E = mc². Degustare il vino è cosa da genio?

Vino

Ti ho visto attento al bicchiere, pronto a cogliere di vino fortunato intime le suggestioni; lo ami, ne ascolti l’anima.
 Gridala, falla gridare… (Luigi Veronelli)

Giorni fa ero ad una degustazione, paludata e molto bella, riuniti insieme buona parte delle migliori penne del vino d’Italia. Inizia la degustazione guidata, millesimi nuovi in presentazione e millesimi più vecchi a testimonianza dell’assoluto valore delle bottiglie proposte.

Fino a qui tutto bene, diceva quel tale cadendo dal centesimo piano… Parte la degustazione e comincia la solita litania incessante di profumi di sentori arcaici e inusuali. Una gara all’individuare l’assonanza e l’affinità con afrori esotici e comuni. Una corsa instancabile verso lo stupore e l’effetto.

Il giovane sommelier (molto bravo e dal curriculum importante) assolutamente incurante della platea, officia il suo rito, fatto di un mantra di sentori, di ritrovamenti; di invenzioni linguistiche e botaniche. Il vino sembra quasi in secondo piano, quello che importa veramente è stupire con descrittori sempre più raffinati e stupefacenti.

degustazione-mc2-bicchieri

Devo dire che la cosa la ho trovata alquanto irritante, ma non per colpa del degustatore che guidava al meglio di come gli era stato insegnato, con evidente emozione, una commissione d’assaggio impegnativa e difficile. Quello che mi ronzava per la testa e mi poneva domande, che nei giorni sono diventate sempre più assordanti e urgenti, è stato: ma quando è successo che degustare vino è diventato solo questo? Ci interessa ancora sapere che in un vino si trovano sentori di carrube? Posto che non sono un equino e che del carrubo non me ne può fregà de meno.

A me personalmente interessa poco o niente! Mi interessano invece molto le storie e le emozioni che stanno dietro al bicchiere, quelle voglio che mi siano mostrate e raccontate.

Cerco la narrazione che il vino buono ci fa, una narrazione che non ha nulla a che fare con il ritrovamento di assonanze barocche con profumi noti o sconosciuti (temporale d’estate, asfalto bagnato, macchia mediterranea, timo di montagna ecc), ma molto a che fare con la storia di un territorio, con la visione di un vignaiolo. Sulla capacità o meno di una bottiglia di sfidare il tempo, di evolvere e maturare, sulla sua capacità di narrarci, appunto, emozioni e vicende. Il vino ha in se tutto questo, per questo è tanto appassionante e interessante. Purtroppo oramai un poco defilato a favore di una cantilena incessante di descrittori e di tecnicismi, che ha come unico obiettivo stupire, ma la realtà non stupisce più nessuno…

Insomma un poco l’effetto cazza la randa, oppure quelli che dicono tennica invece che tecnica: un poco gergo e un poco linguaggio del marketing. Qualcosa di studiato a tavolino per dire “anvedi quanto siamo bravi, quanto siamo intelligenti”.

Vedete la cosa è in realtà abbastanza importante, perché è parte del problema e della stanchezza del vino odierna. Stiamo cadendo dal centesimo piano, appunto, ma oramai siamo arrivati al primo: o hanno aperto un materasso assai gonfio o tra poco non andrà tutto bene…

Questo approccio rabdomantico e dannunziano, sta allontanando sempre più consumatori dalla bottiglia. Noi appassionati siamo diventati con questo stile (tutto italiano) sempre più respingenti, una setta chiusa, che usa termini aulici e tecnicismi inutilmente complicati.

Ci siamo sforzati terribilmente di far diventare il bere un atto alto e intellettuale, di abbandonare ogni afflato romantico e emozionale, nella ricerca di un tecnicismo e intellettualismo che poco ha a che fare con Dioniso e con la narrazione del vino e che soprattutto dimostra forte e chiaro che in realtà non crediamo nel valore intrinseco della bevanda, ma che cerchiamo spasmodicamente un atto di complicazione ellenistico.

Vogliamo dirci una volta per tutte che se occuparsi di vino fosse stato lavoro per geni, Einstein avrebbe girato bicchieri e non scritto E = mc2 ?