Black Mamba. I vini buoni sono quelli che finiscono (La Pergola)

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Niente da fare, è più forte di me, non resisto alle tentazioni e la cosa che più mi rallegra è che giuro ogni notte di cominciare una vita migliore poi fatalmente ricado nella seduzione, cedo alla lusinga e da ultimo senza nemmeno essere assalita dai sensi di colpa. Fantasmi di lussuria, come scriveva l’amato Kavafis…Bottiglie di grandi vini, per dirla con Black Mamba! ( Questa battuta, ammesso che riesca a capirla almeno io che l’ho scritta, corre il rischio di essere molto divertente…) Orbene amici, ho peccato, di nuovo e alla Pergola, con quel diavolo di crotalo tentatore che prima o poi lo uccido. D’altra parte, come molti di voi, apro bottiglie ogni giorno, non vedo perché non prendere un periodo di festività come ennesima scusa per fare una decorosa, eccentrica e curiosa bevuta.

Dico curiosa perché Marco Reitano ha scelto qualcosa di insolito per i nostri orizzonti, ha suggerito vini ai quali con certezza non avremmo pensato. Attenzione però, perché questa volta qualche colpo di scena c’è stato! Siamo partiti con una magnum di Henriot Champagne brut 1959, per accompagnare un eccellente carpaccio di ricciola con fagioli cannellini e tartufo bianco d’Alba, seguito da un risotto con ostriche e champagne, un piatto che solo Heinz può permettersi il lusso di preparare con tale baldanza, impossibile trovarne di così buoni a Roma, infatti lui ha tre stelle Michelin e gli altri no, è lapalissiano!….

Henriot 1959 è un grande Champagne, ingiustamente dimenticato un po’ da tutti noi, ma che sarebbe bene ricordare perché si tratta di un blend elegantissimo, di vecchia scuola che in versione magnum esprime al massimo il suo livello qualitativo eccellente. Peraltro aggiungo, come nota del tutto personale, che si rende giustizia all’invecchiamento dello champagne solo in formato magnum non c’è partita, è un altro pianeta. Henriot ’59 ha una bolla viva, per dirla col glossario di Black Mamba, ha toni burrosi e una spina acida fresca che francamente non ci saremmo mai aspettati da uno champagne di questa età. Una grandissima prestazione, sotto tutti i punti di vista, infatti nonostante il formato magnum, la bottiglia è finita in poco più di mezz’ora. Per proseguire, dopo il risotto e dopo Henriot, lo chef si è superato, preparando uno fra i suoi piatti più riusciti degli ultimi anni, il capriolo in crosta di frutta secca su scorzanera e polvere di zucca liofilizzata. Indescrivibile, un capolavoro di cottura che non potete perdere per alcuna ragione al mondo. Ho visto il crotalo con gli occhi fuori dalle orbite, e sì che non è facile leggergli la meraviglia sul volto, lo stupore, non foss’altro che per deferenza alla sua natura di crotalo. Qui Reitano, ci ha sorpresi con Antinori Chianti Classico Tignanello 1970, una sorta di prova generale perché dal ’71 Tignanello ha intrapreso la strada attuale uscendo dal disciplinare. Quando parlo di questo vino parlo di una bottiglia che ha fatto la storia del vino in Italia. Tuttavia le nostre impressioni non sono state buone, non ci è piaciuto, considerando con sommo e doveroso rispetto le premesse poc’anzi chiarite. Non avevo mai assaggiato il ’70 di Tignanello e non è stata una bevuta gioiosa, con quel sentore di pelliccia bagnata, come dice il crotalo, sembrava di mettere il naso nel collo di volpe di mia nonna in carriola.

Ma perché farci mancare un grande Barolo a questo punto? E che sia di tradizione! Aggiungeva savio il mio adorato crotalo. La scelta ricade su un capolavoro di rigore e tradizione piemontese: Barolo Coste del Monforte di Scarpa 1978, annata molto buona insieme alla ‘71, come ricorderete. Eppure qualcosa in quest’annata non mi convince. Ogni volta che bevo un barolo ’78 ( il crotalo ed io ne abbiamo assaggiati diversi e se n’è parlato a lungo) ho l’impressione di avere a che fare con un vino che non evolve che dà il massimo appena aperto. Una volta servito, nel bicchiere rimane così, anche un po’ piatto ad essere sinceri, ogni aspettativa è inevitabilmente delusa. Se sei fortunato e non collassa! Come nel caso di questa bottiglia che ha mostrato un grave cedimento in pochi istanti, mantenendo viva solo una nota di camino e di fuliggine che francamente nessuno di noi andava cercando. Peccato, perché confesso di avere un debole per Scarpa, mi piace molto.

Insomma amici, la serata procedeva ma bisognava bere alla grande e in allegrezza (che fa rima con ebbrezza, ma tu guarda un po’..) e per mettere al sicuro il rischio di un terribile rimpianto il giorno seguente, abbiamo scelto un’altra bottiglia, questa volta trasferendo il nostro pregiato gusto in Francia, a Bordeaux, con Domaine de Chevalier 1961. Un vino affilato, tagliente, che sa ovviamente di peperone e svela più Graves che Bordeaux. A pensarci bene, è quasi scolastico nella sua fresca espressione del territorio di origine. Questa volta la bottiglia è finita, perché i vini buoni sono quelli che finiscono, non quelli nelle bottiglie lasciate a metà!

Di lì a poco ci siamo spostati nella sala fumatori, (sapevate che Black Mamba fuma il sigaro?) dove abbiamo chiuso la nostra veglia chiacchierando amabilmente tutti insieme, cercando di interpretare i vini assaggiati col mitico Reitano, decisamente in linea con le nostre idee. Abbiamo brindato con Charles X, fra i miei Cognac preferiti, infatti sono uscita portando via la bottiglia restante e o il dubbio di non averla nemmeno pagata, forse l’ho sottratta in maniera coercitiva, surrettizia…Mi perdoneranno mai gli amici della Pergola? Confido nella loro indulgenza. Il crotalo mi ha assolta subito, come sempre, ma il crotalo è uno strano essere vivente, imprevedibile e imperscrutabile. E’ un serpente sufficientemente intelligente e astuto da evitare i conflitti col Black Mamba, gli è molto chiaro, almeno quanto all’indimenticato Clint, che sovverte la logica di “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. E poi crotalo e Black Mamba appartengono allo stesso giardino zoologico, c’è poco da fare…fateci pace, è così! Il crotalo, il mio amico immaginario…che meraviglia! E che serata da sogno, perché sognare ha una sua intima bellezza. Non dimenticatevi di Black Mamba!

Foto: blog.cavesa.ch, wikipedia

76 Commenti

  1. Ma il crotalo è sempre quello dell’altra volta o è cambiato? Perchè se è sempre quello e un grande! Ma uno champagne del 59 non è stanco? Io non me ne intendo granchè, così vecchi non ne ho mai bevuti. Ricordo un RD 97 bevuto insieme con un piede nella fossa, per dirla col tuo gergo.

  2. ha risposto a Massi: Sfera privata….R.D ’97 è molto maturo secondo me. Non mi piace, nulla a che vedere col ’96. Però onestamente R.D Bollinger mi ha un po’ stancata. Sarà che ne ho bevuto troppo. Guarda che il ’97 è stata un’annata strana, anche fra Salon 96 e Salon 97 c’è una differenza abissale, il primo buono in maniera indescrivibile, il secondo un po’ più giù. Comunque i grandi Champagne del ’59 sono fantastici e i formati speciali sono condizione perfetta per la conservazione.

  3. ha risposto a Cristiana Lauro: Un’anima paziente, questo crotalo…

    Chevalier, io mi sarei spinto più avanti fino al ’75. Roba da fuochi di artificio. L’ultima l’ho bevuta 2 anni fa e ancora la ricordo. Dovrebbe essere superiore alla ’61 e forse, dico forse, alla ’81. Giochiamoceli al lotto 61, 75, 81 terno secco sulla ruota della pergola. Può darsi che il crotalo sverrà di meno con i conti!

  4. Eri sola alla Pergola. No crotali. 24 Dicembre, notte di Natale….Giusto per precisare, non passi inosservata, non fai niente per passare inosservata. 😉

  5. Non male Lauro, non male. Però devo dirti che Barolo Scarpa 78 a me è piaciuto molto e in generale non sono molto d’accordo con voi sull’annata. Io la trovo grande

  6. ha risposto a Giacomo: Con riserva Giacomo, con riserva. Ne riparleremo però. sto pensando a un assaggio di Baroli 78, 6/7 cose interessanti, perchè io la penso come il crotalo, non evolve, rimane così nel bicchiere, come quando l’hai aperto. Vedremo comunque e in caso di assaggio ti chiamerò come auditore…però bevi, non è che ti faccio solo ascoltare!

  7. Comunque a parte tutto Tignanello ne ha fatta di strada, un pezzo di storia del vino italiana. Se è vero che hai trascorso così il Natale la prossima volta ti copio, invece di rompermi a casa con le nonne in carriola, come dite voi. W la pergola!

  8. ha risposto a Cristiana Lauro: Non devi prendertela, volevo solo fare un gioco, ci tenevo a precisare che eri sola e la serata si è svolta il 24 Dicembre, notte di Natale. Non ce l’ho con te, anzi, mi sei simpatica. 😉

  9. ha risposto a XXX: Le tue indagini fanno acqua da tutte le parti. Senti un po’ Sheridan, visto che sei così perspicace, indovina un po’ dove ti sto per mandare??? Ah!ah!

  10. ha risposto a Paolo: Non serve essere crotali e nemmeno Black Mamba…basta seguire scattidigusto! Abbi fede Paolo, sto cercando di organizzare una champagnata di proporzioni pazzesche. Spero per Giugno! Ma per pochi, pochissimi…Fidati di Black Mamba!

  11. Comunque la carta della Pergola è veramente impressionante. Mi sa che è una delle più importanti del mondo. Cri, non ci credo però che hai sottratto mezza bottiglia di Charles X, o eri completamente sbronza. Ma non ti ho mai vista ubriaca.

  12. Non mi hai mai vista sbronza? Non sai cosa ti sei perso! Scherzo, non mi ubriaco perchè detesto le percezioni alterate. Mi piace bere ma so fermarmi, dopo tanti anni di esperienza, sai com’è! Sigari cubani, ovvio, non amo i toscani…i sigari toscani. Circa la bottiglia di Charles X dovrei chiedere meglio al Crotalo o ai ragazzi della Pergola ora sono chiusi per ferie fino al 24. Comunque ci tornerò presto, se non altro per non deludere XXX e dargli qualche altro argomento di riflessione. ;-)))

  13. ha risposto a Alessandro D.: La carta della Pergola e quella di Pinchiorri sono veramente fra le più importanti del mondo…Insisto su Scarpa ’78, per me è fantastico, l’ho assaggiato pochi mesi fa.

  14. ha risposto a Antonio Gorelli: Mi permetto di dissentire. Non c’è nulla che una volta stappato può essere definito BUONO PUNTO a meno che non lo confermi l’assaggio. Ne Scarpa ne Biondi Santi ne Conterno. Prova ne è l’ultimo assaggio dei Nebbiolo. Per me Scarpa è buono punto ma, mio malgrado, mi sono dovuto ricredere. Se parlimo poi di bocce mature la tua presa di posizione diventa inconsistente.

  15. ha risposto a jovica todorovic (teo): Sono d’accordo Teo, peraltro anch’io ho un debole per Scarpa, ciò non toglie che questa bottiglia ci abbia delusi e purtroppo non credo sia un problema di singola bottiglia ma più probabilmente di annata che, come ho scritto, nel bicchiere, non evolve, si siede e lì rimane…anche quando la inviti garbatamente a levarsi di torno! Sta di fatto che noi siamo passati ad altro. Vorrei aggiungere che non sopporto i pregiudizii, nemmeno quelli positivi. Le aspettative sui grandi vini possono essere disilluse, non è la firma Monfortino o Masseto (detto così, a caso…) una garanzia universale. Il vino non è una scienza esatta, le annate ancora meno e la conservazione poi, non ne parliamo. Siccome però sulla conservazione dei vini alla Pergola non posso nutrire alcun dubbio, dico che secondo me (secondo noi!) quel vino era deludente e forse in quanto soprastimata l’annata ’78. Recentemente ho assaggiato Monfortino 2002. E’ un grande vino e chi l’avrebbe mai detto? Sinceramente quando l’ho aperto ho pensato che in certe annate scarse sarebbe onesto non produrre vini importanti. Eppure mi sbagliavo. Ancorchè almeno in parte fondato, il mio era un pregiudizio. Voilà!

  16. ha risposto a Antonio Gorelli: Gentile Antonio, una premessa: ho una passione per Cascina Francia che mi offusca la mente e forse puoi considerarla un’eresia visto che stiamo parlando di un monumento, Monfortino, forse il più grande rosso italiano. Il 2001 l’ho bevuto un mese fa all’Antica Pesa a Roma. Ha 14,5 gradi alcolici che dominano sia il naso che il finale in bocca. A mio avviso si tratta di un vino borderline perchè non si capisce se abbia un’evoluzione ossidativa o riduttiva. dalla Borgogna a Bordeaux, ne converrai, tutti i grandi vini prendono un’evoluzione riduttiva, in Italia purtroppo no. Su questo argomento sarebbe interessante una chiacchierata col mio amico Landi, enologo di tutto rispetto che ha le idee molto chiare in merito ed è anche un grande assaggiatore. Postillerei con un ricordo: lo scorso anno da Roscioli, lo stesso vino, lasciò perplesso anche Gianni Fabrizio che cenava con noi. Insomma, su Monfortino 2001, mi duole dirlo, sospenderei momentaneamente il giudizio. Momentaneamente, bada bene! A presto e grazie

  17. ha risposto a Antonio Gorelli: Ho un ricordo più nitido di Cascina Francia 2001 e 2004 oltre che del meraviglioso Monfortino 2002. A proposito del pregiudizio ho infamato per anni Roberto Conterno per la scelta spiazzante di uscire con la 2002. Mi sono ricreduto e faccio pippa. Per quanto riguarda il Monfortino 2001 il mio ricordo più fresco, si fa per dire, è legato ad una serata di fine Giugno quando il prode Bocchetti, incazzato più di una Black Mamba, decise di stapparne una verso le 01.00 am per dimostrare ad un mio amico che i Barolo potevano essere grandi anche se privi dell’immancabile rosa appassita. La bottiglia era bella io ero molto stanco anche perchè l’ora era tarda. In linea di massima sono daccordo con Cristiana e occhio che sulle concentrazioni dl Nebbiolo e evntuali imperfezioni di cantina la signora è micidiale. Senza timori referenziali….

  18. Vabbè ma di cosa state parlando scusate? Domaine de Chevalier è un vino incredibile, come si fa a reggere il confronto con un rosso italiano? Non c’è partita! Ho letto alcuni commenti e devo dire che sono d’accordo con chi ha detto che il ’75 è ancora meglio. Comunque la cosa interessante è che la bevuta è stata insolita, effettivamente curiosa, non so chi abbia scelto i vini, ma è stata una scelta da professionisti. Anche una bevuta da professionisti. Comnplimenti!

  19. ha risposto a Marco S.: Infatti non c’è paragone. Ecco perchè alla fine abbiamo scelto Domaine de Chevalier…per rifarci la bocca! ;-))) Scherzo ovviamente!

  20. ha risposto a Cristiana Lauro: Facciamo pace certo. Ora mi sono perso con i commenti tra qui e il masseto, ma volevo dire soltanto che non è possibile al momento ritenere un nebbiolo o un rossese un’innovazione nel mondo del vino come lo furono i supertuscan e masseto.

    Non piace l’alcolico, bene. Ma cerchiamo di ricordare che il vino è quello o vogliamo sbronzarci di fanta e coca cola???

    L’innovazione secondo me non può essere nebbiolo o meglio dovremmo cercare di ragionare in termini di futuro con un piglio complessivo. Mi spiego, stiamo cercando o almeno così mi sembra, di evitare di scimmiottare la grandeur francese (questo leggo dal rifiuto del masseto ad esempio) e di riportare un corretto concetto di territorio (anche in questo blandiamo il terroir, però) che è categoria giusta per il vino. Quindi cerchiamo di mettere al vino le targhe alle province come si faceva con le auto. Solo che facciamo poca strada perchè non siamo in grado di dare la giusta immagine complessiva del vino. La fanno da padrone i sotterfugi per vendere di più, i brick, i condensati, i ravvivati, i ripassati. Insomma un vino che deve vendere.

    Mi chiedo allora qual è il grande vino del futuro. Il già da 1 litro del monstre farinetti-fontanafredda? Il nebbiolo di Grasso? Io dico, datemi il masseto al tempo di oggi!

    Datemi una forza come l’amarone che sbancava negli states e che ora abbiamo sotterrato insieme allae confetture grand maman. Datemi il lambrusco che veicolava 60 anni fa l’idea di un territorio verace e che ora si sta riprendendo come mi pare di aver letto anche da voi (e dopo che a lui dobbiamo un altro mezzo cadavere, il montalcino). Fatemi sentire le note scintillanti di un gragnano che suonava le note saline del mare e che io voglio bere sul pesce fregandomene del rosso e del bianco. Datemi una barbera che non ce n’era per nessuno. O un barolo che stava soprattutto perchè era IL Vino solido che ti abbracciava come la mamma.

    Oggi che facciamo? leggo da voi che siete appassionati giustamente di abruzzo. Vogliamo dirci qual è il montepulciano super abruzzens visto che ora faremo un’intera regione doc? Possiamo sperare che le novità che giungono dal pecorino siano in grado di dare la misura di un beverino capace di andare oltre 2-3 regioni? E quanti cataldi madonna abbiamo?

    Ho capito che la freschezza e l’acidità sono valori importanti, ma ora convincetemi che il nebbiolo del ’90 può andare a confronto con uno chevalier della stessa annata e io vado a piedi fino alle langhe (e vi assicuro che non abito ad alba)!!!

  21. ha risposto a Gennaro Maglione: non capisco solo una cosa Gennaro, cosa intendi dicendo che il vino è alcool, che ti piacciono i gradi alcoolici elevati? i vini da 15/16 gradi e credi che siano la tradizione del vino? io penso di no, penso che i vini antichi fossero meno alcoolici di quelli moderni e che la bevibilità (grande ri-scoperta) sia un valore nel vino…
    Il passaggio sull’Abruzzo non lo capisco, mi spiegheresti meglio…

  22. ha risposto a Gennaro Maglione: Gentile Gennaro, Io non parlo di Nebbiolo o di Rossese riferendomi a una scelta innovativa, semplicemente perchè non lo è. Parlo invece di attuale cambiamento del gusto. Non credo di sbagliare, basti guardare i consumi di Pinot Nero anche italiano, di vini senza barrique, tendenza non più in fieri ma già da tempo accertabile. Il consumo di vini come Masseto è drasticamente calato, a parte il fatto che in Italia è scesa la quota di vino pro capite, a fronte di un’offerta sempre più ampia. Ma questo è un dato generale, ancorchè preoccupante, almeno per me che lavoro nel vino…Io poi coi miei consumi faccio il possibile per aumentare la richiesta, ma da sola non ce la faccio a risanare l’economia del comparto vino…;-) …Non ho mai detto che non mi piace l’alcolico, figuriamoci! Bevo Cognac, Bas Armagnac, Samaroli e via dicendo, quindi l’alcol mi piace se di qualità. Però vini che si aggirano intorno ai 15 gradi alcolici, per me eccedono, fatico ad abbinarli, se non col carrè di orso al forno. E’ un problema dei vini italiani in genere. Purtroppo per avere le giuste maturazioni polifenoliche, dobbiamo raggiungere gradazioni eccessive. Io cerco e prediligo l’equilibrio nei vini e penso che 15 gradi sottraggano piacevolezza, bevibilità. I vini buoni sono quelli che finiscono, che si bevono, come ho scritto in questo post. I vini francesi, sia bianchi che rossi, sono meno alcolici, è un dato oggettivo. Sui vini bianchi italiani e l’eccesso di grado alcolico scriverò presto qualcosa, ma aspetto ancora un po’ perché mi servono le forze. Dopo il massacro seguito al mio “De Prosecchibus”, prima di scrivere devo attrezzare le truppe cammellate! Quanto alla Barbera, ti prego di non perdere il prossimo Black Mamba, on line da Giovedì…Vediamo cosa ne pensi….Vado sul pezzo di Masseto ora perché ho visto che hai ripreso l’argomento in entrambi i post. Grazie Gennaro!

  23. HO LETTO CON ATTENZIONE I VOSTRI POST, MI SONO DIVERTITO E CON SPIRITO LIBERO PROCLAMO:
    Liberatevi dalle armature ideologiche che vi opprimono…fate come San Francesco…abbeveratevi nudi, scevri da preconcetti, liberi dai pregiudizi. Stracciatevi le vesti dell’ipocrisia quando le vostre labbra si poggiano al calice…E, interpretando a modo mio, Sant’Agostino vi dico: bevete e fate ciò che volete!!!

  24. ha risposto a ilcobranonèunserpente: Rispondo con Omar Khayyam, poeta persiano, le cui quartine, stranamente, hanno come tema ricorrente il vino:
    “In una mano la coppa di vin di rubino, nell’altra la treccia d’Amante,
    Seduto sull’orlo del prato in buon augurio felice,
    E bere senza pensiero del girar della Sfera Celeste,
    Bere fino a cadere ebbri di vino e di Gioia!”
    E’ un regalo per voi, leggetela, è meravigliosa.

  25. ha risposto a Cristiana Lauro: E dopo la conclusione meravigliosa e seducente di Khayyam, io torno in Italia, scomodo Dante e chiudo con….Inferno Canto V…”E caddi come corpo morto cade”…Troppo spesso epilogo delle mie brillanti serate.

  26. Insomma, Black Mamba e il crotalo sono gaudenti e con semplicità. Bastano una buon rosso della casa e due salsicce sulla griglia e l’allegria è assicurata. E per chi non si può permettere la Pergola dell’Hilton a giorni alterni? avete qualcosa da suggerire?

  27. ha risposto a Giuseppe Corona: Michele “U Zuzzuso” a Forcella. Checco allo Scapicollo a Roma. Il Cassamortaro sempre a Roma. Casa di Bocchetti quando ci invita ( perchè grazie a Dio non ci fa pagare il conto!) Tutti con eccellente rapporto qualità/prezzo.

  28. ha risposto a Cristiana Lauro: Ciao Cristiana, ti rispondo qui e chiedo scusa per il salto dal masseto alla pergola.

    Una prima precisazione: l’alcolico era una battuta altrimenti qualcuno pensa che parliamo di novello (che ho letto a te piace moltissimo…..) e di mosto o succo d’uva. La tendenza sono d’accordo è nel privilegiare vini meno alcolici e questa cosa può fare piacere soprattutto ai più giovani e a coloro che cercano novità. Quelli più anziani si rifugiano nel ricordo, che ci vuoi fare. Tu pensi al carré di orso io penso alla pelle dell’orso davanti al camino. punti di vista ehhehehehhe

    Certo la questione della maturazione è importante e se qualcuno riesce a stare basso anche grazie alle temperature controllate in pressa è un fatto positivo per la bevibilità. Poi, ovvio, che l’eccesso alcolico disturba. Anch’io odio i bruciastomaco come odio i bruciapadelle.

    Qualche settimana fa ho avuto modo di discutere a un simpatico tavolo casalingo sulle capacità di un certo francese di soddisfare che non è di tanti vini italiani che giocano a guardie e ladri in barrique (ci sto, non ci sto, sto di più sto di meno). Ma andremo in un mare sconfinato a parlare di bucce e di tempo, di freddo e di tempo, di estrazione e di tempo. Perché mi sa che è la variabile tempo che fa salire l’alcol. Forse.

    Sicuro invece che il grado è una tara ereditata dalle cooperative che pagavano un tot a grado alle uve dei soci. e quindi ci voleva alto, tanto zucchero. e poi quantità tanta.

    Robe da buttare nel dimenticatoio. Ma la mia domanda non era tanto se masseto fosse proponibile o se avesse alternative (perché le ha, come tutte le cose per fortuna). Io mi chiedevo quale vino può in questo momento rappresentare un reale cambiamento, un motore di innovazione come un supertuscan portato ai nostri tempi. Chi fa questa parte? Chi è l’italiano che i francesi chiamano référence
    ???? Non ci girare intorno. spara un nome, uno solo. Ma deve essere convincente. fai la black mamba e non il serpentello d’acqua dolce!

  29. ha risposto a Gennaro Maglione: Caro Gennaro, continuo di qua anche se l’argomento si riferisce al mio post su Masseto.
    Intanto direi di chiarirci sul termine innovazione. Può avere due caratteri, uno ideologico, diciamo e l’altro tecnico. L’innovazione ideologica si riferisce all’idea di cambiamento e in genere i produttori tendono a praticarlo o per una politica di brand oppure perchè in quella zona non c’è tradizione. Mi riferisco evidentemente al Supertuscan in genere ma non solo. Regaleali in Sicilia ha operato alla stessa maniera. In buona sostanza si tratta di produttori che hanno inventato zone. Infatti a Bolgheri più che altro c’erano cocomeri e forse non sarebbe male se qualcuno si rimettesse nel ramo…Scusa, è Black Mamba che parla per me…Detto questo vorrei anche ricordare, per inciso, che il merlot a Bolgheri, fatta eccezione per la zona di Masseto, non è un vitigno molto importante perchè non è così buono. L’innovazione tecnica invece è altra cosa perchè spesso ha a che fare con vitigni autoctoni, quindi è innovativa sotto il profilo della tecnica appunto, della coltivazione in vigna, delle diverse macerazioni (ecco che mi sovviene Elio Altare ad esempio) della diversa maturazione dei vini, barrique, legni varii. Sono tanti i vini italiani innovativi degli ultimi anni in questo senso. Penso ai Sorì di Angelo Gaja, a Clerico, a Sandrone e, spostandomi a Montalcino, a Cerretalto di Casanova di Neri. Ancora più a sud mi vengono in mente Turriga, Villa Gemma di Masciarelli o il Primitivo di Gianfranco Fino. Insomma, ce ne sono tanti. Se però vuoi un nome su tutti, per me quel nome è Gaja, non ho dubbi. Tildin o San Lorenzo, scegli tu. Forse San Lorenzo però… Circa l’accostamento fra motore di innovazione e rèfèrence, avrei qualcosa da ridire. Petrus è reference ma non certo innovazione! Se vuoi alcuni nomi di vini italiani rèfèrence che ho assaggiato, ti dico Bartolo Mascarello 64, Biondi Santi 47 e Valentini 71. Vecchi Terlano bianchi o meglio ancora (nel senso più curiosi) i Fiorano di Boncompagni Ludovisi, ricordo il 69 e il 71. Ecco questi secondo me sono vini rèfèrence, ma l’innovazione è un’altra storia. O no? Grazie Gennaro!

  30. ha risposto a Gennaro Maglione: Dimenticavo! Il grado alcolico in eccesso nei vini italiani, è solo un problema climatico. Per la stessa ragione i nostri vini sono meno longevi di quelli francesi. Purtroppo è così! Ciao Gennaro!

  31. ha risposto a Gennaro Maglione: ciao Gennaro, le questioni che poni sono molte e tutte importanti, penso che il tempo sia il fattore cruciale per risolvere alcuni dei quesiti che poni
    il tempo che deve ancora passare prima di poter capire se una zona vale veramente o meno, il tempo che deve ancora passare prima che un produttore possa capire come fare buono il suo vino, il tempo che deve ancora passare prima che i bevitori possano apprezzare le differenze tra zone e produttori invece di pensare ai dettagli tecnici che sono importanti ma non quanto l’essenza del vino

    il vino italiano di qualità come lo conosciamo ora nasce dopo la fine degli anni ’60 e si diffonde nella seconda metà degli ’80, è ancora ieri!

    per spiegare il vertiginoso aumento del grado alcolico di molti vini penso che un fattore cruciale sia l’entrata in produzione di vigneti con caratteristiche molto spinte: elevato numero di ceppi e basse rese per pianta creano concentrazioni zuccherine impensabili fino a pochi anni fa, aggiungi l’aumento della temperatura e il risultato è MOLTO alcolico!
    ciao pt

  32. Da bevitore, volevo porre una domanda semplice. Perchè secondo voi, piacciono i vini alcolici. Porgo la domanda volutamente in modo elementare, perchè penso che sia da queste piccole cose che si capisca meglio in che paese misterioso ci troviamo a vivere.
    In altre parole, poichè il piacere è legato in modo oscuro, sempre, alla sfera della rappresentazione di sè, di ciò che vogliamo essere, (non lo dico io, ovviamente, ma intere biblioteche) ebbene, coloro i quali nella percezione alcolica del vino traggono piacere e prova di qualità, cosa evoca. cosa fa balenare, brillare, risuonare, individualmente e collettivamente, “il grado”, come lo chiamiamo noi veneti?

    Chiosa: in veneto, tradizionalmente, l’espressione “fa tanto grado” non era un complimento, tutt’altro.

    Altra chiosa: c’è una relazione. secondo voi, sotterranea, tra l’esplosione del vino alcolico e l’idea che l?italia aveva di sè nel momento in cui “il grado” si affermò come tratto distintivo di un certo bere?

  33. ha risposto a umberto: Il vino alcolico piace al neofita. I Veneti, che come bevitori smettono di essere neofiti prima di sostituire il pediatra con il medico, non considerano il grado alcolico eccessivo un pregio. Non lo è!

  34. ha risposto a umberto: io credo che ci sia un motivo semplicissimo per cui piacciano i vini alcoolici. Il grado è collegato al grado zuccherino, quindi i vini alcoolici spesso risultano più dolci e il dolce è il primo gusto che piace quando si comincia a bere…

  35. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Sono più caldi quindi più morbidi. inizialmente più facili…poi quando ti alzi da tavola sono affari tuoi! Detesto il grado alcolico eccessivo, a me piace bere e l’equilibrio nel vino è imprescindibile, come dice Francesco Valentini!

  36. dice alessandro: io credo che ci sia un motivo semplicissimo per cui piacciano i vini alcoolici. Il grado è collegato al grado zuccherino, quindi i vini alcoolici spesso risultano più dolci e il dolce è il primo gusto che piace quando si comincia a bere.

    Se fosse così da sempre e stabilmente e dovunque il vino alcolico dovrebbe essere il più amato. Ma voi mi insegnate che non è affatto così.

    Dice Cristiana Sono più caldi quindi più morbidi. inizialmente più facili. Se la facilità è la bevibilità, già al primo sorso i vini di cui parliamo si presentano al bevitore come vini “pesanti”, sebbene morbidi. La morbidezza, accompagnata dalla pesantezza, non li fa percepire come “facili”.

    Cito, perdonatemi se fuori contesto, le vostre due affermazioni, perchè vi vorrei spingere a chiedervi quale sia il portato simbolico che agisce dal primo sorso, in modo inconscio, al pubblico che apprezza il vino alcolico. Poichè voi conoscete molto meglio di me la “tipologia” di questo pubblico potete dirmi qualcosa a riguardo. Sempre se vi va, ovvio.

  37. ha risposto a umberto: Anticamente era più difficile (per ragioni tecniche, tradizionali e climatiche) fare vini superconcentrati… Poi è arrivata la tecnologia e tutto è cambiato…

  38. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Questa, scusa la pedanteria, è la risposta ad un altra domanda: come è successo che ad un certo punto si sono “disegnati” (l’ho imparato qui) vini molto alcolici?

    Ma la mia domanda che permane incistata è; perchè, piacciono questi vini? cosa evocano questi vini ai loro degustatori? Quale è stato e quale è la ricaduta sulla formazione di un gusto e di una idea di bere e quindi di una idea di sè?

    Non mi accontento. Ma mi potetet anche mandare a quel paese e vi capirò

  39. ha risposto a umberto: ti ho risposto, am tu non sei d’accordo evidentemenye, c’è stato uno sbilanciamento del gusto generale verso il dolce. verso un gusto più ingenuo e fanciullesco, hai presente la coca cola o chupa chups? Ora sembrerebbe. almeno nei consumatori più evoluti, che la cosa stia cambiando e allora ecco riapparire le acidità, i vini “torrentizi”

  40. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Secondo me ale, al di là della dolcezza il problema è di morbidezza e calore. Il vino alcolico è più avvolgente in genere, perchè più caldo. Questo vale per i rossi che in genere quando alcolici sono accompagnati anche da una struttura piuttosto muscolosa, ricercata spesso con tecniche enologiche di cantina più che agronomiche quindi di vigna. Qui si aprirebbe anche un altro discorso, quello del consulente enologo che non va in vigna. Ce ne sono tanti che controllano i filari attraverso i Ray Ban specchiati, dal finestrino del Suv perchè tanto vale non sporcarsi le scarpe. Ma è un altro paio di maniche. Il problema mio nella risposta a Umberto è che questo discorso declinato sui bianchi non è più valido. Non credo che alcuno ricerchi calore nel vino bianco o tutta ‘sta morbidezza…Spero proprio di no! E’ per questo che ho difficoltà a rispondere in maniera esauriente al quesito dell’amico Umberto.

  41. ha risposto a umberto: Forse la parola chiave è rassicurante. E’ un po’ come l’effetto “nicchia” che in architettura di interni, soprattutto nei locali pubblici, fa disastri inenarrabili e a Roma abbiamo purtroppo esempi drammaticamente espliciti. Le persone si sentono rassicurate più da un vino caldo che da un vino poco alcolico che spesso corrisponde a una struttura più gentile, elegante ma talvolta spigolosa. Femmina in carne o femmina magra longilinea? Pancetta nell’uomo o tartaruga di addominali? Effetto nicchia architettonico o linee essenziali e open space?

  42. Ho una idea in testa, del tutto ingiustificata e ingiustificabile. Il vino alcolico “arricchisce”. perchè percepito come vino ricco. Provo a spiegare. Le caratteristiche da voi elencate, maggiormente riferiti ai rossi, di calore, peso, materia, dolcezza appartengono ad una famiglia benetante. Al contrario delle acidità, delle semplicità, delle bevibilità, che appartengono, come memoria del palato, alla famiglia “povera”.

    Il palato felice, con il vino “benestante” è un palato che ha nella sua memoria familiare. diciamo nella genealogia, il trauma della povertà.

    Ecco, una ipotesi totalmente irrazionale.

  43. ha risposto a umberto: in parte hai ragione, il ragionamento non è peregrino, ma in parte… perchè vedi i vini tradizionalmente (nobili o contadini) erano tutti più acidi e con una concentrazione minore, basti pensare ai barolo vini ricchi per eccellenza o alla borgogna già citata da porthos (quello vero) come sinonimo di eccellenza. La scoperta dei vini dolci è figlia del benessere, si, ma di un benessere che attiene più alla cocacola in tavola che al blasone 😉
    Un benessere da piano Marshall!

  44. ha risposto a Alessandro Bocchetti:

    Infatti rileggendomi, non mi sono spiegato bene. Dico che la memoria del palato, oggi, “riconosce una odea di ricco” non riconosce un vino che ha appartenuto alla famiglia nobile. Il palato ha cioè.esattamente come la nostra memoria esistenziale, una memoria che è stata falsata. Ricorda una cosa come ricca, che ricca mai è stata. Perchè ad un certo punto, a forza di parlare di struttura, il palato riconosce la struttura come elemento solido, ben fatto, potente, in questo senso ” benestante. ”
    La struttura ti fa ricco.Questa è la sintesi.
    Altrimenti perchè tutto questo sforzo titanico e idiota di strutturare il lieve, questa fatica di Sisifo nel infliggere cemento e argilla e tufo in teli di lino, come sono certi meravigliosi bianchi?
    Perchè la struttura del vino è diventata come la casa di propreietà, un bene immobile.
    Mentre il vino,è solo un bene mobile.

  45. ha risposto a umberto: insomma un poco come il mito dei mobili massello? l’alta ebanisteria (maggiolini) è stato sempre il regno dell’impiallacciatura, ma questo non toglie che sia passata l’idea del massello 😉

  46. ha risposto a umberto: In linea di massimo è condivisibile il tuo pensiero, un po’ involuto, però ci sta. L’idea comunque di avvolgenza e morbidezza è consolatrice. E’ mamma. Secondo me un po’ è così.

  47. ha risposto a umberto: Forse in parte è come dici tu, ma tutto sommato credo che abbia più a che fare con qualcosa che avvolge, abbraccia, scalda e consola. Parlerei di corrispondenza fra idea di abbondanza e di ricchezza. Poi l’opulenza è tipica del gusto italiano medio. Ab abundantiam!

  48. Amici stiamo andando fuori tema. Scusate ma nessuno ha capito l’appello di Sant’agostino, commento ° 39: Bevete e fate ciò che volete. Peraltro riassunto nel titolo di Black Mamba, almeno io così l’ho inteso. Bevete, cacchio, se è buono lo vedete dalla bottiglia che si vuota in fretta! Lo cerchi, lo vuoi , lo versi ed è vuota! Liberatevi dalle armature ideologiche. Lo dico in amicizia. Per una volta, normalmente ho un carattere decisamente forastico. 😉

  49. In effetti la discussione si è dispersa, però in un blog, così come durante una serata fra amici, capita di divagare, non è così importante. Tuttavia non ho riscontrato una reale comprensione del tema di fondo, che in realtà è nel titolo. I vini buoni sono quelli che si bevono. Le bottiglie che finiscono, erano buone. La traslazione, ancorchè leggera, del pensiero di Sant’agostino, mi interessa. Ama e fai ciò che vuoi. Bevi e fai come ti pare…Per dirla con Black Mamba

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