Ideologici o di mercato? Il kamasutra del vino ve lo spiega Black Mamba!

Tempo di lettura: 5 minuti

Amici di Black Mamba, non ci crederete ma oggi parlerò di un argomento molto serio. Non scherzo, davvero! Prendete un caffè ristretto che qui c’è il rischio di sbadigliare alla terza riga.

Stavo ripassando un capitolo preciso del Kamasutra quando un dubbio riguardante il vino ha fuorviato la mia fervida immaginazione. Attualmente hanno cittadinanza due visioni imperanti nell’enologia italiana, una commerciale e l’altra ideologica ed entrambe mi fanno incazzare (apertis verbis) poiché distruggono l’originalità naturale. Attenzione ai termini che utilizzo perché sono importanti, spero di riuscire a spiegarmi.

Partiamo da un presupposto, che personalmente darei per assioma: la grandezza del vino risiede nella sua diversità e originalità, ovvero la capacità della vite di dare vini differenti a seconda del territorio in cui cresce. Nessun altro prodotto ha questa caratteristica e nessuna altra pianta come la vite ha la capacità di trasferire nel proprio frutto l’anima stessa del territorio. Questo costituisce l’essenza del vino e il motivo fondamentale dell’esistenza di tanti appassionati in questo settore.

Esiste evidentemente anche una diversità di sistema, di vinificazione ma è una falsa originalità in quanto riproducibile e inoltre distrugge l’originalità naturale quindi dovrebbe essere evitata a tutti i costi. Penso che le due visioni imperanti di cui parlo, facciano esattamente questo: distruggano l’originalità naturale.

Visione commerciale. A chiacchiere deprecata dai più ma di fatto assolutamente dominante nella pratica che si traduce in una sintesi semplicissima: il vino che ha successo sul mercato (ancora oggi, non dite cagate!) è quello colorato, morbido, ben fruttato e si produce indipendentemente dal territorio di partenza. Per riprodurre questo modello tutti i mezzi, o quasi, sono leciti. Dilagante, a suffragio della mia tesi, la sovrammaturazione, che è un’ossidazione in pianta (un’ossessione per Black Mamba!) e provoca la distruzione degli aromi dell’uva, sostituendoli con composti dominanti totalmente indipendenti dal territorio e dal vitigno. Spesso non ci si ferma nemmeno di fronte allo spostamento di vino da un territorio all’altro, cosa che come risultato non può produrre altro che l’omologazione, ma, a questo punto, credo perseguita, intenzionale.

Visione ideologica. Vini prodotti con il minor intervento possibile dell’uomo, nella sincera convinzione che ciò che ne risulta sia naturale e rispettoso del territorio. Per quanto riguarda la naturalità il problema è che il vino in natura non esiste e la destinazione naturale dell’uva è l’aceto, quindi le pratiche di chi segue questa filosofia di produzione hanno ben poco di naturale, basti pensare alla coltivazione del vigneto intensivo. Quando mai si è vista in natura? La lotta contro i parassiti? Parliamone! Non si può evitare, è evidente. La raccolta dell’uva è naturale? No, non lo è perché per la natura la giusta destinazione dell’uva è la riproduzione della vite. Non parliamo poi della trasformazione in vino in ambienti protetti, altro che naturalità! Inoltre uno degli aspetti peggiori è che non v’è alcun rispetto per il territorio, perché la limitazione dell’intervento dell’uomo in vinificazione non permette di mantenere nel vino le caratteristiche che quel territorio stesso aveva creato faticosamente in quel grappolo d’uva. Ecco perché, in queste condizioni, si ha spesso ossidazione (morte!) dovuta alla scarsa protezione e alle alte temperature oppure alla lunga macerazione ad alta temperatura per i vini bianchi, con conseguente perdita di aromi e dei componenti naturali dell’uva che pertanto producono come risultato l’omologazione, ed è qui che paradossalmente le due visioni apparentemente contrapposte in realtà coincidono…Torniamo sempre lì, alla Coincidentia Oppositorum, sì cara al collega Schelling. Quel taccagno mi deve ancora un Crodino. Quante ne abbiamo combinate insieme io e quel briccone idealista…Ops! Ho dichiarato la mia vera età… Questa volta, per amor di una battuta, sono riuscita a sputtanarmi da sola!

A scanso di equivoci vorrei chiarire che non sto parlando di vini biologici o biodinamici in genere, ma di quelli in cui si cerca di limitare drasticamente l’intervento umano.

Avete visto tutti Mondovino, no? Anche lì era esemplificato il dualismo di cui parlo senza aprire, tuttavia, una strada più articolata e complessa, fermandosi in qualche modo solo alla superficie del problema.

Mi piacerebbe credere in una visione più completa della produzione del vino. Che si cercasse di mantenere nel prodotto finale l’essenza del territorio, cosa che la vite è in grado di portare fino all’uva ma non oltre! Per fare questo dobbiamo bandire le ossidazioni (come dice il mio amico Landi), le surmaturazioni e cercare di proteggere durante la vinificazione e l’affinamento quello che la natura ha creato, con cura e senza distrazioni. Nel contempo dobbiamo evitare di aggiungere ciò che non sia già presente in natura, ecco perché credo che la tecnologia sia da accogliere quando consente di proteggere, ma da ripudiare quando determina manipolazioni o aggiunte esterne. E’ l’unica forma di rispetto dell’originalità del territorio che è il vero obiettivo cui tendere.

E infine, prima di tornare al mio capitolo del Kamasutra, vorrei chiedere ai sostenitori dei vini naturali: non sarebbe meglio intendere la naturalità come totale rispetto e protezione di ciò che la natura ha prodotto? Non sarebbe questo più efficace in termini di rispetto per la natura che non la semplice e nebulosa limitazione dell’intervento dell’uomo proprio quando servirebbe a proteggere la natura stessa?

Cosa ne pensate amici? Mentre riflettete io torno alle mie letture preferite…

E mi raccomando: guai a dimenticarsi di Black Mamba!!!

72 Commenti

  1. Mi sembra un argomento particolarmente centrato, quello che manca nel vino ed è sempre mancata è una visione laica e serena del vino, si è passati senza soluzione di continuità da vini molto “prodotti” a vini rusticani e riconoscibili, ma spesso sgraziati. Il tutto sempre senza cercare di trovare quel che serve: semplicemente vini buoni! Fosse semplice…

  2. Molto interessante la dicotomia commerciale/ideologico. Xkè hai messo la foto del libro di Donà? T è piaciuto? Io lo trovai di una noia micidiale

  3. Il vino naturale non esiste. L’azione umana è fondamentale per la produzione, e persino Steiner parlava di “antroposofia”, e non solo di “fisiologia”. Il problama è un altro, e lo metti bene a fuoco. E cioé sta nel quanto deve essere invasiva l’azione umana e non se ci deve essere o meno. Nel senso che l’uomo dovrebbe fare sforzi per non essere in contrasto con la natura, ma non per annullare se stesso, cosa peraltro impossibile. Persino l’osservazione apparentemente neutrale di qualcosa con il microscopio elettronico influisce sullo scenario dell’osservazione, mutandone degli aspetti. Chi pensasse di tirar fuori il principale artefice del vino, cioè l’uomo, dal processo di vinificazione, sarebbe solo ingenuo e poco avvezzo a temi di epistemologia.

  4. ..pensa te… apro il thread col timore del solito articolo vino-sesso veicolato da un classico storico/filosofico/ quale il Kamasutra e mi ritrovo a leggere un articolo quasi interessante …
    PS: bella scollatura…

  5. Gentile Francesco, la foto l’ha scelta Vincenzo Pagano perche’ io avevo messo me stessa nuda che facevo cose turche…L’uomo e’ bacchettone da morire…Scherzo ovviamente e concordo sulla noia mortale! Ciao e grazie!

  6. Interessante classificazione perchè metti ordine le idee su tante cose dette e scritte dappertutto. Il ritratto è di un mondo del vino in piena crisi di identità, difficile venirne a capo.

  7. ha risposto a Giacomo: Hai ragione, non è facile. Centrato il problema la soluzione non è sintetizzabile in azioni concrete, veloci ed efficaci. Ma sarebbe bene provarci. Intanto io il problema l’ho esposto, vediamo un po’…grazie Giacomo!

  8. ha risposto a vinogodi: …Quasi è la parola chiave…anzi che non ti sei addormentato prima di arrivare alla foto della scollatura. Ero mezza sbronza, si tratta di uno scatto dopo un torneo di cocktail, altro che scollatura! Ciao Marco!

  9. Problema centratissimo. Bisognerebbe sentire l’opinione di qualche produttore o enologo. quindi quali sarebbero i vini che dovrebbero mettere d’accordo in una sintesi le due posizioni? Intendo dire i nomi, qualche nome.

  10. Mi sembra un aspetto molto importante quello che tratta in questo articolo, forse non è di facile soluzione ma credo che il discorso sia incontrovertibile. Forse doveva inserire anche qualche intervista a produttori di vino, me ne vengono in mente alcuni interessanti e portatori sani di questi due virus.

  11. ha risposto a Giuseppe Corona: produttori e tecnici sono i benvenuti e speriamo intervangano numerosi, la questione sollevata da BM è decisiva per il futuro del vino

    purtroppo manca una visione, questa mattina abbiamo assaggiato alcuni vini veramente imbarazzanti per la mancanza di qualsiasi fascino, nessun difetto tecnico ma totale incoerenza e assenza di qualsiasi armonia
    abbiamo finalmente imparato l’ortografia, ora bisogna acquisire grammatica e sintassi, lo stile seguirà (speriamo)
    desolante, no?

  12. ha risposto a Gianluigi Del Mare: la soluzione non è facile da trovare ne’ dipende solo dagli operatori del settore, serve una definizione di obiettivi chiari e condivisi che coinvolga tutti e che diventi patrimonio comune
    i nomi facciamoli insieme, chi inizia?

  13. apocalittici o integrati era un’altra bella dicotomia, adattabile anche a queste circostanze non previste da quell’autore
    anche il professore è in debito di un crodino!

  14. ha risposto a paolo trimani: hai ragione l’esperienza di oggi è stata improbabile e per certi versi indicativa… Mi chiedo se ci stiamo scollando noi dai gusti dei più o più dai nostri 😉
    Appunto i vino buoni, cosa sono? quali sono? Noi proviamo a cercarli qui sopra, senza schemi e formule prestampate…

  15. ha risposto a Alessandro Bocchetti: i vini buoni sono quelli buoni! 🙂
    che domanda difficile Alessandro, non penso di essere in grado di rispondere e diffido di tutti quelli che credono di saperlo
    è buono quello che ci piace o quello che ci conviene? è buono sia l’uno che l’altro?
    cerco di seguire una linea che abbia un senso ma so che il vino cambia di continuo facendo invecchiare male qualsiasi regola troppo rigida
    si naviga a vista. e se lo dico io fidatevi! :-)))

  16. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Ale, in riferimento alla degustazione di questa mattina: se il dubbio da quei vini è che ci stiamo scollando dai gusti dei più, perdonami ma sì e forse, aggiungo, con piacere. Erano vini terribili ma a parte prendere le distanze devo tristemente analizzare un problema che si chiama guaio: migliaia di persone li bevono e con una certa soddisfazione. Facciamo pace con questo…

  17. ha risposto a Cristiana Lauro: il piacere nostro è indubbio, però lo scollamento tra il consumatore avveduto e quello semplice è un problema! e neanche di poco conto… Pensa che quei vini riempiono gi scaffali, vengono consumati in ogni ricorrenze e non ultimo vengono pagati dai 18 € in su… come a dire un botto per i più!

  18. Finalmente una riflessione sui vini che aspettavo da tempo!
    Io che cerco di fare vini “naturalmente naturali” essendo nato dopo l’epoca del lumi, quando vado a proporre i miei vini le obiezioni possono essere due, l’una che non sono biologici o biodinamici (non uso concimi in campagna da decenni, non faccio lavorazioni se non quelli a protezione della pianta, ma mi rifiuto di pensare di ricorrere al corno di bue, …) l’altra a volte detta a volte si intuisce che sono preferiti i vini con profumi esotici tipo frutto della passione, … ma si sono mai visti i frutti della passione nelle nostre vigne? …
    E’ dura fare vini “naturalmente naturali” !

  19. ha risposto a giovanni faraone: mah, Giovanni hai ragione… anche se il frutto della passione e altri odori, esotici sonoanche tipici di evoluzioni biochimiche assolutamente naturali in alcune uve… Tipo Mercaptani e terpeni vari 😉
    Quindi si può dire che questi frutti non ci sono nelle nostre vigne, però ci sono i profumi nelle nostre uve 😉

  20. Carissima Black Mamba,
    se sono questi i pensieri che la lettura del Kamasutra ti stimola (dico: soltanto la lettura!) non posso immaginare cosa succederà a quel pover’uomo quando passerai dalla teoria alla pratica !!!
    Comunque, parliamo di vino che è più semplice.
    Sai bene come la penso sulla questione che poni. Condivido pienamente le tue affermazioni e, personalmente, mi viene sempre l’orticaria quando si trasforma un “metodo di lavoro” in “etichetta per il mercato”, sovente anteponendola o ignorando la qualità percepita e/o oggettiva.
    Un esempio? In passato ricorderai le “barriques” citate spesso in contro-etichetta al fine di giustificare due lire, al tempo c’erano quelle, di più nel prezzo.
    Personalmente sono convinto che il rispetto dell’origine sia una sincera e onesta garanzia della naturalità: con la medesima varietà, un vino nato al sud deve avere i caratteri di un vino nato al sud che devono essere obbligatoriamente diversi da quello ottenuto, ripeto con la stessa uva, coltivata più a nord. Così come un vino di collina deve essere diverso da uno di pianura, mare da monti, Toscana da Sicilia, Chianti Classico da Brunello, etc. etc..
    Bon, se tutti i vini nascessero da uve coltivate in territori capaci di imprimere carattere al vino, il problema sarebbe già risolto. Purtroppo non è così. Certe volte il Produttore si trova a operare in “territori deboli” e deve far qualcosa per differenziare il suo vino da quello degli altri.
    Trovandosi a lavorare in “zone forti” (non uso più la parola “Terroir” perché è talmente inflazionata che ogni volta che la menziono vengo ripreso anche da mio figlio Arturo) il Produttore deve comportarsi come un Maestro di musica classica. Muti, Abbado, Tieleman, etc. quando eseguono una sinfonia di Schubert non si sentono Schubert ma sono soltanto degli interpreti che fedelmente (questo è il punto critico) suonano ciò che il Grande Compositore ha scritto sullo spartito. Questo è quello che è richiesto anche a noi affinché il vino resti vino e non diventi sempre più bevanda.
    Detto ciò, al fine di arrivare al grande risultato, ognuno è padrone di scegliere la strada che più gli aggrada ed è logico che meno s’interferisce, particolarmente con la chimica, meglio è. Soprattutto per la salute del Consumatore. Questi sono argomenti condivisi e condivisibili tra tutti i biologici e/o biodinamici del mondo e i produttori di vino di qualità. Medesimo obbiettivo quindi.
    Ma non credo che al Metropolitan applaudirebbero il Grande Direttore soltanto perché ha diretto il concerto con un braccio legato dietro la schiena e su di una sola gamba.
    Altri sono i parametri che hanno fatto guadagnare fama mondiale a Muti, Abbado o Tielemenn. La purezza del suono, la scelta dei tempi corretti, l’armonia nonché la fedeltà allo spartito sono più importanti della prestazione atletica.
    Un caro saluto e buona lettura
    Marco

  21. ha risposto a Marco Pallanti: Caro Marco, leggo col sorriso le tue parole perchè proprio ieri, parlando di questo argomento a tavola con alcune persone, abbiamo ricordato Castello di Ama come azienda che si distingue da queste due posizioni che, come ho scritto, mi fanno incazzare. Altro che Kamasutra! Il paragone col direttore d’orchestra, come puoi capire, da musicista quale sono, non può che trovarmi d’accordo. Musica per le mie orecchie! Grazie Marco per il tuo intervento, avevo bisogno del sostegno di un enologo e produttore bravo ed eccolo qua! Cristiana P.S Ti saluta Black Mamba, quella del Kamasutra. Ah!ah!

  22. Marco Pallanti l’imbattibile ; quelle volte che ho letto un suo commento la sensazione era che avesse detto tutto quello che c’era da dire lui , e quindi son senza cartucce;
    nomi?? a chi li chiedeva direi che di guide in italia ne abbiamo già molte (ci sono ormai più opinionisti che bevitori ((e non ho ancora capito se black mamba degusta o beve));
    ed allora non mi sentirei di fare nomi , aprirei la guida vini dell’Espresso ;

  23. Gentile Black Mamba, con attenzione, malgrado il suo ammonimento, sono arrivato in fondo a questo nuovo articolo e l’ho trovato molto convincente. non sono la persona più indicata per intervenire nel merito, ma il presupposto che lei definisce assioma e non posso che darle ragione, è indiscutibile e va difeso con vigore. Pena la trasformazione del vino in bevanda ( come dice il dott. Pallanti) oppure la deriva opposta che di naturale, in effetti ha ben poco. Desidero inoltre omaggiarla con un complimento disinteressato. Buona giornata a tutti voi!

  24. ha risposto a Marco Pallanti: bentornato su scatti Marco!
    hai evidenziato due elementi cruciali per la produzione di un grande (non solo buono quindi) vino: la necessità di rispettare un insieme di regole e la distinzione tra zone deboli e zone forti

    esistono criteri oggettivi che permettono di raggiungere (e fanno riconoscere) la grandezza che non è alla portata di tutti qualora manchino uno o l’altro degli elementi che hai evidenziato

  25. ha risposto a alessandro dondi: Vedi Alessandro hai centrato il problema! Pensare che ci sia una differenza di fondo tra chi degusta e chi beve! 😉
    Ho sentito appassionati dichiarare seri “io bevo solo in modo critico”, come dire nun me diverto mai e il vino me fa anche un poco schifo… Vorrei vedé cosa avrebbero detto Soldati o Veronelli di questa distinzione… Infatti i risultati sono sotto gli occhi di tutti, un sacco de vini che nun se bevono 😉

  26. ha risposto a alessandro dondi: di una nuova guida non abbiamo bisogno e mi piace che, dopo lo spunto iniziale, si riesca a ragionare senza impigliarsi in esempi specifici
    come dice Bocchetti la distinzione tra chi beve e chi degusta è un’assurda deriva di un settore che è cesciuto troppo velocemente e non ha potuto sedimentare col tempo valori e conoscenze

    ps/ BM beve sempre benissimo, è una gran fortuna seguirla per osterie!

  27. Ho un approccio molto elementare al vino. Se mi trovo con gli amici con la chiara intenzione di bere e a fine serata mi rendo conto che, a fronte del numero di bottiglie concordate una o più di quelle stappate non sono finite, capisco, senza ombra di dubbio, che quelle lì le abbiamo degustate e aggiungerei che non ci sono piaciute. Le altre hanno fatto il loro lavoro e noi con sommo dispiacere pure.

    Per tornare a Pallante e BM, ndc* (non sapevo fossi anche una musica???!!!??, perchè una volta di queste, e magari ben avinazzati,con cantiamo insieme???) il problema di molti vini di oggi, a prescindere della ricetta o delle procedure, credo sia la mancanza di colori, di chiari e di scuri, è sempre più difficile incontrare sorprendenti e coraggiose libertà interpretative molto più facile, invece, incappare in mediocri esecuzioni di maniera.

    *ndc nota di cazzeggio

  28. ha risposto a jovica todorovic (teo): Sulle mediocri esecuzioni in maniera ne abbiamo avuto esempio ieri durante la degustazione delle 11.30 del mattino…no comment! Sì sono cantante. Era il mio mestiere prima di darmi al vino. Contralto. Canto con te molto volentieri…ma tu che fai canti o suoni, caro Teo? Io suono anche il flauto ma sono fuori allenamento di brutto.

  29. … bene l’aderenza territoriale , benissimo la new age mediatica che ha traghettato il grande vino da elemento di abbruttimento da bar a stimolo di elevato contenuto culturale , senza però doverlo necessariamente assurgere a enopsicodramma . Il vino rimane strumento di piacere e stimolo sensoriale , dove l’apparato recettore sia debitamente educato a tale stimolazione . Il mio nick , un pò provocatorio dall’alba dei tempi , è la testimonianza personale di questa weltanschauung . Come dice Daniele (Cernilli) rimane il punto chiave dell’accezione del termine , un fantomatico “naturale” che sconfina il più delle volte in un’azione mirata di marketing più che in una convinta filosofia di agricoltura sostenibile , con la doverosa mediazione dell’opera umana (che chiamerei arte) nel trasformare un elemento di base , l’uva , in un output di straordinaria complessità che solo per pochi , purtroppo , è un libro aperto di tutte le fasi che ne stanno all’origine . Qui la tecnica , soprattutto in Italia , va affinata e raffinata . Non dimentichiamoci , poi , che il problema non è solo rendere commerciabili prodotti che nascono da zone non vocate , quanto quello di rendere sempre espressivi territori , vocati , ormai dediti allo sfruttamento intensivo e prolungato che ne hanno depauperato il senso qualitativo nel corso dei decenni ( o secoli) di sconsiderato sfruttamento …

  30. ha risposto a Cristiana Lauro: Lunga vita a Black Mamba, a Trimani e a tutti voi (vinogodi compreso)!
    Ogni volta, è una ulteriore conferma dello spessore che avete e della specializzazione nel settore che avete raggiunto, con quella determinazione che traspare dagli articoli e dagli interventi.
    Scrivo a te Cristiana ma è come se scrivessi a tutti voi del circuito.
    Scontati i complimenti per la luce che emani….
    Brava (i).

  31. Come al solito mi connetto solo dopo un pò di tempo (sono sempre stato un pò tardivo) ma mi trovo totalmente d’accordo con quanto hai esposto e credo che questo sia veramente l’argomento centrale del mondo del vino attuale. Hai detto praticamente tutto ma vorrei fare una considerazione che spero interessante su una conseguenza: dell’impostazione che hai definito commerciale: lo spostamento dei vitigni da nord a sud. Abbiamo assistito, nella sbornia degli anni ’90, ad una enorme emigrazione delle uve verso sud di cui tutti, produttori ed enologi siamo responsabili. Avevamo pensato che se lo Chardonnay, il Pinot nero ed il Merlot maturavano in Borgogna ed a Pomerol da noi lo avrebbero fatto meglio e con meno rischi. Purtroppo non avevamo riflettuto a sufficienza sul fatto che spostandosi verso sud i vitigni divenivano sempre più precoci e quindi, arrivando a maturazione con alte temperature, perdevano le loro caratteristiche per divenire simili gli uni agli altri (tutti i rossi profumano di marmellata e prugna, tutti i bianchi di miele), in una parola perdendo l’originalità che hai giustamente definito l’essenza del vino. Del resto ci sarà pure un motivo se i più grandi chardonnay del mondo si fanno in Borgogna, se il Medoc è ancora la regione d’elezione del cabernet sauvignon, se i migliori sauvignon vengono da Sancerre, i nebiolo dalle Langhe ed i sangiovese dalla Toscana. La verità è che i vini più grandi ed originali nascono, per ciascun vitigno, nella zona più a nord nella quale è possibile la sua coltivazione. Noi abbiamo fatto qualcosa di incompatibile con questo concetto elementare e dobbiamo fermarci. Anche per questo è importante impegnarci tutti perchè quella che tu indichi come terza via e che è la via maestra divenga tale anche nella realtà.
    Un caro saluto e grazie.

  32. ha risposto a Lorenzo Landi: Grande Lorenzo, lucido e affilato come al solito. Sono convinto che il grande paradosso dell’uva e la maestria dei produttori di vino è trovare la sintesi tra maturità dell’uva e profumi freschi e primari del frutto. Qui si apre un territorio importante per l’interpretazione e per l’abilità artigiana. Il tuo ragionare sul fatto che una soluzione possibile è coltivare più a nord rispetto la tipologia è una tesi semplice e chiara in questo senso!

  33. ha risposto a Lorenzo Landi: Aspettavo un tuo commento! Mi spiace che non intervenga qualche produttore, solo enologi. In verità questa volta ho ricevuto molti messaggi privati da produttori di vino che condividono questa posizione. Qualcuno senza nemmeno rendersi conto di appartenere a pieno titolo a una di queste mie sintetiche classificazioni. Anzi, onestamente uno che mi ha scritto è stato in parte ispiratore del mio articolo. Evidentemente qualcuno non ha le idee chiarissime su ciò che produce e che poi noi ritroviamo nel bicchiere. Buon per lui! Mi piace quello che scrivi :” i vini grandi e originali nascono, per ciascun vitigno, nella zona più a nord nella quale è possibile la sua coltivazione”…E’ un’ affermazione coraggiosa e per questo ti ringrazio. Ci sarebbe materiale a sufficienza per parlarne in modo diffuso. Bisognerebbe fare gli stati generali del vino, una volta all’anno, una bella riunione. Vera però, non con le cazzate che ho sentito dire da qualche produttore industriale lo scorso anno a Roma alla Città del Gusto. Grazie Lorenzo, ti voglio bene.

  34. ha risposto a Lorenzo Landi: dott. Landi, a leggere le sue dichiarazioni e quelle del dott. Pallanti, ci sarebbe veramente da organizzare gli Stati Generali. Molto interessante. La ringrazio anche se non ho il piacere di conoscerla.

  35. ha risposto a Lorenzo Landi: essenziale e preciso come i tuoi vini!
    ti è mai capitato di provare un vitigno meridionale in una zona del nord? primitivo in toscana, aglianico in piemonte per esempio? (in vigna, non in cisterna…) a parte battutacce come mai non capita?

  36. ha risposto a vinogodi: No, pensavo solo in un sito dove si può tener conto delle buone maniere e chiamare col loro titolo persone che non ho ancora avuto il piacere di conoscere.

  37. Vorrei proporvi quanto scrive Andrea Petrini, un blogger piuttosto originale. Sa tanti di scoop.

    Vini (poco) naturali….

    Ieri, andando sul sito di VinNatur, ho letto tra le news che l’associazione ha deciso di analizzare, con metodo a campione, i prodotti dei loro associati presenti a “Villa Favorita 2011”.

    La sorpresa viene quando si legge che”….. le analisi svolte hanno visto la ricerca di 88 principi attivi di pesticidi (ossia la totalità dei prodotti chimici in commercio che vengono utilizzati per la cura del vigneto), le quantità di anidride solforosa (conservante per eccellenza del vino) ed il residuo di Rame metallo.

    In particolare, su un totale di 132 campioni analizzati 110 sono risultati completamente esenti da ogni tipo di pesticida, mentre i restanti 22 presentano 1 solo principio attivo e in qualche caso più di uno.

    L’analisi dell’anidride solforosa totale (metodo per distillazione) ha evidenziato che 35 vini risultano avere meno di 10 mg/l di anidride solforosa (la legge permette in questi casi di apporre in etichetta la dicitura “NON CONTIENE SOLFITI”), i restanti 97 vini sono al di sotto dei 70 mg/l con poche eccezioni che superano questo livello, quindi con valori ben al di sotto della media dei vini convenzionali.

    Il monitoraggio del Rame residuo ha evidenziato, con grande soddisfazione, che nel complesso, tutti I vini non superano il valore di 0,5 mg/l ; risultato ottimo considerando che il valore limite per legge è di 2,0 mg/l.

    Vediamo ora nel dettaglio i risultati delle analisi:

    – Totale vini aventi residui di pesticidi: 22, di cui 12 italiani, 5 francesi e 5 sloveni
    – Numero di principi attivi riscontrati: 17 vini aventi un solo principio attivo, 3 aventi tre principi attivi e due aventi quattro principi attivi.
    – Media di mg/kg (milligrammi su un chilo) di residui riscontrati sui 22 campioni: 0,076 mg/kg (la normativa europeo prevede in media un limite di 0,800 mg/kg)
    – Principi attivi riscontrati: 16 di cui 13 fungicidi sistemici e 3 insetticidi. I più rilevati sono il Fenexamid (fungicida antibotritico) ed il Pirimetanil (fungicida antioidico).

    Nonostante le spiegazioni di VinNatur che parla di possibili problemi di deriva (inquinamenti da vigneti limitrofi) o da uve acquistate e non gestite direttamente dal produttore (allora il problema è semmai il controllo dei tuoi fornitori), io comunque mi sento “tradito”. Non da VinNatur che, in assenza di motivazioni plausibili, coerentemente estrometterà il socio “infedele”, ma dal movimento “naturale” in generale che dovrebbe prevenire anzichè curare.
    I 22 vini “diversamente Bio” non saranno certamente gli unici in commercio per cui la mia proposta è: si entra nel giro solo se meritevoli e questo implica una credibilità accertata preventivamente sia a livello chimico che morale.

    Essere tanti, in questi casi, non significa essere forti perchè nel gioco di squadra la stronzata di uno diventa la stronzata di tutti e il famoso giocattolo, per dirla alla Mattiacci, rischia davvero di rompersi.

    Ah, se ricordo le parole di Gravner..
    Please Retweet me

    Andrea Petrini

  38. ha risposto a Giacomo: …beh , il trascorso di docente universitario e ricercatore ce l’ho , puoi chiamarmi “professor Vinogodi” … ma sì , dai , che figo …

  39. ha risposto a vinogodi: Non lo sapevo, gentile professore. Ora ne sono a conoscenza e non mancherò di ricordare anche il suo prestigioso titolo. In genere se posso evitare che qualcuno si picchi inutilmente, lo faccio con piacere. Mi costa così poco! 🙂

  40. Mi sembra un articolo sensato. Argomento di difficile trattazione, si potrebbe aprire una discussione interminabile ma credo che il problema sia stato focalizzato con precisione estrema. In mezzo a tanti giornalisti che discutono di non problemi sul mondo del vino, mi pare che stavolta si sia centrato il punto. Buona giornata!

  41. Black Mamba ha centrato in pieno un problema che, prima che tecnico, è culturale e sociale! Ti leggo da un pò di tempo e fino ad ora non sono mai intervenuto direttamente ma trovo il tuo articolo estremamente attuale e stimolante.
    Ti assicuro che non ho sbadigliato alla terza riga ed, anche se sono un grande consumatore di caffè, l’ho letto tutto con estremo piacere senza necessità di dosi doppie!!!
    Il vino deve rappresentare i territori di provenienza, siano essi deboli o forti…condivido con lamico Pallanti l’abuso della parola terroir, ma, purtroppo, non abbiamo alcun termine alternativo che esprima il concetto nella sua intima essenza. Gli estremismi, siano essi ideologici o commerciali, restano tali e non rappresentano in modo oggettivo le nostre produzioni. Marco Pallanti, da grande conoscitore del mondo e della storia vitivinicola parla di zone forti e deboli con cognizione di causa. Una provocazione..siamo veramente sicuri che in Italia vi sia una vera e profonda conoscenza delle zone forti e deboli? Conosciamo veramente le nostre varietà e la loro interazione con i territori dove sono coltivate?
    I vini, e di conseguenza le varietà con cui vengono prodotti, devono essere una espressione della loro origine territoriale, indipendentemente dalla fascia di prezzo e dal loro valore commerciale. L’Italia, e l’Europa, hanno storicamente, e giustamente, impostato la viticultura con al centro il concetto di origine proprio perchè abbiamo una costellazione di territori unici al mondo…DOC significa Denominazione di Origine…..! Alcune volte mi sembra che vi siano forti pressioni ad imitare sistemi varietali su cui siamo perdenti in partenza..Il vino è armonia ed equilibrio e, oltre che un prodotto in senso stretto, un veicolo di comunicazione unico ed inimitabile della nostra cultura. Ma deve essere piacevole e suscitare emozioni sensoriali positive….kamasutra del vino…che titolo!!!!
    I metodi di vinificazione sono e devono rimanere un mezzo, e non un fine, per raggiunfgere l’obiettivo finale di piacevolezza, personalità e salubrità.
    Black Mamba grazie per i tuoi articoli che ci obbligano a riflettere ulla vera essenza del vino e sul suo vero valore.

  42. ha risposto a Enrico Viglierchio: benvenuto su scatti Enrico!
    hai aggiunto almeno un paio di argomenti decisivi: la necessità di mettere in ordine di importanza vini vitigni zone (compito improbo dalle nostre parti, chi accetterebbe di essere secondo?) e la riconducibilità alla terra di origine del vino come carattere distintivo e qualifficante (altriementi meglio andare tutti in Cile o Australia)

    spero continuerai a leggere e soprattutto a intervenire! a presto

  43. ha risposto a andrea petrini: Io ho trovato molto interessante questa cosa che ho letto, indipendentemente dallo scoop che non essendo giornalista non mi riguarda ( e nemmeno interessa). Ciao!

  44. ha risposto a andrea petrini: perfettamente d’accordo, la logica per cui i panni sporchi si lavano in casa è terribile, chiarezza e trasparenza e ognuno si prende le sue responsabilità

  45. Mi sono riletto tutti i vostri interventi. Molto interessante questa discussione. In particolare mi piacciono gli enologi quando entrano nel merito come in questa occasione. Solamente che non ho capito perchè i nomi dei vini che qualcuno ha richiesto non sono usciti.

  46. ha risposto a Alessandro D.: Perchè non è questo il punto. Ti potrei dire Castello di Ama, visto che è intervenuto Marco Pallanti o Cataldi Madonna, azienda seguita da Landi ma solo per menzionare qualcuno dei tanti che in realtà non sono confinabili in una delle due categorie da me descritte. Sono tante le aziende. Certo non ti direi Antinori o Frescobaldi, Firriato o Casale del Giglio, chiari esempi di vino commerciale tagliato a misura sui gusti delle masse e della stampa di settore che privilegiava certe rotondità e morbidezze. Attenzione perchè in questa categoria io inserisco a pieno titolo anche Ornellaia e Masseto.

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