Rubio attacca tutti: chef, cuochi e se la prende pure con la buonanima di Gualtiero Marchesi.

Salvi solo gli osti e i conduttori di trattorie.

Non vanno bene nemmeno i giovani che si sono dati allo street food che, ovviamente, è nato grazie a lui

Accade sul Corriere della Sera una lunga intervista di Candida Morvillo a Chef Rubio, alias Gabriele Rubini, cuoco ex-rugbysta assurto a fama televisiva con la sua trasmissione sul cibo di strada, Unti e Bisunti, a cui sono seguite altre trasmissioni, libri, e interviste.

Interviste nelle quali si premura di assumere sempre un atteggiamento “controcorrente”, che a volte rischia di fare un po’ troppo “personaggio”.

Di fronte al dilagare del cibo di strada, in buona parte anche merito suo, difende la sua scelta culturale davanti al business.

Mi sono fatto portavoce di un messaggio usato poi al mero scopo di far soldi. Il mio primo Unti e Bisunti è andato in onda su DMax proprio cinque anni fa, ma io volevo portare alla ribalta i vecchi artigiani affinché i giovani li aiutassero a non chiudere bottega, o usassero i social per segnalarli. A parte i pochi che hanno viaggiato per conoscere il vero cibo, gli altri hanno mangiato per moda e cucinato per business senza salvare niente.

Perfetto, bene. Ma l’osservazione successiva – rispettabilissima – suona un po’ retorico-populistica.<

Io vado solo nelle bettole: lì si parla con le persone, impari più cose, conosci chi ha preparato il cibo. Le rare volte che mi siedo al ristorante me ne pento: il luogo è, di per sé, slegato dall’essere umano.

Assolutamente opinabile, che solo le bettole siano depositarie di umanità e cultura gastronomica. Si prosegue così, a cavallo tra retorica e osservazioni perfettamente condivisibili. Alla domanda su dove si mangia il vero cibo di strada in Italia risponde

Il baluardo è Palermo. Napoli, ormai, lo è meno. Siamo stati tutti rimbecilliti dalle leggi sanitarie. Il supplì buono è stato ammazzato dalle normative europee.

Ma poi aggiunge tocchi di superman della tavola che lasciano un po’ basiti. Lei è mai stato male per quello che ha mangiato?

Mai. Ho bevuto ogni acqua, mangiato frutta e verdure senza lavarle. Ho sviluppato gli anticorpi.

Insomma, il personaggio è complesso, un po’ alla Anthony Bourdain

Volevo un libro [Mi sono mangiato il mondo, Rizzoli] sui miei viaggi raccontati coi miei pensieri e l’altra mia passione: la fotografia. Mangiando, scopri l’anima di Paesi e persone. Io viaggio per incontrare me stesso attraverso gli altri e ciò che mangiano. Nei mercati, sento vivi corpo e mente.

e un po’ alla guascone. Vediamo qualche domanda e risposta.

La cosa più strana che ha assaggiato?

Il cibo del McDonald’s e del supermercato.

Lei cucina?

Solo per chi dico io. Non è che un artista fa i quadri su commissione.

In realtà, da che mondo è mondo gli artisti lavorano su commissione – dei papi, dei nobili, dei galleristi. Quelli che disegnavano i bisonti a Lascaux lo facevano per assicurare al gruppo una caccia favorevole.

Immagino non badi all’impiattamento.

No, non serve un genio per mettere la foglia d’oro.

Magari è vero: ma perché non l’ha mai fatto nessuno prima di Marchesi?
Perché ce l’ha con gli chef?

Perché i più pensano di saper fare e non sanno nulla».

Ecco: affermazione a effetto, ma non suffragata da un riscontro oggettivo.

E perché ha studiato alla scuola di Gualtiero Marchesi?

Dovevo conoscere il nemico per combatterlo. A me del cosiddetto “sistema food” fa schifo tutto: le stelle Michelin, i programmi tv per diventare cuochi, le ricette buone solo per far sentire inadeguato chi non sa cucinare.

Già, ben detto – ma quali sono i programmi tv per diventare cuochi? Sì, ci sono concorrenti che già cucinavano in giro, e che magari provano ad aprire un locale: che è un cursus honorum rispettabile quanto mangiare nella bettole di mezzo mondo.

Cibo a domicilio ne ordina?

È il male assoluto, fa solo crescere l’obesità e la depressione: soli sul divano, mangiando e guardando Netflix.

Quelli che lo ordinano per una cena con gli amici, non esistono.

A volte, l’eccesso di tatuaggi sembra che ti obblighi a fare il personaggio controcorrente, un po’ come certe sceneggiature di talent show – il giudice buono, quello che ti dà la pacca sulla spalla, quello sempre corrucciato, quella severa e inflessibile… Ironico, no? In un caso o nell’altro, si finisce per venire “impiattati” in un ruolo, a diventare un piccolo stereotipo.

[Link: Corriere della Sera]