Land grabbing e nuove colonie. La Cina si compra un pezzo d’Islanda

Febbre di terra. E la Cina è il malato più grave. Dopo i negozi del centro, i bond americani, i castelli del Bordolais, le aziende e il know how, è la terra la fiche puntata dal gigante asiatico sul Risiko mondiale.

Ad innescare la malattia, e non solo in Cina, una serie di fattori: il calo della disponibilità alimentare e l’aumento dei prezzi seguito all’impennata del costo del petrolio, l’aumento dei terreni utilizzati per la produzione di biocarburanti, la crisi finanziaria che ha spostato anche sulla terra le aspettative di guadagno, il calo delle risorse idriche e le previsioni di crescita della domanda di cibo nei prossimi decenni (+40% il fabbisogno globale di cereali entro i prossimi 15 anni).

Dopo essersi aggiudicata tre milioni di ettari per una superficie pari al Lazio e all’Abruzzo, soprattutto in Africa e in Sud America, la Cina continua a fare shopping di terra su tutto il globo. E’ di questi giorni la notizia delle trattative tra il il gigante immobiliare cinese Huang Nubo per l’acquisto di 300 chilometri quadrati di terra in Islanda, pari allo 0,3% del suo territorio, da destinare ad un progetto di eco-turismo. Con tutta probabilità il tentativo mascherato di Pechino di mettere le mani su una zona di interesse strategico. I terreni in questione, infatti, si trovano in prossimità di porti e ghiacciai il cui scioglimento, argomenta il Financial Times, è destinato a conferire all’Islanda una posizione di primo piano lungo le future nuove rotte commerciali tra l’Europa e il Nord-America.

Si chiama “land grabbing”, letteralmente accaparramento di terreni, nella forma dell’affitto (spesso a prezzi stracciati) o dell’acquisto, una pratica già condannata dalla Fao per le conseguenze spesso negative che implica sull’autonomia degli approvvigionamenti agroalimentari e sullo sviluppo dei paesi più poveri.

Nel 2009, 45 milioni di ettari di terra sarebbero passati di mano e, secondo un rapporto del 2010 della Ong Grain sul land grabbing, ammonta a 50 milioni di ettari, pari ad un’area più estesa del doppio del territorio del Regno Unito, il territorio africano coltivabile in mano a multinazionali, governi e aziende straniere, che spesso operano con il sostegno economico degli Stati. “Secondo stime al ribasso negli ultimi tre anni sarebbero stati ceduti ad attori privati circa 60 milioni di ettari di terra già pubblica, una superficie pari a quella totale della Francia”, ha detto in un’intervista Stefano Liberti, autore del libro Land Grabbing – Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo.

Paese emergente da tempo lanciato sulle rotte del neocolonialismo, la Cina è il numero uno su scala mondiale. “80.400 ettari di terra acquistati in Russia, 43.000 in Australia, 70.000 in Laos, 7.000 in Kazakhstan, 5.000 a Cuba, 1.050 in Messico”, è la stima dei “rastrellamenti” effettuati dal gigante asiatico negli ultimi anni.

In Africa il gigante asiatico controlla ormai “2.800.000 ettari in Congo, 2.000.000 in Zambia, 10.000 in Camerun, 4.046 in Uganda e 300 in Tanzania”.

Dopo il petrolio e l’acqua, è la terra il target dell’espansionismo della Cina, allertata dalle previsioni di crescita demografica che potrebbero mettere a rischio la sua sicurezza alimentare e orientata da un disegno geopolitico di espansionismo su scala planetaria. Olio di palma (200 mila ettari in Africa), cereali (150 mila ettari, sempre in Africa), biocarburanti, gomma e riso i prodotti più gettonati dagli investitori cinesi e più richiesti sul mercato.

Sullo scacchiere mondiale la Cina si muove ovunque. E’ di pochi giorni fa la notizia di un imminente accordo tra Pechino e le Filippine per l’affitto di terreni non coltivati in cambio di investimenti per 60 miliardi di dollari in progetti di sviluppo nel settore minerario, energetico e turistico.

Con il risultato prevedibile che, come denuncia anche la Fao, una volta cedute allo straniero, queste terre cessano di produrre risorse per le popolazioni locali. Si tratta, talvolta, di terreni semi abbandonati o sfruttati per il solo allevamento del bestiame che però, se sottratti al controllo locale, mettono a repentaglio l’accesso all’acqua per gli agricoltori e fanno sfumare le possibilità future di sfruttamento redditizio della terra.

La grande marcia di Pechino punta anche sull’Australia dove la più grande azienda agricola cinese, controllata dallo Stato, ha appena manifestato ad aziende agricole nel Sud Est del Paese l’intenzione di acquistare 80 mila ettari di terra.

Ma in questa febbre della terra la Cina non è, ovviamente, sola. Tra i player più attivi c’è anche l’India che ha già acquistato terre in Etiopia, Kenia, Madagascar e Mozambico per la produzione di riso zucchero mais e lenticchie destinate al mercato indiano mentre imprese indiane dell’agroalimentare sono in procinto di investire più di un miliardo di euro in Etiopia (primo produttore mondiale di rose), Tanzania e Uganda dove hanno messo gli occhi su qualche milione di ettaro di terre arabili.

Tra gli agro-investitori a spasso per il pianeta c’è anche la Libia che con il progetto Malibya 2008 si è impegnata, attraverso la Libya Africa Investment Portfoglio, società libica pilotata (finora) dal regime di Gheddafi, a realizzare opere infrastrutturali in Mali in cambio di 100 mila ettari di terra in una delle zone più ricche d’acqua del continente. Un progetto che rafforza la posizione della Libia nell’Africa subsahariana ma che, non escludendo l’estromissione delle popolazioni locali, viola i Sette Principi stabiliti dalla Banca Mondiale in materia di agrobusiness.

Tra i primi Paesi a sbarcare in Africa c’è sicuramente l’Arabia Saudita, già presente in Sudan, Egitto, Etiopia e Kenia. La strategia di espansione fondiaria del paese arabo in Etiopia per ragioni legate alla sicurezza alimentare sono ben illustrate in un’informativa confidenziale dell’Ambasciata di Riad della fine del 2009, pubblicata da Wikileaks, nella quale si legge che l’Arabia Saudita, dopo aver saggiato senza successo la possibilità di fare shopping di terre in Kazakistan, Turchia e Ucraina, si appresta a mettere le mani su un milione di ettari di terre coltivabili in Etiopia. L’azienda saudita Al Amary, scrive il funzionario dell’ambasciata, ha già dato la sua disponibilità. Per il trasporto dei prodotti agricoli dall’Etiopia all’Arabia Saudita, assicura, c’è un porto in costruzione nella Repubblica di Gibuti mentre il Governo dell’Arabia Saudita ha già in mente di costruirne uno a Gedda per  riceverli.

Ed è sempre per far fronte a problemi di approvvigionamento che anche la Corea del Nord, recentemente colpita da condizioni climatiche avverse, si muove sullo scacchiere mondiale. E’ di questi giorni la notizia che Pyongyang sta trattando con la Russia per l’acquisto di 220 mila ettari di terra non coltivata nella parte occidentale del Paese da destinare alla coltivazione di ortaggi e grano.

In Argentina, dove il land grabbing ha già sottratto alla disponibilità delle popolazioni locali 7 milioni di ettari, il Parlamento sta discutendo in questi giorni un disegno di legge per limitare a 2500 acri (un milione di ettari) e al 20% del territorio rurale argentino la quantità di terreno che può entrare in possesso di proprietari stranieri. Ma intanto il governo provinciale del Rio Negro ha appena stipulato un accordo con il gruppo Heilongjiang Beidahuang Nongken, controllato dallo Stato cinese, per la cessione di 320 mila ettari di terra nella provincia del Rio Negro, da destinare alla coltivazione della soia, in cambio di investimenti per 1,5 milioni di dollari in infrastrutture di irrigazione.

E proprio la mancanza di infrastrutture adeguate al servizio dell’agricoltura è il grande complice di questa corsa all’accaparramento. In Etiopia, dove la malnutrizione colpisce 2,8 milioni di persone, il Governo ha già venduto ad investitori esteri 3 milioni di ettari delle sue terre più fertili. Di quelle terra la popolazione etiope affamata difficilmente vedrà i frutti.

L’allarme land grabbing da tempo è stato lanciato da Ong, associazioni agricole e movimenti di contadini. Come il Movimento Internazionale di Via Campesina che riunisce organizzazioni contadine di tutto il mondo e si batte per una politica agricola solidale e sostenibile e a favore della sovranità alimentare dei popoli. Contro il land grabbing Via Campesina ha chiamato a raccolta contadini e organizzazioni di tutto il mondo per una conferenza internazionale che si terrà dal 17 al 20 novembre a Nyeleni, Mali.

[Fonte: Coldiretti, farmlandgrab.org, guardian.co.uk, secondo protocollo.org, Le Monde diplomatique, Financial Times, tlaxcala-int.org. Foto: ansa.it, observer.guardian.co.uk, reuters, farmlandgrab.org,]

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