Vini bio. Venite a conoscere la tribù dei biofighetti

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La surreale proposta di una tassa sul junk food conferma l’impressione che da qualche tempo una nuova tribù si stia aggirando dalle nostre parti: i biofighetti sono tra noi e siedono addirittura al governo!

Più del loro approccio al cibo però mi interessa raccontarvi i caratteri più rilevanti nel rapporto col vino. Da qualche anno la nebulosa naturale attrae e ospita una popolazione sempre maggiore che si articola e si scompone in gruppi e categorie mutevoli e sempre in feroce competizione tra loro.

Dopo gli esordi dei vini ottenuti da agricoltura biologica dei primi anni ’90, molti dei quali toscani (sembravano usciti da un libro di De Carlo) e quasi tutti imbevibili, all’inizio del nuovo millennio la biodinamica è diventata lo standard di fatto. Tutti coloro che non riveriscono Rudolf Steiner e la sua antroposofia sono guardati con sospetto. La cosa mi meraviglia perché Steiner come pensatore potrebbe al massimo meritare un cenno nell’enciclopedia dei fous littéraires abbozzata da Raymond Queneau e fino a poco tempo fa i suoi estimatori erano ridotti a uno sparuto gruppo di secchioni fascistoidi. Stranezze del nostro tempo…

Ecco di seguito alcuni caratteri distintivi della tribù dei biofighetti:

    1. La bontà della natura. Sono cittadini e amano la campagna in tv, magari non distinguono un ulivo da un castagno (nemmeno i frutti) ma sono pronti a giurare di rimpiangere remote e bucoliche età dell’oro. Provate a pensare al loro incontro con un tafano e inizierete a ridere.
    2. La selettività dei gusti. Il vino deve essere ‘naturale’ ma il chewing gum no, guai a indossare una pelliccia ma come si fa a saltare la settimana bianca? Evidentemente esistono nature di serie A e di serie B…
    3. Siamo solo noi. I frequentatori della nebulosa naturale amano riconoscersi tra loro come eletti e illuminati, apostrofano spesso quelli che non sanno come poveri fessi. Diventare élite non è necessario, si può restare minoranza.
    4. Pentiti e salvati! Gli esclusi hanno una possibilità, correre gioiosamente incontro al nuovo sapere quando un eletto lo proponga. Trovo assolutamente insopportabile il tono ispirato, spesso con l’occhio rivolto verso l’alto, di chi vuole a tutti i costi convincermi che la sua scelta non solo è la migliore ma addirittura l’unica, condannandomi irrevocabilmente. Se parliamo di vino vi garantisco che sono perfettamente in grado di sbagliare da solo!
    5. Siamo i migliori. L’abitudine diffusa nella nebulosa naturale di riferirsi all’etica per giustificare ogni comportamento mi ha sfinito. Certe parole sono preziose e delicate come i concetti che esprimono, si consumano quando vengono usate troppo spesso. Inoltre non riesco a cogliere certe sfumature e penso che lavorare seriamente sia ugualmente etico usando fertilizzanti o stallatico.

Questi sono alcuni argomenti generali che possono identificare anche altri raggruppamenti della nebulosa naturale, qualche riferimento più specifico al vino.

    • La macerazione delle uve bianche sulle bucce, naturalmente. Per molti biofighetti è sinonimo di naturalità e rispetto dell’integrità del frutto nonché (addirittura!) esaltazione delle caratteristiche della zona di origine. Più prosaicamente si tratta di una tecnica di fermentazione che permette di ottenere risultati molto interessanti ma che presenta, come tutte le tecniche, elevati rischi di omologazione dei risultati qualora non gestita alla perfezione.
    • Materiali alternativi. L’uso del legno nelle cantine è tradizionale più di qualsiasi altro materiale ma ultimamente passa per essere più dannoso di Tremonti ministro. Quindi le anfore o se proprio non si riesce ad averle, il cemento. La storia insegna altro ma come al solito non ha allievi.
    • Fermentatori. Rispetto all’importanza dell’argomento i biofighetti parlano poco di lieviti che sono i padri del vino considerando l’uva la madre. Naturale usare quelli indigeni piuttosto che quelli selezionati ma che si fa se le cose vanno storte? Selezionare ceppi indigeni potrebbe risolvere il problema ma tremo al pensiero dei biofighetti che diventano bio(f)eticisti.
    • Che buono, che sano. Uno dei totem più alti della nebulosa naturale sezione vino è quello della digeribilità. Provate a bere due bottiglie di vino detto naturale a stomaco vuoto in piedi al bancone della vostra osteria di riferimento e vediamo che effetto vi fa. Definire digeribile un composto che contiene tra il 10 e il 15% di una sostanza indigeribile è francamente ardito.

Per fortuna non sono su FB così non rischierò di riempire la mia bacheca di nuovi amici! 🙂

Chi si incazza è perduto! *

*la prima copertina di Tango, Sergio Staino sei un grande!

[Foto: wineanorak.com, thewinehub.blogspot.com]

41 Commenti

  1. ….la penso esattamente uguale, anche se un occhio di riguardo all’agricoltura sostenibile, penso come tutti, ce l’ho. La riflessione sarebbe quella di guardare a chi è più avanti di noi, quindi alla Borgogna, invece di far sfoggio gratuito di sconsolante autoreferenziamento, visti i risultati solo poco più che incoraggianti da parte del “movimento italiota”. Ma il mio nick, per scemo che sia, è proprio stato scelto come manifesto filosofico di approccio alla sacra soluzione idroalcoolica…

    • ha risposto a vinogodi: chiaramente nessuno sceglierebbe trattamenti chimici pesanti e invasivi invece di lavorazioni più sostenibili, ho dato per scontato il massimo rispetto dell’ambiente e ho preferito concentrarmi su alcune degenerazioni

  2. Signor Trimani, con rispetto, ma continui a vendere vino che è meglio. La tassa sul junk food non ci azzecca nulla, a parte il fatto che molti oncologi sono d’accordo, c’è il fato che sia in Francia che in Usa sta riducendo il numero di obesi e diabetici. Mah!

    • preferirei non leggere un rispetto che non c’è, il mio lavoro è anche questo e la mia opinione è che non abbiamo bisogno di un’altra tassa ma di un’altra testa

  3. Anche a me l’equazione tassa sul junk food e gastrofighetti sembra un po’ impropria. E anche un po’ qualunquista, come si diceva una volta. La tassa sul junk food è un modo per “moralizzare” i consumi alimentari facendo cassa che in questo momento non guasta. Che c’è di male? E comunque non siamo i soli ad averci pensato. E comunque, che c’entra con i vini bio?

  4. Penso che sia un errore ridicolizzare l’entusiasmo per i vini cosiddetti naturali. Il post dovrebbe essere sarcastico, ma non fa poi molto ridere, anzi sembra gettare discredito su una conceziome del gusto e del vino che ha già vinto. Quindi la satira arriva tardi e fuori tempo. Gli enofighetti sono solo un piccolo pezzo di un modo di concepire la viticoltura, la vinificazione, il gusto, che sta dando un contributo molto positivo al mondo del vino in generale e anche oltre.
    Suggerisco di bere un vino come le laurentides o la poignée de raisins di Domaine Gramenon, prima di straparlare sul cemento!
    Resto a disposizione per un confronto, ma prego che si finisca di usare i vini naturali per fare audience e basta!
    Niccolò

    • ha risposto a Niccolò: mah, che toni caro Niccolò… sdv parla di vini artigianali da tanto, io poi vengo dall’Abruzzo dove il cemento è di casa, figurati se disprezzeremmo mai questo materiale. paolo Trimani, poi, nel suo lavoro di enotecaro ha iniziato a vendere e proporre vini artigianali da quando aveva i pantaloni corti…
      Fatte queste debite premesse bisogna anche riconoscere che intorno alla filosofica naturalistica c’è tanta (troppa) retorica fichetta… I lieviti sono il nuovo mantra di quanti ieri chiedevano ossessivamente che portainnesti si usassero, in una maniera pedissequa che dimostra come si impari poco dagli sbagli passati, di questo parla il pezzo e secondo me assai bene… Attenzione a non passare dalla cabernetizzazione, alla naturalizzazione 😉 Il vino ha necessità di laicità e non di schieramenti o mode, infatti per capire la validità del cemento non c’è bisogno di andare transalpe, ma basterebbe assaggiare i Pepe o Pergole Torte 😉
      Ps continueremo a parlare di vini artigianali, non per fare audience ma per convinzione!

      • ha risposto a Alessandro Bocchetti: me la sono presa col post, probabilmente perchè davvero si usa parlare di vini naturali solo per fare schieramenti e aumentare la visibilità. Studio per hobby il cemento in vinificazione da tanto tempo e forse quella è la frase che ha fatto traboccare il mio vaso. Pepe è un celebre esempio di “vino di cemento”, Dettori un altro e la lista degli italici è lunga (montevertine conosce bene la francia!). Ma qui da noi è visto con sospetto l’uso del cemento naturale. Qui si vetrifica praticamente sempre, in francia no. Questo è un enorme spartiacque. Se è vero che vetrificato o non il vino ne trae i vantaggi dell’inerzia termica, vetrificando si toglie la microssigenazione, che invece rende il cemento naturale un valido competitor della barrique! Voglio ricordare che nel 1961 Borgogno vinifica il suo barolo in cemento e quella bottiglia è nella storia delle grandi! Come sempre il confronto in rete salva dal litigio sterile. ciao
        Niccolò

          • ha risposto a Alessandro Bocchetti: ci vorrebbe un bel post sul cemento. Io ci ho pensato mille volte, ma non so mai come metterla giù. Adesso girano le uova di Nomblot anche in italia: non so se siano illegali, ma non credo che prevedano la vetrificazione. Ma qui inizia la mia ignoranza. E, mi par di capire, ne sai più tu di me!

          • ha risposto a Alessandro Bocchetti: si lo so, il cemento naturale si tratta con i tartrati che poi vanno a riempire i pori, ci sono studi anche con gli infrarossi che sembrano funzionare bene, c’ho non toglie che in Italia, non sarebbero legali, il cemento per essere a norma deve essere vetrificato, è solo una delle tante follie di un paese che pensa di normare tutto, ma in realtà non norma niente.

          • ha risposto a Alessandro Bocchetti:

            Ciao,
            se posso dare un piccolo contributo sul cemento, se si parla di botti nuove, essendo prodotte per uso alimentare e vendute per tali devono rispondere alla normativa applicabile, quindi escluderei, salvo rigiri, che le stese possano essere bandite dall’uso regolare.

            Sulle botti di vecchia costruzione temo invece si tratti di un problema di pulizia, dato che in motlissimi casi sono state abbandonate per anni e poi riutilizzate.

            Aggiungo che solo alcune erano vetrificate in origine (dipende dagli anni di produzione), altre erano semplicemente cementate.

            Comunque per la normativa vi consiglio di dare un occhiata qui http://www.ssica.it/content/view/68/87/lang,it/

            Vige comunque e sempre il principio per cui “i materiali o gli oggetti destinati a venire a contatto, direttamente o indirettamente, con i prodotti alimentari devono essere sufficientemente inerti da escludere il trasferimento di sostanze ai prodotti alimentari in quantità tali da mettere in pericolo la salute umana o da comportare una modifica inaccettabile della composizione dei prodotti alimentari o un deterioramento delle loro caratteristiche organolettiche.”

            Ciao a tutti!

      • Comunque sarebbe ora, forse, di riparlare di portainnesti e chiederci come è possibile che si sia andati sulla luna ma non si riesca a selezionare piante europee resistenti alla fillossera, finalmente libere dalla stampella americana con la possibilità di invecchiare ben oltre i 25 anni delle attuali piante innestate.
        Bisognerebbe parlare anche della selezione clonale che ha creato vigneti mostri con decine di migliaia di piante ma con bassissima variabilità genetica e quindi uniformando il prodotto e esponendosi a infestazioni e virosi.
        Il naturale è anche questo, così come i tentativi di abbattimento della solforosa e l’eliminazione di additivi enologici e il recupero di sfumature organolettiche ormai desuete.
        Bisogna badare alla sostanza dei temi naturali che sono il necessario recupero dell’humus del terreno e il recupero della vitalità microbiologica del terreno che pare avere effetti non secondari sulla qualità dei vini.

        • ha risposto a luigi fracchia: hai ragione bisognerebbe parlare di tutto questo e molto altro… dialogare in maniera sana e interrogativa, non fare lezioncine e contrapporre certezze! Purtroppo, Luigi, in giro vedo fare sempre di più la seconda, vedo schieramenti contrapporsi e ridurre sempre tutto a romanisti vs laziali… L’abbiamo fatto nei decenni scorsi (quanti futuri talebani del naturalismo ho visto entusiasmarsi negli anni passati per certi chardonnay muscolari o supertoscani morbidi), lo stiamo facendo di nuovo ora… Pure la stessa definizione “vino naturale” che diamine significa? è un giudizio non una categoria, l’uva per sua natura fa aceto e la vite legna, in natura il vino non esisterebbe senza la spinta creatrice della mano dell’uomo, questa relazione e dialettica tra natura e uomo, tra artefice e creatura, è buona parte del fascino e del racconto del vino…
          Quindi parlare sempre, ma coltivando la scintilla del dubbio!

          • ha risposto a Alessandro Bocchetti:
            sono d’accordo, parliamone e discutiamone, ci vorrebbe più informazione, sia pro che contro.
            non condivido gli attacchi frontali a prescindere, motiviamo le idee, se si pensa che questo sia meglio di quello diciamo perchè.
            qui mi pare sia solo stato screditato una tipologia di vino, senza provare le qualità di altri metodi.

          • ha risposto a Alessandro Bocchetti: andrea, non è stata screditata una tipologia di vino… ma un approccio fideistico ad una SOLA tipologia di vino… Per me esistono solo due tipologie di vino: quello buoni e quelli cattivi 😉

        • ha risposto a luigi fracchia: una visione sistemica è quella che manca, terreno piante vini sono parti di un insieme che deve essere coordinato dall’uomo per ottenere i risultati migliori
          a costo di apparire più cattivo di quanto non riesca a essere ricordo che l’agricoltura moderna ha evitato la trappola malthusiana legata all’aumento della popolazione mentre il periodo precedente era caratterizzato, in tutta naturalità, da ricorrenti carestie
          nel XXI secolo dovremmo riuscire a conciliare qualità e quantità

    • ha risposto a Niccolò:
      quoto in toto, non condivido questo post, l’ultimo pensiero sulla digeribilità mi sembra proprio assurdo.
      non credo che bevendo 2 bottiglie a stomaco vuoto di vino NON naturale sia meglio.
      2 bottiglie di vino fanno male a prescindere.
      non apprezzi i naturali e va bene, ma cerchiamo di non cadere nel ridicolo.

    • ha risposto a Niccolò: un sasso nello stagno, contro certi apostoli di un naturale che non esiste e non contro i vini buoni
      altro bersaglio è la retorica edemica che circonda di un’aura soffusa alcuni e non altri, del resto possiamo discutere in qualsiasi momento e la lista dei pro e dei contro ogni singolo aspetto è lunga
      molto interessante l’argomento cemento ma temo che le ASL abbiano da obbiettare

  5. Che discussione anziana. Il vino naturale è da gastrofighetto e un vino naturale acchiappa di più. La tribù dei biofighetti non esiste. Al massimo quella dei fresco diplomati in corsi e super corsi che spiegano al resto della compagnia perchè hanno sbagliato a bere tavernello o cocacola

    • ha risposto a Mi vien da ridere: l’ unica cosa che deve spiegarmi un neodiplomato ai corsi e controcorsi e’ il perche’ invece di spiegare non inizia a bere…e magari a capirci qualcosa! Ciao! 😉

  6. Quelli che il contenitore è la discriminante per dire a priori se un vino è buono o meno …
    Quelli che “So’ biodinamico e faccio er vino bono … in fondo pure DRC è biodinamico!” …
    Quelli che “Tizio fa il vino con le bustine e ha un vino bello limpido e pulito mentre io so’ naturale e faccio un vino in ossidazione spinta ma che rispecchia le caratteristiche del territorio (???)” …
    Quelli che “Io ti dico che so’ naturale e questo dovrebbe bastarti per fidarti di me, visto che non mi certifico neanche sotto tortura” …
    Quelli che “C’ho certi lieviti indigeni in cantina che manco l’ Amazzonia” …
    Quelli che “Io faccio er vino sano e non ce metto niente (tra un po’ manco l’uva)” …
    Quelli che …
    Quelli che …
    Quelli che … basta preconcetti. Tutti auspicano una viticoltura più “sana” possibile (e non a caso parlo di viticoltura). Chi lavora facendo qualità, avrà tutto l’interesse a produrre al meglio, con il più basso impatto possibile per l’ambiente. Conviene a tutti i produttori avere un’uva sana, qualitativamente buona e priva di tracce tossiche e, per produrre un’uva con queste caratteristiche, il terreno da cui proviene DEVE essere il più “pulito” possibile.

    PS: tutto ciò al netto del vicino di terreno se non di vigna.

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