Il pathos dell’Arcangelo è colpa di Pierciccetti

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Stamani ho letto una nota dell’Ostedercentrostorico su Facebook. Non ho resistito e l’ho carpita dopo che mi sono state indirizzate una serie infinita di battute sul Tentativo. Ce la fa o non ce la fa, lo aiuti o fa da solo, te senti male o che. Lo voglio ripetere: il Tentativo di descrizione di una Carbonara è un vezzo stilistico, linguistico, di ricordo. Un tentativo di liberazione dalla guerra, un ricordo buono che si può avere del bacon e un modo per andare oltre la razione K. Ma non è una semplice “cacio e ova”. Questo sarà più chiaro dopo che avrete letto questa nota. (V.P.)

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Non è colpa mia se sto scomodando Aristotele e i massimi sistemi per ragionare di cibo ma oggi parlando con una persona mi sono tornate in mente: minestra che “parla con gli angeli”, una salsa al “dio biondo”… Insomma i miei scomodavano gli dei dell’Olimpo e i loro dirimpettai cristiani per esprimere il parere sul cucinato che usciva dai fornelli del loro ristorante…. Amenità forse, ma che hanno segnato una parte della mia infanzia ed il rapporto seguente con il cibo.

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Il pathos è una forma retorica che serve ad esprimere sofferenza ed emozione e collegata al cibo crea implicazioni di ogni tipo, anche fisico.
Ne consegue a volte un rapporto tormentato quasi al limite della sofferenza, ma profondamente emotivo e onirico. Io con il cibo ed attraverso la sua trasformazione mi analizzo, viaggio nell’inconscio, in breve mi esalto e appago i sensi che non sono solo quelli collegati alle papille ma anche quelli della testa, i più nascosti e lontani…. I miei viaggi attorno e per mezzo del cibo sono legati ai ricordi ma anche al futuro. Vedo la forma del piatto, immagino la sua disposizione (la mise en place) ed agisco come se fosse già vissuto: presente , passato o futuro? tutto insieme, forma e pathos confluiscono nel cibo e finiscono nel piatto attraverso il gesto tecnico e il fuoco che trasforma la materia….
La forma è atto geometrico, è disposizione, è attuare il senso fisico del ragionamento fatto e vedere il risultato… Senza forma non avremmo piacere, prima sensazione visiva fondamentale… Ci avvicineremmo guardinghi invece che ben disposti davanti ad un cibo, magari anche ben cucinato, ma che mal presentato potrebbe risultare scadente.
L’emozione della forma, la disposizione emotiva e le storie che mi raccontavano da bambino nelle fumose cucine dei ristoranti mi hanno influenzato nell’approccio con il cibo e con la sua essenza…. In sostanza cerco oltre, passatemi il termine, perché l’oltre che ricerco o percepisco ha a che fare con sfere e con territori alcune volte non reali, non tangibili.

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Un esempio sono i miei sogni legati al cibo, e alle interpretazioni che ne svolgo: Sogno me bambino a volte, ed il mio territorio di appartenenza, il Tevere e i suoi pesci, le colline albesi e i tartufi, le vigne, la Toscana e l’olio, il mare e i crostacei… il fumo dei camini, i biscotti Plasmon, il gavage delle oche con il ficatum… e poi mi sveglio nel cuore della notte…. ed elaboro… mumble mumble… i titoli più disparati mi piovono sulla testa e le emozioni più profonde mi tolgono il fiato come in un quadro parossistico che non ha mai fine e dove il soggetto rincorre le sue stesse ombre…

Arriva il giorno e apro la finestra della mia stanza, luce che penetra a stento… senso di disfatta ma volontà comunque di farcela…Vado in bagno e il mio primo pensiero arriva a la sera prima: ma che me sarò magnato a bottega de Pierciccetti ieri sera…. cci sua?????

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Testo: Arcangelo Dandini. Foto: Francesco Arena