Il panino dei ricordi. A Palermo col nonno, in cerca del ‘guastedda’

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Mio bisnonno, Niccolò  Cipollina, è nato a Porta Carbone (Palermo) nel 1899. Suo padre lavorava al porto dove costruiva le navi e nel 1906 partì per New York insieme alla sua grande famiglia. Per quasi 100 anni la famiglia Cipollina non è più tornata all’isola di origine, circostanza che, considerando le condizioni che si erano lasciati alle spalle, si può anche capire. Ma in un secolo tante cose sono cambiate e, anche se il bisnonno non ha mai espresso il desiderio di tornare, suo figlio (cioè mio nonno) l’ha sempre sognato.

Quel sogno si è realizzato nel 2005 e io l’ho accompagnato. A Palermo sperava di trovare i sapori e profumi della sua gioventù italo-americana. Era facile all’epoca (ma anche oggi) trovare buccellati, sfinci, cannoli e cassate a NYC, sopratutto nel Bronx dov’è il nonno è cresciuto.

Ma c’era una cosa che non riusciva a trovare negli States: la ‘guastedda’. Oggi a Palermo, la ‘guastedda’ è il pane che viene imbottito di milza oppure panelle. E’ quasi giallo dentro ed è ricoperto di semi di sesamo. Ma nel Bronx nei anni ’30 ‘guastedda’ significava ‘pane ca’ meusa‘. Allora il nonno, andando in giro per il Ballarò e il Capo, cominciò a chiedere della ‘guastedda’ parlando in un palermitano ottocentesco, quello che sentiva parlare a casa. Ma nessuno lo capiva.

Finalmente un giorno, all’ora di pranzo, ci siamo trovati davanti ad una pentola con delle fette di interiora dentro. “Guastedda!”, urla il nonno. Che ordina un panino, trova una sedia in mezzo del mercato del Capo e si mette a mangiare, o meglio a viaggiare, facendo, ad ogni morso, un passo indietro nel tempo.

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