Elogio della semplicità. Il vino che sta bene nei suoi quattro stracci

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Poche sere fa, in giro per l’Italia per riunioni di lavoro, sono entrata con una mia amica avvocata che non vedevo da un po’, in un pittoresco locale dove in genere vanno le prostitute e quelli che bevono cocktail. Noi eravamo andate a bere cocktail. Vado pazza per il Bloody Mary e mi piace very spicy, anche se quella sera non ricordo di averne bevuto uno all’altezza della scuola Grand Hotel St. Regis di Roma o Settembrini da quando è entrato il mio amico Pino Mondello. Prima di tuffarci nel Bloody Mary, però, abbiamo provato un vino bianco, l’unico proposto al calice, ma era decisamente imbevibile e preferisco non scrivere il nome di quella bevanda perché i miei ultimi post su Scatti di vino, hanno generato in me la persuasione di quanto sia effettivamente sopravvalutata la verità. C’è un dato di fatto: la veridicità, quando attiene autenticamente alla realtà, attira nemici e danni inutili, dei quali faremmo tutti volentieri a meno. Da ultimo e da quella scaltra che sono, sto adottando la tecnica, tutt’altro che inedita, di dire le cose alle spalle, nella speranza ovviamente che la maldicenza non arrivi all’orecchio dell’interessato, oggetto delle mie perfidie, costringendomi nel caso ad una misera figura. Un sistema cautelativo sicuro che suggerisco in questo senso e già collaudato dalla sottoscritta, è parlar male dei morti. Provate, se vi capita, funziona!

Sta di fatto che su quel sorso di vino bianco economico ma terribilmente pretenzioso e osservando nel contempo i costumi decisamente approssimativi delle avventrici/ habituè, abbiamo inaugurato una riflessione sulla semplicità. Anzi un vero e proprio elogio della semplicità. Evviva chi sa stare nei suoi quattro stracci! E che belli quei vini che non devono raccontare nulla di sé, quelli che si dichiarano spontaneamente per come sono, per quello che il loro destino, il loro Daimon, ha deciso per loro. Non vi spaventate se Black Mamba non parte all’attacco. Questa volta difendo! Prendo le parti di tutti quei vini piacevoli, buoni su cui nessuno scommette. Parlo di vini che non stanno nelle classifiche, di quelli che per le guide non esistono ma se li trovi nella tua osteria di riferimento non li molli e per almeno dieci giorni non chiedi altro. I guru del vino non ne parleranno mai, Parker non racconterà il Soave di Tamellini e Suckling non si sognerà di parlare del Verdicchio di Matelica doc Colle Stefano. Non solo, io stessa, nel mio piccolo, se qualcuno me li offrisse quando sto su un tacco 12 cm, risponderei alla maniera di Black Mamba! Ma io non passo la mia vita sui tacchi a spillo e se chiacchiero con un’amica ritrovata, facilmente desidero bere un vino semplice, diretto, lieve e magari anche giovane, senza che per questo si senta in colpa. Penso al Rosato di Castello di Ama, a molti Nebbiolo, al Rossese già riferito e di più di un produttore, a Ghizzano della Tenuta di Ghizzano, a un Barbaresco della Cantina Produttori, al Falerno di Villa Matilde, al Lambrusco Lini 910, a una schiava Girlan, al Sylvaner di Kofererhof, ( al base, senza scomodare “R”!) Ancora, al Cannonau Lillovè di Gabbas, in onore al mio amico Lorenzo Landi. Per tornare ai bianchi, Custoza di Cavalchina, Pinot bianco o Ribolla di Le Monde, una delizia della zona di Grave, in omaggio a Bernabei che sa fare grandi vini con eleganza e grazia. E quanti altri potrei elencare! Vini che non si pongono il problema della durata, che non hanno a che fare con l’invecchiamento.

Vini il cui destino è durare poco, ma che vivono in scioltezza pur non aggrappandosi alla memoria. come spesso ci ricorda al Goccetto di Roma il mio amico Umberto Contarello, che non sarà un esperto di vini, ma lo è di molto altro, a cominciare dalla saggezza…Poi beve come un Ussaro e questo lo mantiene in vetta alle mie simpatie. Contarello mi ha posto più volte questa domanda, offrendomi un importante spunto di riflessione. Perché mai subiamo la soggezione della durata? E’ la tragedia del pensiero occidentale, come diceva Nietzsche, essere soffocato dal peso della storia. Pensateci bene, nel vino il peso della storia porta a considerarlo poco longevo, come fosse figlio di un Dio minore, perché non gioca la partita del tempo. Che male c’è in fondo a non avere tempo? A non avere durata? L’apogeo di questo concetto sono i Mandala, perché il tempo non è la loro qualità. Il miracolo della bellezza dura un tempo limitato, se ne va, superando il limite della sua caducità. Siamo sicuri che dovrebbe invece rimanere. Perché? A me il dubbio viene e mi auguro sia legittimo. Marlyn Monroe di fronte ad una spiegazione a lei incomprensibile disse: ma perché devo sapere, capire questo? Io devo meravigliare! Ecco, nel termine meravigliare risiede questo concetto che spero di spiegare con chiarezza. Alcuni vini durano se hanno meravigliato, non se hanno perdurato! L’architettura deve durare perché ha fondamenta e questo vale anche per i vini, ma non per tutti.

Amici di Black Mamba, quanto è autobiografico questo misero testo! Parlo di vino ma anche di me. Evviva i vini che non chiedono di essere sposati!

Parola di Black Mamba

103 Commenti

  1. i vini sono fatti per essere bevuti! Punto a capo… in quanti ci ricordiamo di questo semplice e chiaro assunto?

  2. Il vino da invecchiamento è per le occasioni, tacco 12 di Black Mamba va bene, ma per il resto io sono per la bevibilità e talvolta nei wine bar trovo vini bevibili e spesso dimenticati. Qui torna in gioco anche il Rossese fra l’altro.

  3. si, si… d’accordo i vini vanno bevuti, e chi dice il contrario… ma attenzione che a forza di inseguire la semplicità del vino non lo banalizziamo…

  4. ha risposto a Carlo Giovagnoli: carlo, ma chi lo vuole banalizzare? Lo prendiamo dannatamente sul serio, ma la bevibilità è altrettanto un valore di archetti e densità… per me poi anche di più!

  5. ” è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.” Da lezioni americane, Italo Calvino.
    Non è arrivato il momento di togliere peso anche al vino?
    In tulle ambigue declinazioni della parola peso.

  6. ha risposto a Carlo Giovagnoli:
    Se togliendo peso, ti rimane l’incosnsitenza, il peso copriva l’inconsistenza.Era dunque un artificio.

    Togliere peso al vino, togliere il peso del vinoqq.Questa è la missione del bere bello.

  7. Io invece voglio elogiare la qualità della Lauro.. visto che ci svela lo spunto autobiografico di questo post…
    cito : … C’è un dato di fatto: la veridicità, quando attiene autenticamente alla realtà, attira nemici e danni inutili, dei quali faremmo tutti volentieri a meno. Da ultimo e da quella scaltra che sono, sto adottando la tecnica, tutt’altro che inedita, di dire le cose alle spalle, nella speranza ovviamente che la maldicenza non arrivi all’orecchio dell’interessato, oggetto delle mie perfidie, costringendomi nel caso ad una misera figura……
    In quest’epoca dove le donne vogliono “risaltare” per ben altre doti, io faccio il tifo per la Lauro e per tutte le donne schiette e di cultura…
    Ed ora beviamoci sopra !!!!

  8. ha risposto a umberto: Sai una cosa Umberto? Il mio post di qualche tempo fa dal titolo : Wittgenstein e il vino rodeo, il vino staccionata” che abbiamo più volte discusso insieme, anzi, ti ho anche citato come vero ispiratore di quell’articolo, ha ricevuto delle critiche private incredibili. Non le ho pubblicate per discrezione, ma ti garantisco che l’idea di un glossario del vino, che in qualche modo semplifichi e trovi metafore nuove, più comprensibili al pubblico e fuori dall’ambito tecnico, alcuni non l’hanno gradita. A parte il fatto che non a tutti è arrivata l’ironia e la giusta dose di cazzeggio, (il senso dell’umorismo non è così diffuso), qualcuno mi ha scritto contestando l’assunto, la sostanza di quel post che invece tu, io ed altri con cui se n’è discusso, troviamo oramai imprescindibile, ineluttabile, quindi necessario. La verità è che molti vogliono ancora sentir parlare di archetti, come dice giustamente Alessandro o di pan grillè, burro di arachidi e di cardamomo. Questo gergo li fa sentire esperti, specialisti, gente che mastica l’argomento, mentre se tu dici questo è un vino Rodeo, alludendo al sentore di stalla e di sterco animale, fai la figura del neofita. Agli occhi dei sommelier…a me fai morire dal ridere, sposo subito l’idea e ti bacio in fronte!

  9. La bevibilità, che bella parola, che bel concetto per il vino. Io poi amo i bianchi e ai bianchi questo post della Lauro si adatta facilmente.

  10. Scusate dimenticavo che oltre al Sylvaner di Kofererhof non è male il Kerner, altra bevuta poco impegnativa e piacevolissima coi suoi aromi gentili.

  11. ha risposto a Carlo Giovagnoli: Attenzione Carlo! Non è che togliendo peso si sveli l’inconsistenza del vino, ci mancherebbe! I vini inconsistenti restano tali. Tutti quelli da me citati sono assolutamente consistenti. Hanno spessore, con grazia e senza troppe pretese. Ecco perchè scopro il bello di quei vini che non chiedono di essere sposati. L’unico vino decisamente molle cui mi sono riferita è quello di cui non ho fatto il nome… Non avrebbe alcun senso scatenare una polemica sterile, avendo concepito questo post come elogio e non come biasimo.

  12. Aggiungo che siccome sono Black Mamba, non è che sia diventata improvvisamente buona…infatti ho intenzione di riprendere presto la Katana…ho un paio di idee niente male per far tremare Vincenzo Pagano. Ah! Ah!!!!!!! Mi era sfuggito un vino che sta nei suoi quattro stracci e non chiede di essere sposato, ma un vino che ha fatto il suo dovere, mi ha meravigliata: Riesling Pfalz 2008. Una delizia! Kabinett Trocken ovviamente. Ve lo segnalo!

  13. ha risposto a Cristiana Lauro: Ehi Black Mamba, sai qual è un vino che sa stare nei suoi 4 stracci sul serio e non chiede di essere sposato? Salon ’96! Scherzo, ti prendo in giro perchè non credo a una parola di quello che hai scritto. A me è piaciuto il dolcetto base di Ca’ Viola. Anche Brigatti, colline Novaresi Vespolina 2008. In acciaio, niente male!

  14. Provato, degustato e goduto un Rossese Bianco della Tenuta Anfosso, purtroppo quasi del tutto introvabile, del 2009 son state prodotte 576 bottiglie, così dice l’etichetta, questo stà veramente nei suoi stracci e nemmeno quattro.

  15. ha risposto a Massi:
    Anch’io adoro i vini di Brigatti, fa pure una Barbera – forse l’unico nella zona – che dire bellissima è riduttivo.

    Credo che ci sia stato un pochettino di fraintendimento rispetto al significato delle parole usate nel testo. Provo a dire la mia (scusami Cristiana ma da quando ho scoperto l’esistenza di questo blog non riesco a fare a meno di intervenire:-)). La “semplicità”, la “bevibilità”, sono termini che, nel mondo del vino, possono prestarsi a molteplici incomprensioni. Anche a me piace il vino semplice, bevibile, nudo. Ma cosa significa questo? Non certo che mi piacciono i vini bianchi bevuti a mò di sorbetto, oppure i rosso “poco impegnativi” (certo, a volte stanno bene pure loro, ma non è a loro che mi riferisco quando uso la parola semplicità, o bevibilità). Per me vini bevibili possono essere, chessò, gli Chablis di Ravenau, i Pigato di Bruna, alcuni Riesling crucchi…la Vespolina di Brigatti, il Carema di Orsolani, il Gattinara di Anzivino…ecc..ecc…
    Insomma, per me “semplicità” non sta a “banalità” e “bevibilità” non sta a “poco impegnativo”. Bensì un vino semplice e bevibile è un vino che semplicemente non ha bisogno di nient’altro per esprimersi se non solo di sè stesso, ovvero un vino che è quasi totalmente vitigno e territorio d’elezione. Dove la mano dell’uomo serve solo a togliere il di più che non serve, proprio come Michelangelo faceva con la pietra. Un vino che non ha bisogno di sovrastrutture, di impalcature, di grossolanerie, bensì che gioca per elisione, rimanendo allo stesso tempo tutto e niente.

    Per questoil vitigno Rossese è da considerarsi (in potenzialità) alla pari dei grandi Barolo e Brunello: il grande Nebbiolo e il grande Sangiovese sono questa roba qua! Chi frequenta con abitudine qualche calice di Biondi Santi o Monfortino sa di che cosa parlo…

  16. ha risposto a Francesco Amodeo: Francesco, come spesso capita ultimamente, ti devo ringraziare. E’ veramente un piacere saperti nostro visitatore e leggere i tuoi interventi sempre pertinenti e garbati. Questa volta chiarisci e mi piace che tu lo faccia. Meglio evitare fraintedimenti, dici bene. Il vino sorbetto è una roba che mi manda al manicomio e fra le altre cose sappi che quello che ho evitato di menzionare nel mio post (perchè il mio voleva essere un elogio, una lode e non un biasimo) era esattamente quello che tu definisci un vino sorbetto. Per farci due risate direi di aggiungere questo tuo termine nuovo nel mio glossario di Black Mamba, rende bene e mi diverte! Felice delle tue parole sul Rossese e qui vorrei chiarire io la mia posizione perchè, come puoi immaginare, qualcuno mi ha già chiesto se la mia piccola battaglia per il rossese sia per caso una marchetta. Sai com’è Francesco, in un paese come il nostro, il fatto che io voglia semplicemente scommettere su una zona e su vini che mi piacciono da morire, senza guadagnare un becco d’un quattrino, desta sospetto. Difficile credere che il mio sia semplicemente il desiderio di bere qualcosa di nuovo e buono che fatico a trovare a Roma perchè nessuno ne parla quindi non c’è richiesta quindi le enoteche e i ristoranti non lo acquistano. Chiarito questo (non era per te questa precisazione, sia ben chiaro!) Mi piace parlare di Rossese e avere te come eco su questo blog che rispondi citando il Nebbiolo perchè questo è pertinente, ha un senso e spero che presto si possa aprire un orizzonte più ampio per questi vini…Frequento Monfortino più che posso, e Biondi Santi mi vede spesso in prima linea, possiamo comunicare con lo stesso codice. ;-))) Grazie Francesco!!!

  17. ha risposto a Cristiana Lauro: Blackie, quello che dici tu si chiama Uva Rara, niente male e se ti ricordi ne abbiamo parlato una volta a una degustazione forse all’hilton di Roma, ma ti parlo di almeno un anno fa. Semplice ma non stupido, a me Francesco Brigatti piace molo come produttore. Roba seria, fa pochissime bottiglie credo meno di 20.000.

  18. ha risposto a Massi: Sì, la Barbera Campazzi. Bevuta una sola volta ma mi è piaciuta moltissimo. Ma anche la Vespolina (vitigno che conosco poco, ma di quei pochi assaggi che ho avuto – Rovellotti, Antico Borgo dei Cavalli e Brigatti – mi sembra essere un altro di quei vitigni su cui può valere la pena scommettere) è buonissima.

    Cristiana, io penso di aver capito quello che intendevi nel post, ho provato a chiarire ulteriormente un concetto che si presta a facili fraintendimenti. Uno può essere portato a pensare che un vino bevibile sia solo un vino facile da bere, senza grosse ambizioni. Invece, ripeto, io penso che sia un valore aggiunto alla grandezza del vino, proprio perché alcuni tra i più grandi vini del mondo sono proprio così: essenzialità intesa come puro territorio-e-basta.

    Sul Rossese, mi dispiace veramente che tu abbia ricevuto queste critiche demenziali, perché solo uno “sciocco” (per non usare altri termini più appropriati) può pensare che ci sia dietro una marchetta. Ma vedrai che tra qualche anno riderai di queste parole, come ridono oggi tutti quelli che negli anni passati si sono occupati di far conoscere (o ri-conoscere) zone ampiamente sottovalutate (penso all’alto piemonte o all’etna) e che oggi hanno la loro giusta rivincita.

    Ciao!

  19. ha risposto a Francesco Amodeo: Intanto ti dico che in tre importanti luoghi del vino a Roma mi hanno chiesto nei giorni scorsi di segnalare qualche azienda ligure perchè vorrebbero inserire referenze in carta. Evidentemente a piccoli passi qualcosa si muove…Grazie e a presto!

  20. Posso mettere il ciliegiolo di Sassotondo di Sovana, Grotte del Sole con quel bel gragnano fresco, il lambrusco di Lini, il pecorino di Cataldi Madonna (non riesco a trovare dove ho letto della nuova etichetta che è anche low cost)?

    Ma mi sovvengono anche alcuni rossi toscani da sangiovese che possono essere delle buone basi di partenza per costruire il guardaroba.

  21. ha risposto a Gennaro Maglione: Aggiungerei il verdicchio pievalta, la schiava si tramin e GIRLAN, il montepulciano d’Abruzzo et bianca di barba e il “base” di torre dei beati. Il pinot nero hausmerhof di haderburg, il nature di gatti…. Potrei andare avanti per ore, la mia vita è piena di vini “semplicemente” buoni 😉
    @Gennaro, il pecorino low coast di CDM è il Giulia, attenzione che è affilato come una lama… Ma che lama!

  22. ha risposto a Alessandro Bocchetti: ha risposto a Gennaro Maglione: Il Lambrusco Lini e la Schiava Girlan li ho già messi io. Ma li leggete i post????? O fate come il mio amico Marcello che apriva un libro e dalla prefazione passava direttamente alle ultime 10 pagine, poi ne discuteva nei salotti romani…senza peraltro che alcune, tranne la sottoscritta, scoprisse l’artifizio! Bacchettati, entrambi!!! ;-))) Aggiungo il Pinot bianco di Tramin, base e dico a Gennaro che la nuova etichetta di Cataldi Madonna si chiama Giulia e a Roma è attualmente in mescita al Goccetto in via dei Banchi Vecchi 14. Ma forse non risiedi qui. Comunque l’ho assaggiato l’altra sera. Un po’ aspro e sa molto, anche troppo di frutto della passione…adesso Bocchetti insorge…E’ ancora giovane, a mio avviso un po’ di affinamento non gli fa male.

  23. Carissima Cristiana, io non sono un esperto di vini ma mi piace bere e tu mi hai fatto scoprire bottiglie molto interessanti. La Ribolla Le Monde ad esempio mi è piaciuta molto. Questi sono i vini bianchi che mi va di bere e che si accontentano di meravigliare senza fare i conti la durata, con l’invecchiamento. Vini semplici ma non banali e nient’affatto sciocchi.

  24. ha risposto a Cristiana Lauro: no, no… non insorgo affatto… tutti i gusti son gusti diceva il gatto… me lo ripeteva sempre mio padre ;-). Lo so da me che a molti piacciono i vini dolci 😀
    cmq la schiava di Girlan l’ho messa per primo io in questa classifica rendo la bacchetta 😛
    Ps cmq grazie di nuovo per avermi inviato a Girlan!

  25. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Scusa ma se dico che secondo me il nuovo pecorino di cataldi è parecchio aspro, vuol dire che mi piacciono i vini dolci? Stai scherzando o dici sul serio? Dopo 15 anni di bevute insieme, se hai capito che mi piace il gusto dolce nei vini, qualcosa fra noi non ha funzionato! 🙂

  26. ha risposto a Alessandro Bocchetti: E bada bene che non voglio sostenere di avere scoperto la schiava di Girlan. La ’76 me l’ha fatta provare per la prima volta Maurizio da Roscioli. Poi conosco Girlan un po’ meglio da un paio d’anni poichè ci lavora il mio amico Oscar Lorandi che hai conosciuto. Scusa la precisazione ma ultimamente ho l’orticaria con tutti questi talent scout. Tutti scoprono tutto e per primi. Io non scopro niente. Bevo cose che già esistono, ma soprattutto bevo!

  27. anche il verdicchio base di Bucci, non il Villa Bucci. Il rosato di Rosa del Golfo, in Puglia. Bevibili e non banali, molto buoni. Alcune Valpolicella, quelle che si salvano dall’appassimento. Ne ho assaggiate di semplici e buonissime

  28. ha risposto a simonetta: Il rosato di Rosa del Golfo? Non credo abbia un solo ettaro di vigna e secondo me ha cambiato fornitori perchè non è più quello di qualche anno fa, prova a riassaggiarlo con attenzione.

  29. un vino semplice e bevibile è un vino che semplicemente non ha bisogno di nient’altro per esprimersi se non solo di sè stesso, ovvero un vino che è quasi totalmente vitigno e territorio d’elezione. Dove la mano dell’uomo serve solo a togliere il di più che non serve, proprio come Michelangelo faceva con la pietra.”

    Da quanto tutto sembra così giusto, viene voglia di gyardare dentro alle certezze.I vini citati e così ben definiti da Francesco, mi fanno fare una domanda appunto semplicissima, che nasconde una gigantesca trappola.

    Un vino è semplice, o è semplice il suo effetto?
    Giudichiamo, stabiliamo che un vino è semplice(nell’accesione di non banale ecc) o identifichiamo semplice il suo effetto?
    Vi faccio questa domanda perchè i conti non tornano e i degustatori esperti, credo lo sappiano.

    Vediamo. Se è la semplicità del fare un vino, la sua diretta espressione del territorio e l’intervento della tecnica solo per mantenere questa linea di trasmissione il meno disturbata possibile, se quasta è la definizione possiamo trovare moltissimi vini, per me per esempio il Giulia di Cataldi, essendo rigorosi su questa definizione, sono, in bocca, il contrario del semplice nel senso di “bevibile”. Conseguenza: esiste un vino pensato e prodotto secondo il canone della semplicità qui esposto che produce “un effetto” complicato, faticoso, e, dunque, mi passi il paradosso Alessandro. “artificioso”.
    Questa è la meraviglia. Nasco e cresco con la religione della semplicità MA vengo percepito come artificioso.
    Anche la laguna di Venezia ci appare “naturale” quindi semplice, da questo punto di vista, perchè mnasconde uno spaventoso intervento umano e della tecnica. Nasconde il suo artificio.

    Allora la domanda è: non c’è alcun rapporto certo tra come si fa un vino e la sua percezione finale.
    Semplice, naturale, autentico.
    Complicato,artificioso, falso.
    Nulla è così ovvio.

  30. ha risposto a umberto:
    Aggiungo, per essere chiarissimo, che nella mia bocca lo Chateau Rayas bianco, adorato, è nella mia bocca semplice e cioè bevibile, come la più bevibile e Rigorosa” Ribolla o meglio Pinot Bianco.

    E si potrebbe continuare. E’ semplice Parise e complesso Gadda? O è semplice l’effetto che mi provoca la lettura di Parise rispetto a quella di Gadda?

  31. ha risposto a Cristiana Lauro:
    l’idea di un glossario del vino, che in qualche modo semplifichi e trovi metafore nuove, più comprensibili al pubblico e fuori dall’ambito tecnico, alcuni non l’hanno gradita.

    Infatti non si tratta, secondo me, di fissare un glossario, ma di una lingua, che è una cosa più liberatoria e mobile.
    Perchè non fate una degustazione qui, in scatti, provando a usare la lingua dell’evocazione individuale. Bevete, parlate, registrate, sbobinate, editate.

  32. ha risposto a Umberto: Glossario a mio avviso semplificava ancor di più il concetto. Sulle degustazioni che suggerisci direi di no perchè un linguaggio nuovo è bene che nasca in modo naturale in situazioni conviviali spontanee. Qualsiasi tentativo di organizzazione di questa cosa a mio avviso non produrrebbe alcun risultato utile. Ti ricordo che una degustazione avrà sempre una guida e chi guida fatica ad esprimersi su un vino senza utilizzare un gergo tecnico, che in qualche modo va comunque rispettato, al di là dei tuoi giusti appunti su un gergalismo noioso e spesso incomprensibile. Io e Paolo Trimani, insieme a Bocchetti quando guidiamo le nostre serate dal titolo “Aquattromani” non utilizziamo termini come pan grillè o cardamomo. Però non possiamo nemmeno buttarla in caciara col vino Rodeo e il vino staccionata, a parte un attimo di cazzeggio divertente per tutti.

  33. ha risposto a Cristiana Lauro:
    Equivoco, per colpa mia. Non parlavo di degustazione, ma di bevuta parlata.
    Ma forse hai ragione tu. E’ che stavo pensando a questo. Quando invito giovanissimi sceneggiatori ad assistere a riunioni di sceneggiatura, godono del fatto che non usiamo mai termini tecnici e si stupiscono di come si parli una lingua alla portata di tutti.
    Pensavo se la stessa cosa vale per i degustatori, quando non devono assegnare punti, ma bere e parlare. Forse il paragone non è giusto.

  34. ha risposto a Umberto: Carissimo, cerco di dare una mia risposta al quesito, facendo il possibile per essere chiara, non è facile! Se per vino semplice, intendi un prodotto ottenuto con minimo intervento tecnico, soprattutto di metodo, se il metodo va a coprire la riconoscibilità del vitigno e del territorio, un vino essenziale in un certo senso, allora è vero che può avere un effetto complicato, pur se prodotto con semplicità. Non è escluso che lo abbia! Sempre se per complicato intendi faticoso da bere, come hai trovato faticoso il Giulia di Cataldi. Può non esserci, quindi, una diretta connessione fra come si produce il vino e il suo effetto finale. Qui aggiungo il paradosso di alcuni vini naturali. Io fatico a comprenderli perché spesso li trovo imbevibili, faticosi, scomodi. Perdo il senso della piacevolezza del vino quindi poi non li finisco, restano lì nella bottiglia. Come dicevamo col crotalo, in sintesi, i vini buoni sono quelli che finiscono, non quelli che restano nella bottiglia. Qui potrei aprire un discorso che complica ulteriormente la faccenda, citando un esempio. I vini di Gravner in anfora erano vini semplici? Boh! Io so solo che non riuscivo a berli… con questo posso scatenare una Cambogia, ma oramai l’ho scritto…Speriamo che Bocchetti sia impegnato altrove! 😉

  35. ha risposto a Umberto: Circa il problema della lingua del vino invece direi che ci siamo capiti. Linguaggio semplice, diretto e con metafore comprensibili per amici al bancone. Termini tecnici, pesanti e talvolta ridicoli, per le degustazioni con i sommelier vestiti da pinguini. D’altra parte a noi piace bere al bancone e in fondo una volta chiarito se un vino ci piace o no, abbiamo anche altro di cui parlare. Vero? 😉

  36. ha risposto a Alessandro D.: Il Cerasuolo di Valentini mi piace assai nel suo genere. Su Rayas Rosso sono d’accordo ma forse non è calzante. E’ un vino un po’ più su dei quattro stracci cui io mi riferivo. Molto più su anche di prezzo. Intendiamoci, io ho citato nel mio post vini poco costosi. In genere non faccio una questione di prezzo ma in questo caso non si può prescindere dal costo. Il vino più costoso da me citato è il Barbaresco dei Produttori di Barbaresco, ma nel suo genere è decisamente a buon mercato. Non vorrei paragonare vini tra 8 e 30 euro a vini che ne costano 140, altrimenti facciamo tanta confusione. 😉

  37. ha risposto a Cristiana Lauro: discorso scivoloso, quello del gusto personale. Perchè vedete in questo campo ognuno ha il proprio, quello che per me è meraviglia, per te può essere disagio… Chi ha ragione? Nessuno, il gusto personale è per fortuna assolutamente personale, e guai se non fosse così… per questo il gusto personale è un valore assoluto ma per ciascuno, una stella polare che orienta la rotta di ognuno di noi, ma solo questa. Altra cosa sono concetti più generali e valutabili: si parla tanto di frutto vivo, di affilatezza, di cuspidi… cosa intendiamo? questo è meno chiaro… Per me il Giulia (per es) è perfettamente in linea con questi requisiti!

  38. Se per vino semplice, intendi un prodotto ottenuto con minimo intervento tecnico,.

    Non lo intendo io, ma per esempio Francesco. Anche utilizzando le tue definizioni di semplicità “E che belli quei vini che non devono raccontare nulla di sé, quelli che si dichiarano spontaneamente per come sono, ”

    Quello che voglio dire che la nozione di semplicità e autenticità sono nozioni fortemente ambigue.

    Perchè si “switcha” continuamente dalla vigna alla bocca. Tutti sovrapponiamo la semplicità della “concezione” azzardo della “filosofia” con cui si vinifica(il fare) con l’effetto di semplicità.

    Se è vero, vuild dire che le definzioni “generali” o i canoni di semplicità non servono a individuare o a interpretare la semplicità o meno di questo o quel vino.

    E se non servono a questo, a cosa servono?

  39. ha risposto a Umberto: DEtto questo Gravner come Giulia, sono per me vini molto diversi ma che sopportano la stessa aporia: li percepisco come “ruvidi” “poco beverini” e “in questo mi producono un effetto di di arcaico”. Che questo effetto sia frutto di un lavoro molto artificioso, molto consapevole e voluto, è la questione.

  40. ha risposto a Umberto Eppure se ci pensi i conti tornano anche al sorso, pur con le dovute cautele. I grandi vini del mondo sono quelli che non vengono zavorrati da un varietale troppo invadente, o da una tecnica troppo pomposa. I grandi vini del mondo basano la loro grandezza proprio sull’assenza di questi fattori e la sostituiscono alla grande con il territorio, e solo quello. Il grande vino gioca per elisione, per finezza e delicatezza; non urla, non screpita, non si veste vistosamente. Ed è proprio per questo che risulta, appunto, bevibile, fatto proprio per essere bevuto. Poi, se mi parli del Pecorino di Cataldi, è naturale e giusto che si senta la cattiveria rabbiosa in bocca perché è un tratto tipico del vitigno. Sarebbe come pretendere da un Barolo, per definirlo tipico, che non abbia tannini. Ma se proviamo a fare i paragoni all’interno di una stessa zona, chi è più bevibile tra un Mascarello e un Campè? Oppure tra un Tenuta Nuova e un Biondi Santi? O tra una Barbera di Voerzio e una di Conterno? Quindi, a me sembra che non ci sia tanta differenza tra l’operato in vigna e il risultato nel bicchiere, anzi! La sobrietà immensa del grande vino è il tratto caratterizzante della sua grandezza, nel bicchiere; guai se fosse solo un pensiero ideologico.

  41. ha risposto a Francesco Amodeo:
    Volevo dire: “”sarebbe come per un Barolo, per definirlo bevibile, pretendere che non abbia tannini” (scusate per la pessima esposizione, ma vado di fretta….-))

  42. ha risposto a Umberto:quindi potremmo paragonare monfortino e coca cola, semplicemente come bibite e transitanti per la bocca!? Quindi in conclusione questo è per te il vino: semplicemente una bibita!?

  43. ha risposto a Francesco Amodeo: quoto molto di quello che scrivi, francesco… anche se non posso fare a meno di provare una certa diffidenza per i discorsi generali. Molti qui sanno la mia avversione per i vini molto corposi, ma questo non toglie che alcuni grandi vini strepitino e si abbiglino riccamente, penso ai barolo di Sandrone vecchia scuola, penso ai borgogna di Dugat Py, a taluni vini dello stesso Pacalet, ai vecchi selosse che non ricordo troppo fini, o alle vecchie straordinarie Couleé, ai Vega Sicilia, al tokaj ungherese, fino ai vini di Fino… Potrei andare avanti, vini straordinari, ma certamente non discreti

  44. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Dire che sono confrontabili, non vuol dire svilire il confronto, Alessandro. E sopratutto, eviterei di ragionare per paradossi. Il mio non lo è affatto.
    Io sostengo che vini prodotti e pensati anche con aprocci molto dioversi, in bocca possono evocare cose più vicine e limitrofe rispetto alle loro filosofie.
    Sostengo questo, e fai la piccola fatica di capirne il piccolo senso, perchè sostengo che siamo noi e solo noi, a produrre le percezioni.
    Intendo percezioni, non analisi ovviamente.
    E’ un pensiero superficiale, forse, ma, detto sempre ironicamente, non sintetizzabile dal tuo paradosso.

    Poi, se vuoi, si può discutere sullla parola bibita e ti posso dire il mio pensiero a riguardo. Ogni parola ha la sua bellezza, basta toglierci le incrostazioni.

  45. ha risposto a Umberto: Le mie erano domande e il paradosso serviva a dire che non ogni cosa è confrontabile, secondo me. Quello che è confrontabile, e personale, è il piacere che se ne trae… Ma questo è territorio limitrofo al discutere di vino… A volte persino intrecciato, ma non bastevole in se. Io faccio volentieri lo sforzo di comprendere il tuo ragionare, ma per favore tu fai il medesimo con il mio 😀

  46. Hai taghione Alessandro, non tutto è confrontabile. Una coca cola e un Tocai non lo sono.

    Quindi ti rifaccio la domanda:
    Vini prodotti e pensati con aprocci molto dioversi, in bocca ad un bevitore possono evocare sensazioni più vicine e limitrofe rispetto alle filosofie con cui sono stati prodotti?

  47. ha risposto a Umberto: Assolutamente si! Ma è una valutazione personale, intima… Che poco o nulla ha a che fare con quel vino, ma con il piacere del bere che è fatto privato e in questa ottica (di bibita) appunto tutto è paragonabile.
    Vedi Umberto la questione è che un vino macerato sulle bucce a lungo in terracotta, con lievitazione spontanea (come la ribolla di gravner) difficilmente produrrà profumi e sapori simili ad un vino fatto in criomacerazione, con macerazione molto rapida per preservare i precursori (come giulia) e difficilmente è un eufemismo. Quindi in conclusione ti dico che forse non bevo mai… Ma, no le sensazioni che mi danno i due vini sono sempre molto diverse, è il piacere di berli che è simile.

  48. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Chiarissomo.
    E se dicessi che i due vini(di cui ho la fortuna di ricordare perfettamente come mi vivono in bocca) sono entrambi vini di non grande bevibilità? Che sono vini in bocca entrambi “faticosi” e quindi, semplificando, con molte virgolette producono un effetto “artificioso”?
    Direi una bestemmia? Direi che i due vini per questo sono simili? O forse c’è una verità della bocca, e una verità della vigna, che giocano tra loro come amanti pugnaci?

  49. ha risposto a Umberto: Umberto, io fatico a bere i vini in anfora di Gravner, ne ho avuto la prova perchè non ho finito la bottiglia a tavola, non è arrivata nemmeno a metà, cosa che non mi capita spesso. Sul nuovo pecorino di Cataldi, Giulia, devo dirti che stai prendendo una toppa perchè è troppo giovane, necessita di un affinamento. Riassaggialo fra qualche mese. Sono certa che cambierai opinione. Chiaramente parliamo di pecorino, se poi non ti piace il genere è un altro discorso. Io ad esempio non sono un’appassionata di pecorino. Non è il mio bianco di elezione. Quello di Cataldi però è uno dei pochi che sa di pecorino. Dagli un’ altra possibilità perché davvero l’hai assaggiato troppo giovane e un po’ scombiccherato, per dirla col glossario di Bocchetti, efficacissimo.

  50. ha risposto a Umberto: Vedi Umberto qui entriamo nel regno del relativo. Del gusto personale e relativo per definizione… Quello che avverti come peso, io lo leggo come vigoria. Chi ha ragione? Boh, probabilmente entrambi. I due vini intorno ai quali continuiamo a girare, Per me sono bevibilissimo
    I e piacevoli (infatti li bevo eccome…). Altra cosa sono i difetti di “grammatica” quelli si oggettivi e incontrovertibili, totalmente assenti in entrambi i vini. Insomma diffido delle verità, tanto più di una verità univoca del gusto, mi verrebbe da dire che è l’altra faccia della medaglia della verità della tecnica e di quell’approccio pesante e falsamente complesso che entrambi aborriamo nel vino!

  51. ha risposto a Cristiana Lauro: Infatti io l’ho assaggiato al Goccetto di Roma e l’ho trovato un gran bel vino, freschissimo, pulito. Per me è molto buono e meno impegnativo del Pecorino di Cataldi che mi piace molto ma non è un vino pret a porter.

  52. ha risposto a Alessandro Bocchetti: debbo dire che del Giulia mi ha spiazzato la freschezza un frutto vivo e nervoso bellissimo… Certo che un po’ di bottiglia gli farà bene è un 2010, mi sapete dire un 2010 a cui non farebbe bene un po’ di bottiglia? Ah dimenticavo forse il Già, ma lì non c’è niente da fare…

  53. ha risposto a Carlo Giovagnoli: E’ un problema irrisolvibile! I vini escono troppo presto sul mercato e non è colpa dei produttori ma della richiesta del pubblico. Solo vini giovanissimi. Io trovo che bere adesso un vino vendemmiato quattro mesi fa sia una stupidaggine. Eppure il pubblico chiede prevalentemente bianchi dell’ultima vendemmia.

  54. Vediamo di chiarire gli equivoci.
    Io non ho mai parlato di pesantezza, ma di bevibilità.

    Quando bevo un vino, (sarebbe un tema assai interessante) giudico il vino che bevo, nmon il vino che forse, potrebbe, essare tra due anni.

    La bevibilità, non è secondo me categoria soggettiva e relativa come il buono e cattivo. E’ la caratteristica ampiamente discussa qui.

    Si continua a girare attrono alla questione che pongo, che non mi pare di poco conto.

    Provo a dirla in altro modo.

    Il percorso dalla vigna alla bottiglia, non determina un inevitabile risulytato in bocca, perchè il risultato è un effetto e in quanto effetto, è di per sè un concetto artificiale.

    Quindi ci sono vini “fatti” con un invasivo intervento della tecnica, finalizzati a produrre “un effetto” di bevibilità e semplicità. Come viceversa.

    Questo mi fa dire che la storia di un vino non “spiega” o “motiva” mai il suo effetto, ma aggiunge solo un elemento di conoscenza.

    Questo vuol dire che fino alla bocca, il vino “non esiste” come un copione fino al film in sala “non eisste”- Il vino, come un film o come un libro, è solo l’esito della relazione finale con l’individuo. Quello che io chiamo, volgarmente “l’effetto”,. L’effetto di semplicità, l’effetto di artificosità.

    Questo, è il nocciolo, per il quale parlare di un film o parlare di un vino, è esattamente la stessa cosa: perchè degli effetti tutti possono parlare.

    E la conoscenza della storia di un vino, come la storia della lavorazione di un film non cambiano e non devono cambiare di una virgola l’effetto finale.

    Cahteu Rayal o il cacciatore, sono percepiti come “naturali” e ineluttabili. indipendemente dalla loro provenienza.

    Sapere, insomma, non serve mai, a parte le scienze esatte, a determinare la percezione.

    Se il sapere determina la percezione, è un guaio serio, perchè il contesto prende il sopravvento sul risultato.

    Come il sapere che Tolstoy era medico non ha mai fato scendere alcuna lacrima al lettore di Anna K.

    Se quello che dico ha, nella sua rozzezza, una verità, forse anche la nozione di territorio come grumo di narrazione e “senso” del vino potrebbe, dico potrebbe, esondare dal suo alveolo naturale.

    Potrebbe funzionare come certe spiegazioni a posteriori, che illuminano restrospettivamente una esperienza. Ma che, al fondo, arriichiscono, ma non spiegano e non motivano nulla.

  55. ha risposto a Umberto: Sì ho capito, però rileggi prima di cliccare su invio! Una quantità di refusi incredibile. Non so se sia più faticoso il vino di cui parli o come lo scrivi!…Adesso ti incazzi, lo so che ti incazzi. Dai non arrabbiarti! :-)))

  56. ha risposto a Umberto:
    Aggiungo, sempre nella mia ignoranza, che poichè usiamo spesso la parola bevibilità, ne andrebbe deciso un minimo di rigore.

    Se vi accorgete, per definirla, vien spontaneo utilizzare corone di parole perchè non credo esista una definizione se non goliardicamente quantitativa. (ne berrei una piscina) Si usa infatti E: semplicità, leggerezza, autenticità, Una sera, per giocare da quanto ero stanco di usare una parola indeclinabile e anche dal suono cacofonica, chiamai un vino molto bevibile “torrentizio”. Questo solo per individuare un deficit del termine “bevibile”.

    Quello che mi viene da dire è che mentre categoria tecniche di cui non so nulla possono essere certificate, la bevibilità non è una caratteristica del vino ma una caratteristica dell’incontro tra uomo e vino.

    Quindi non è una caratteristica del bere.

    E’ per questo del tutto soggettiva? Non direi.
    E’ totalmente oggettiva e misurabile? no.

    Credo che dobbiamo accettare lo statuto ambiguo del termine, come una sorta di ponte tra il gusto(totalmente arbitrario) e l’analisi tecnica (posto che sia essa oggettiva…)

    Per questo suo essere ambiguo, io parlo di un effetto di bevibilità.

  57. ha risposto a Umberto: Vero! il termine ha uno statuto ambiguo. Mi sembra giusto evidenziarlo, o almeno tenerlo presente onde evitare di doversi spiegare più volte. Umberto sei un mito!

  58. ha risposto a Umberto: capisco che ci debbano essere delle incomprensioni, tali da giudicare questo tuo comunicato… mancava solo “firmato Badoglio!”.
    Bevibilità, credo che nessuno più di me nel mondo del vino abbia contribuito a sdoganare questo concetto, per molto troppo tempo negletto e banalizzato… Ma occhio, non può essere un totem a cui sacrificare tutto e tutti. La metafora del cinema, boh non so il tecnico lì sei tu ed io rispetto le competenze 😉 ma troverei strano se uno cercasse di confrontare Rosetta con Amici miei o Shadows con viva la foca, usando come unica giustificazione che con la scena dei peti almeno se ride…
    Vedi caro Umberto, quella che per te è una olimpica certezza si sgretola sul mio piacere genuino quando bevo la ribolla di Gravner o quando mi ciuccio il pecorino giulia di CDM. credimi me ne bevo bicchieri su bicchieri con autentica gioia, con la gioia che mi manca in molti Tocai contemporanei o in altoatesini senz’anima…

  59. Cristiana buonasera,
    il vino deve meravigliare,questi nella veste più nobile , altrimenti goduto; alla fine la differenza dovrebbe essere tra il semplice e vinoso , giovane , sul frutto primario ed un tannino vigoroso , fino ad arrivare a vini di lungo affinamento che vivono di equilibri molto più sottili , che nascono dai grandi vitigni e situazioni (per non dire terroir, troppo inflazionato) che in bottiglia danno il massino dopo anni di attesa ;
    la realtà pare piuttosto ……
    *vini vinosi (pochi dei quali fatti bene e nel loro piccolo imbattibili, altri puro rustico),
    *bevande (non commento, abbondano sugli scaffali),
    *opere d’arte (da suddividersi in opere di carpentieri , ed opere di artisti ;
    ………..come riesce il pubblico ad orientarsi ed a crescere? bella frittata
    colpa dei produttori o colpa del consumatore?
    …..di entrambe purtroppo

  60. ha risposto a alessandro dondi: Buonasera Alessandro Dondi! Mi interessa molto la tua classificazione e mi piace il concetto di vino che nasce da grandi vitigni e situazioni, in barba alla retorica del terroir. Credo che utilizzerò questa tua definizione perchè è bella. Grandi vitigni e situazioni. Mi piace. Grazie!

  61. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Certo! volevo solo dire che la bevibilità è sempre stato un canone di riferimento durante le nostre degustazioni o commissioni di assaggio. Ci mette tutti d’accordo, valutando un vino in maniera critica , ci poniamo il problema della sua bevibilità. Talvolta qualcuno ne parla, poi però in degustazione coperta tende a sopravvalutare vini imbevibili, ma questa è un’ opinione del tutto personale.

  62. ha risposto a alessandro dondi: Allora devo fare attenzione ad utilizzarlo! Vabbè che oramai è tutto registrato, ho trovato cose incredibili in questo senso. Comunque anche terroir credo sia stato registrato. Quindi non se ne esce.

  63. ha risposto a Cristiana Lauro: Non è tanto personale… Io sono assolutamente d’accordo con il rischio in degustazione assaggiando piccolissime quantità e magari sputando con versi indegni 😉 di sopravvalutare vini imbevibili…

  64. Dice Cristiana: la bevibilità è sempre stato un canone di riferimento durante le nostre degustazioni o commissioni di assaggio. Ci mette tutti d’accordo, valutando un vino in maniera critica , ci poniamo il problema della sua bevibilità.”

    Una volta vorrei che qualcuno mi definisse questo canone. O meglio mi dicesse come usa questo termine. O meglo, come “lo riconosce” . O ancora, se si vuole “che cosa gli fa dire che un vino ha bevibilità”.

  65. ha risposto a Umberto: Rispondo per me: il rapporto tra struttura, nitidezza e maturità di frutto, acidità e alcool percepito… In breve piacevolezza e equilibrio!

  66. ha risposto a Umberto: Equilibrio. Come un accordo in musica, possibilmente non di do maggiore, ma anche quello, ancorchè banale è equilibrio quindi ascoltabile, come il vino quando è bevibile. Vedi, in musica l’armonia, cioè gli accordi, che sono un fenomeno fisico, rappresentano l’aspetto più importante, che viene prima della melodia, del ritmo e del tempo. A mio avviso ovviamente, ecco perchè non amo la musica italiana quando melodica. O comunque la musica leggera in genere. Il jazz lavora sull’armonia e infatti improvvisa la melodia che non si pone il problema di essere “orecchiabile” (termine orrendo ma quante volte l’hai sentito?) Tornando al vino, quando un elemento non è in equilibrio, ad esempio eccessiva alcolicità, quel vino risulta poco bevibile, per me. Eccesso di struttura, di estrazione, surmaturazione, acidità eccessiva ecc. Ciò detto rispetto al mio post c’è stato un deragliamento. Io parlavo di semplicità. E’ un’altra cosa, ecco perchè non sono entrata nel carteggio fra te e Bocchetti.

  67. ha risposto a Cristiana Lauro:
    E’ vero, Cristiana, che il tuo post parlava di semplicità. Ma se un tema, scivola in un altro, forse c’è qualcosa di vero, nello scivolamento. Forse è perchè, semplice e beverino alle volte, speso? sono percezioni che si sovrappongono.

    L’equilibrio, dunque, è la misura della bevivibilità, anche per Ale. Mi chiedo se i vini che riconosco bevibili mi appaiono equlibrati. Se avviene di norma così. Mi verrebbe da dire che l’equilibrio è la misura del ben fatto. Che quindi può abbracciare vini molto complessi e “tecnici” come vini più legati al territorio. Perchè l’equilibrio tra le componenti si può raggiungere sempre, se si prouce una cosa ben fatta. Credo almeno, per non sembrare troppo assertivo.

    Ma vi chiedo, siete davvero sicuri che se fate la lista dei vini che considerate molto bevibili, siano tutti vini equlibrati?
    Spesso i criteri che adottiamo, non combaciano così perfettamente con le scelte che facciamo. Questo vale per tutto,forse vale anche per il vino.

    Se lo chiedete a me, cosa è un vino “beverino” vi dico che è quello “torrentizio”, ma il torrente non è affatto, per esempio, una metafora dell’equilibrio, tutt’altro.

    Una volta facciamo una grande bevuta di vino che scegliete voi come sicuramente di grande bevebiltà e mettiamo alla prova i nostri criteri.

    Si fa colletta e chi vuole partecipare, è ben venuto. Vi va?

  68. ha risposto a Umberto: Umberto, bevibile ha un equilibrio per me e talvolta non lo ha per gli altri. Le nostre percezioni sono differenti. Ho già parlato della ribolla di Gravner che a me risulta imbevibile, non finisco la bottiglia. Bocchetti lo berrebbe a secchiate mi pare di capire. Per me non ha equilibrio e tutto ciò che mi ricorda l’ossidazione, cioè la morte, tende evidentemente a un equilibrio precario. Ripeto però che il mio post parlava di semplicità. Gravner non fa vini che stanno nei loro quattro stracci. L’ho citato io per prima portando il discorso fuori strada. Beverino, termine che tu utilizzi, non mi piace. Evoca la spuma, non il vino. Birra e gazzosa!

  69. ha risposto a Cristiana Lauro:
    Hai ragione, beverino è orribile. Mica facille trovare un sinonimo efficace….
    Concordo pienamente. Anche l’equilibrio è diversamente percepito e identificato.
    Quando diciamo è un vino equilibrato, diciamo in realtà, mi dà la percezione dell’equilibrio.

  70. Concordo deragliamento totale, Cri. Però se c’è una discussione è bello che si sviluppi e le discussioni spesso escono dai binari. Segnalo un vino buono che sa stare nei suoi quattro stracci , per ricondurre l’argomento alla semplicità, al non chiedere di essere sposati, inteso come impegno: Rosso del Soprano di Palari. Non ha l’eleganza del Faro ma me ne berrei una damigiana. Ciao!

  71. ha risposto a Marco M.: a me il rosso del Soprano invece non fa impazzire. Mi piace il Faro, a parte la 2007 che per ora non mi ha convinta. 2005 e 2006 fantastiche!

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