Gastrosfigati e gastrofighetti. I neologismi che uccidono il mondo del cibo e del vino

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Quando esce in campo una dizione nuova, strana, la qual non pretenda se non fare il medesimo uffizio che già è fatto da un’altra, convien ributtarla, soffocarla, non lasciarla allignare, se si può […] Poiché ella viene a mettere in forse il certo, a intorbidare il chiaro, a render difficile ciò che non era, a metter contrasto dov’era consenso… (Alessandro Manzoni)

Bruegel-torre-di-babele

Gastrofichetti, gastromaniaci, gastronzi, gastroentusiasti, gastrotradizionali, enomaniaci, enosboroni, gastronauti, enoemozioni, enodemocratici, gastrolibertari… Si potrebbe andare avanti per ore e ore, con i neologismi inventati per il nostro piccolo mondo.

Un ghetto nel quale ci rinchiudiamo da soli con il vezzoso piacere di sentirci diversi. In realtà per il novantanove per cento dell’umanità, sono tutti uguali. Errori di grammatica che non significano niente e che indicano dei fenomeni da CIM (centro di igiene mentale), NOI!

Insomma: mumble mumble, pensa che ti ripensa, oggi ho avuto una illuminazione. Questi epiteti che ci piacciono tanto sono la dimostrazione della fragilità contemporanea della società gastronomica. Sono la prova (ammesso ce ne fosse bisogno) di quanto siamo residuali e marginali e di come veniamo percepiti: gastromaniaci, appunto, come ha detto Carlo Gallucci a Tg5 e come ha scritto la pulzella di montenapo, Ilaria Bellantoni, nel suo libello. No non si è sbagliato, voleva proprio dire gastromaniaci e non gastrofanatici, tantomeno il simpatico gastrofichetti, come qualcuno ottimisticamente ha suggerito.

Ma-nia-ci, come quelli con l’impermeabile ai giardinetti, come quelli che sordidamente entrano in certi cinemini equivoci, come quelli che non possono camminare senza seguire un percorso definito, che non possono uscire di casa senza aver controllato millanta volte di aver chiuso il gas. Maniaci appunto, una situazione di disagio e di malattia che contiene al suo interno un giudizio morale preciso e definitivo.

Quel giudizio morale, non lusinghiero, è per noi. Per tutti noi che pensiamo cose semplici e sostanzialmente corrette: che quello che mangiamo è importante, che (senza scomodare Feuerebach) siamo quel che mangiamo, soprattutto che il cibo è cultura e sapere. Questo assunto nel belpaese dovrebbe essere semplice, chiaro e limpido. L’enogastronomico è la sola voce rimasta sana (non so per quanto) del famigerato Made in Italy. La sola ancora in attivo e che potrebbe veicolare non poco del Turismo di questo paese.

Insomma il cibo è una cosa serissima, un insieme di culture e di saperi che sono la vera ricchezza di questo paese. Pensate solamente quanto hanno fatto in questo campo i cugini transalpini, a quanta cura e attenzione hanno profuso nel cibo e nel vino e a quale ricchezza ne hanno tratto. Ma invece noi? Noi siamo maniaci, buoni da rinchiudere e da sbeffeggiare.

Le parole sono importanti, diceva un signore barbuto, sono talmente importanti da contenere in se un giudizio ed in alcuni casi da veicolare una sentenza. Pensiamoci ogni volta che usiamo uno di questo simpatici neologismi, ogni volta che autonomamente ci rinchiudiamo in un ghetto e lasciamo spazio all’insinuarsi del dubbio.

Pensiamo a come colmare il gap che segniamo ogni volta. A come diventare interlocutori credibili in un mondo in cui il nostro settore, il nostro sport è importantissimo per tutti. A come essere referenti reali e non solo dei simpati eccentrici nella migliore delle ipotesi…

21 Commenti

  1. Io mi sento un gastrofanatico: guardo sempre la cucina in TV, ma quella vera sul satellite, sto attento ai prodotti (uova Parisi, pasta cavaliere, riso acquerello ecc), leggo tutti i blog e bevo solo vitigni autoctoni… Sono un matto? Boh, io ne vado fiero e se gli altri non capiscono peggio per loro

  2. Vedi Alessandro, io un’idea la avrei….
    Il mondo dell’enogastronomia di cui parli giustamente nell’articolo, il mondo che sta seduto dinanzi ad un computer tutto il giorno a cercare la notiziola da pubblicare per fare quattro contatti in piu’, mi ricorda il politico D’Alema quando gareggiava ‘vis a vis’ con Berlusconi….
    Non era assolutamente interessato a primeggiare, anzi, a lui bastava confermare il suo 25% di voti che gli garantisse di poter avere controllo nelle aree di suo interesse…
    A questo penso perché per fare quello che dici tu, per promuovere il made in italy, toccherebbe farsi un mazzo cosi’ e a me sembra, magari mi sbaglio, che di gente disposta a farsi un mazzo tanto per la promozione del marchio Italia in giro per il mondo non ce ne sia poi tanta!
    Ieri parlavo con un importante personaggio del vino svizzero, uno che importa, uno che é proprietario di quattro aziende in giro per il mondo, ed anche lui mi diceva che il grande problema di noi italiani é la nostra ineluttabile provincialità!
    Noi diffidiamo di quel vino solo perché non é di casa nostra, all’estero spesso mangiamo solo italiano e siamo interessati soprattutto a primeggiare sul vicino e non a fare sistema e andare in giro a confrontarci!!!
    Perché é solo con il confronto che si cresce e si capisce come emergere, se continuiamo a pensare che i nostri prodotti debbano essere comprati a priori perché italiani, siamo belli che fritti!
    buona domenica
    nic
    ps: su D’Alema magari ho detto una sciocchezza, sai che di politica ne capisco ben poco, sul resto non credo di sbagliarmi di tanto…

  3. ha risposto a nicola massa: Nicola non ti sbagli tanto… Però consentimi una cosa, diffida degli stranieri che ci riducono in macchietta, perché nel nostro settore quello che leggono come inamovibilità, è spesso difesa del territorio e delle ricchezze. Mi spiego, hai ragione a dire che di promozione dei prodotti italiani se ne vede poco, ma temo proprio perché in fondo siamo percepiti come una nicchia di simpatici crapuloni e non come produttori di economia, quale siamo. Inseguiamo ancora la produzione di automobili di massa, in una zona dove non è economico farne 😉
    Ciao A

  4. E se tornassimo ad un sano “parla come magni ” ?
    Di sicuro si rimetterebbe la palla al centro…
    Senza invenzioni linguistiche, usando un linguaggio semplice e genuino come gli ingredienti che usiamo….

  5. Io sono con Manzoni (che di lettori ne aveva 25, come dichiarava): appassionato di gastronomia, amante della buona cucina.

    Questa storia linguistica di neologismi mi porta in mente l’esempio francese: fantastici quando cercano di salvaguardare la propria lingua con ordinateur, abbastanza ridicoli quando cercano abbreviazioni sui calchi inglesi anche se con discreti risultati ad orecchio come mag al posto di magazine.

  6. ha risposto a Carlo Giovagnoli: Scusa, non capisco proprio dove sia lo scandalo e mi sembra persino una forzatura dare del marginale a qualcuno che sceglie di nutrirsi con qualità. E’ come dare del marginale a chi ha una passione per la Nouvelle Vague o per la letteratura russa… Chiamasi gusto elitario, e che male c’è? E raramente qualità e quantità vanno d’accordo… E’ successo con la musica rock negli anni Settanta ma sono performance non facilmente ripetibili…

  7. lochescion, scief e simili. Che dire delle storpiature delle parole? sono gastrofighette pure queste? Aspettiamo l’onda di riflusso e nasceranno i neo-gastrofanatici, i post-gastro-maniaci. E vincerà la Parodi con il suo milione di copie vendute del 3zo libro tris-cotto e mangiato o la Bellantoni che farà la sala da Cristina Bowerman dopo aver imparato il romanesco e potrà intrattenerci sulla difficoltà di servire se c’è una rampa di scale.

    Per quanto mi riguarda: a me MI piace la buona cucina!!

  8. ha risposto a Francesca: Veramente c’è un male grosso come una casa… Una cosa è essere nicchia un’altra è essere elitisti. L’enogastronomico in questo paese è parte della nostra ricchezza, del nostro presente e futuro… Un bene prezioso da cui dipende il nostro benessere, non è tanto il caso dipropugnaree l’elitismo ma di offrirasi come controparte economica, il resto sono chiacchiere da fanzine rock, appunto!

  9. ha risposto a Gennaro Maglione: vedi Gennaro, la cattiva notizia è che la Parodi ha già vinto, ha già vinto striscia e tutta la parapherenalia che ci vede come dei simpatici maniaci, appunto maniaci… Qualcosa di marginale, patogeno e potenzialmente deviato… Questo è quello che dovremmo combattere, una visione stile prova del cuoco e scarpette rosse dell’enogastronomico italiano 😉
    Ciao A
    Ps locascion o scief pere sono giochini innocui…

  10. Ok: perché utilizzare dei neologismi che finiscono per essere autolesivi, oltre che francamente irritanti? Sono insofferente dei ghetti, e diffido delle élite (anche quando ne faccio parte). Il problema si inscrive in quello più grande, di un paese che non riesce a prendersi sul serio, o che lo fa troppo, quando dovrebbe tornare a essere un paese normale. E nel nostro caso, l’eccellenza fa parte della nostra normalità e come tale andrebbe trattata, e protetta e veicolata. Con serietà, ma senza cadere nel fanatismo, e magari evitando la presa per il culo

  11. Il problema risiede in domicilio, il Ministero dell’Agricoltura.
    Ricordo, che in epoca democrastiana, era uno dei ministeri chiave e più ambiti.
    Io, se facessi parte attiva di questo mondo e avessi voce in capitolo, mi concentrerei molto ingenuamente su questa faccenda.
    Che metterei così:
    quello che lagrande terra italiana produce, deve produrre un Ministro adeguato alla grande terra.

  12. ha risposto a umberto: sicuramente quello che tu dici è una buona parte del problema, un’altra e passare dal concetto di contadino a quello di imprenditore agricolo. Ma secondo me una parte grossa della faccenda è il piacere della società gastronomica di essere marginale, di sentirsi elite e questi simpatici “nomignoli” lo rappresentano bene 😉
    ciao A

  13. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Ale, non é questione di diffidare o meno dello straniero. Quello che ho scritto é il mio pensiero da tempo supportato da esperienze in patria ed ora dal lavoro all’estero.
    Lo straniero ha solo confermato quelle che sono le mie idee e che peraltro derivano anche da esperienze fatte con te.
    Ad esempio, vorrei ricordare quanto tu spesso ti batta per far degustare vini francesi a viticoltori abruzzesi che in genere non ne vogliono sapere di uscire dal loro territorio, neanche per curiosità personale se non professionale…
    O bada bene che ho detto Abruzzo, ma varrebbe anche per tante altre realtà regionali!
    ciao
    nic

  14. ha risposto a umberto: Umberto dici bene, passaggio fatale fu il referendum abrogativo del 1993 che tolse molti poteri all’allora Ministero dell’Agricoltura. Nella sostanza si passo’ in un batter d’occhio da ministri del calibro di Pandolfi a personaggi tipo Diana e Poli Bortone!

  15. dal fegato del pigeon:

    euforia, momento, identità, gruppo, esaltazione, complicità, gioco, houellebecq, feticci, passione, sesso, occidente.

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