I 120 anni dei vini di Nino Negri in Valtellina

Classe, eleganza, stile, e soprattutto sostanza: sono queste le parole d’ordine di “Nino Negri 120“, la serata che ha celebrato questo importante anniversario nel chiostro del Palazzo delle Stelline a Milano.

Ma prima di tutto: chi è, o meglio cos’è, Nino Negri? Una delle maggiori realtà vitivinicole della Valtellina. La storia della casa vinicola inizia nel 1897 quando il fondatore, Nino Negri, sposa Amelia Galli, proprietaria della fortezza di Chiuro (SO). Il figlio Carlo affianca il padre dal 1927 acquistando nuovi vigneti e migliorando le tecniche di coltivazione. Nel 1977 (quando ormai il nome è già noto in Europa e negli USA), dopo 50 anni al timone delle sue cantine, Carlo Negri si spegne, passando il testimone a un giovane enologo trentino entrato in azienda qualche anno prima, Casimiro Maule. Con passione e lungimiranza, Casimiro punta tutto sulla qualità, valorizzando e coinvolgendo ogni attore della filiera produttiva, con il pieno supporto del Gruppo Italiano Vini (GIV), che nel frattempo ha acquistato l’azienda.

Ma veniamo ai tempi nostri, anzi, al nostro evento. La serata è stata aperta da una frizzante degustazione “in libertà”, dove le differenti etichette di casa Negri si sono presentate insieme ai Nobel, ossia le stelle dell’eccellenza italiana di casa GIV, e accompagnate – ovviamente – dai formaggi Valtellinesi – il Bitto, lo Storico Ribelle (ovvero Bitto Storico).

Dopo questo “riscaldamento dei sensi” siamo passati alla Degustazione con la “D” maiuscola, che si è tenuta nel chiostro principale del Palazzo delle Stelline. Maiuscola perché a condurla sono stati Casimiro Maule (sì, proprio lui) e Luciano Ferraro (Corriere della Sera). Una degustazione d’eccezione (complice anche un parterre internazionale – vedasi le cuffie rosse per le traduzioni in prima fila): una Verticale di sei Sfursat 5 stelle accompagnata da un racconto della storia della casa vinicola.

Anzi, la storia di un vino attraverso la storia di un uomo, appunto Casimiro Maule, che per 50 anni è stato l’enologo di casa Nino Negri.

Così abbiamo apprezzato La Matricola, uno sforzato del 2013, tiene ben testa ai suoi predecessori (personalmente  direi che è secondo solo al 2001). Con lo Sfursat 5 stelle 2013 “In bocca sembra di avere un grappolo d’uva”, sostiene Luciano Ferraro. Il 2009 è “Un vino più verticale, con una spinta verso l’alto, ma forse è meglio il 2013” sostiene Antonio Paolini (Vini dell’Espresso). Ma il 2001 è “Il vero vino Valtellinese, equilibrato e sferico”: sono le parole di Casimiro Maule: come dargli torto?

Alle degustazioni si alternano episodi di vita vissuta, da cui emerge l’anima di un’azienda che è fatta di materia prima (l’uva), di un prodotto curato in tutte le sue fasi, ma soprattutto di persone.

Eccolo il più anziano del gruppo, uno Sfursat 5 stelle 1989. Il più artigianale, ci rivela Maule, che ha dovuto “rubarne alcune bottiglie qua e là” per questa serata. Nato quando la tecnica e la tecnologia non erano ancora entrate in cantina, quando non esisteva nessun controllo della temperatura, quando la fermentazione richiedeva 40 giorni (e che partiva solo dopo 10 giorni, a causa delle temperature): è lo sforzato fuori dal coro, non solo per i 28 anni ben portati, non solo perché è un vino dalla lavorazione tradizionale, ma perché subito all’olfatto e poi al palato si distingue dagli altri cinque fratelli.

Non so se possiamo svelarvi il preferito di Casimiro – ma lo scriviamo lo stesso: il 1997.

La serata prosegue con una visita a uno dei gioielli italiani, il Cenacolo di leonardo, lì a poche decine di metri di distanza. Il binomio Sfursat 5 stelle e Cenacolo vede due eccellenze lombarde unite in un percorso culturale e gustativo interessante: un aspetto dell’enoturismo da valorizzare, visto che alcuni degli intervenuti hanno confessato di avere accettato l’invito perché allettati da questa visita esclusiva al capolavoro di Leonardo.

E se di fronte al capolavoro vinciano qualcuno si è chiesto “chissà che annata avranno bevuto quella sera?”, e se qualcun altro, durante il piacevole aperitivo post cenacolo e pre-cena, ha confuso il Cuvée Carlo Negri Metodo Classico con uno Sforzato, noi ci siamo abbandonati al piacere della cena, anche se la visita l’ha fatta ritardare un po’ troppo.

La cena inizia con salsiccia di Bra, zucca, porcini, frutti rossi dello chef Daniele Armilla: abbinamento un Ca’ Brione (Chardonnay, Sauvignon, incrocio Manzoni… e la storia si fa lunga se dobbiamo elencare tutti gli uvaggi).

I tortelli di zucca (che risulteranno essere il  mio piatto preferito) posati su una zuppetta di casera, aglio nero e sale affumicato, dello chef Luca Cantoni, ben si abbinano al Castel Chiuro riserva 2009 (un Nebbiolo 100%, 60/70 mesi in botte, creato in occasione del 120°).

Segue un lombo di cervo, castagne caramellate, mela, mirtilli dello chef Pierino Candini. Ma a questo punto l’ora, ormai prossima alla mezzanotte, ci costringe alla fuga – unico piccolo neo della serata. Cogliamo solo di sfuggita la sfera di cioccolato fondente e zuppa di melagrana, ancora dello chef Daniele Armila: solo fotografata, non degustata…

Una serata di stile e gusto, dove l’organizzazione ha saputo gestire la folla iniziale di enonauti e ospiti, e poi ben 130 commensali (di cui 30 stranieri), coccolati da un servizio (molti i sommelier AIS presenti) curatissimo.

[Testo: Marco Lupi. Immagini: Claudia Calegari, Marco Lupi]




- martedì, 31 ottobre 2017 | ore 10:29

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