la fila in zona bistecca mi tocca ugualmente, non prima però d’aver fatto un refill di Chianti Riserva 2013 così da poter diventare ragazzo-immagine della giornata.

Mi danno anche l’osso con raccomandazione di ripulirlo per bene, io mantengo la promessa, mi sollevo le maniche della camicia e tanti saluti buona creanza: vado di mani, come si confà ai Veri Signori.

Mentre sul prato oltre l’ingresso della corte una band intrattiene il pubblico che mangia e beve, si fa una certa ora ed è quasi tempo di tornare a Milano.

Però riesco a farmi presentare il trippaiolo che è anche il lampredottaio, cioè colui che m’ha regalato emozioni d’un certo calibro – e scopro che si chiama Emanuele Nenci del ristorante A Pancia Piena di Sieci (in provincia di Firenza), a cui vorrei dare un bacio in fronte per ringraziarlo ma la situazione formale, nonché la visiera del suo cappello me lo impediscono.

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Così gli chiedo di farci una foto per suggellare questa fratellanza nel segno della frattaglia, con tanto di pollice in su.

Castello di Nipozzano Frescobaldi. Località Nipozzano. Pelago (Firenze). Tel. +39 055 831 1050

[Testo e Immagini: Marco Giarratana]

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