Anteprima Chianti Classico 2012. I 20 migliori del 2009 e la cinquina di Enzo Vizzari

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S’era detto e scritto l’anno scorso di questi tempi (cioè tempi di Anteprime) del 2009 Chianti che era allora in culla (generalizzando ovviamente, perché di Chianti ce n’è milleuno, e di zone e sottozone diverse un tot, e quando si decideranno a definirle per bene sarà sempre troppo tardi): questa è un’annata non troppo ricca né profonda, non esattamente grande, anzi: in media abbastanza veloce a venir su, e che darà magari più piaceri a media-breve gittata. Conferme al riassaggio dell’annata ora tutta in pista? Parecchie. Smentite ed eccezioni? Alcune, chiaro che sì: e meno male… Anteprima 2012, dunque (di cui subito va per prima cosa detto dell’eccellenza organizzativa, ormai macchina da guerra oliata e in marcia, quella della Leopolda, che gira senza inciampi o sbavature pesanti, e per seconda cosa della tendenza a rientro di grandi che vogliono contare e piccoli che contano i soldini nel Consorzio, visto che con le nuove regole, a starci o non starci, si paga quasi uguale). In cui dal mazzo dei quasi cento 2009 annata presentati (le Riserve ve le racconto a parte poi) ne ho pescati 20 veramente buoni: avrebbero potuto essere 30, 35, 40. Ma 70 no… E mi pare di aver detto tutto (o forse no: e val la pena di specificare, visti i tempi, che la selezone è stata fatta sul bicchiere, senza alcun arroccamento ideologico a proposito di “ricette” di vigna e di cantina, e insomma, senza nessuna ideologizzazione dell’assaggio). Per facilitare lo screening a chi ci segue, si è pensato di suddividere i 20 all’ingrosso in tre sottosquadre: i brillanti, quelli che hanno scintillato di più; i rampanti, quelli che stanno salendo e scalando posizioni in classifica; e le conferme & ritorni, premiate e gloriose aziende che ribadiscono il rango, o se ne riappropriano, in questa non facile edizione del loro vino bandiera. A latere, e tanto per far capire quanto mi/ci piace il confronto, ecco anche la “top five” di un degustatore di Chianti d’eccezione, il borgognotto onorario (e direttore delle Guide dell’Espresso) Enzo Vizzari. Una cinquina secca (in cui signficativamente entrano un solo Chianti annata 2009 e una sola Riserva 2009, e poi invece ben tre Riserva 2008) che personalmente mi ha divertito e intrigato. Fateci sapere che ne pensate voi.

La cinquina di Enzo Vizzari

  1. Lanciola Chianti Classico Docg Le Masse di Greve 2009
  2. Poggio al Sole Chianti Classico Docg Riserva Casasilia 2009
  3. Casaloste Chianti Classico Docg Riserva Casaloste 2008
  4. Dievole Chianti Classico Docg Riserva Novecento 2008
  5. Castell’in Villa Chianti Classico Docg Riserva Poggio alle Rose Poggio 2008

The brilliants

Castellinuzza e Piuca Chianti Classico Docg 2009
L’azienda in Greve di Giuliano Coccia è ormai tutt’altro che un’outsider. Il suo Chianti modernamente molto Classico  (90% Sangiovese, 10 Canaiolo per la statistica) ha la freschezza delle cose buone, l’acidità della gioventù sana, la stamina del cavallo che sa correre. E sa dove va. 3 scatti ½

Le Masse di Greve – Lanciola Chianti Classico Docg 2009
Restiamo in Greve con il mix a piccole dosi (2% di Cabernet Sauvignon, 2 di Colorino e 1 di Canaiolo a condire il 95% di Sangiovese) messo a punto da Stefano Chioccioli per i titolari Ercoli e Guarneri. Il vino è sapido come una pietanza riuscita, ha godibilità e piacevolezza. Tranne, ovviamente, per chi giudica i vini a priori secondo il metodo del “dio è con noi”… 3 ½

La Porta di Vertine Chianti Classico Docg 2009
E’ ormai una delle stelline fisse di Gaiole, questa azienda da 20 ettari vitati pilotata da Giacomo Mastretta, aiutato in campo dall’agronomo Mazzilli. Un 5% & 5% di Canaiolo e Colorino, tannini veri ma sinceri, approccio appena polveroso risolto da un centro palato infine giusto e morbido, e promettente, per la media d’annata. Il più vicino al tetto dei 4 scatti: resta a 3 ½ per scrupolo di chi testa.

Le Cinciole Chianti Classico Docg 2009
A Panzano da 11 ettari tutti iscritti a Chianti Classico sono maturate (benone) le uve di questo 2009 (solo 2% di Colorino, peraltro sensibile a vista e assaggio, insieme al Sangiovese) lavorato da Stefano Chioccioli per gli Orsini, i titolari. Mentre tutto l’“internazionale” d’azienda è stato destinato all’Igt Camalaione. Il vino è accogliente e insieme fine, senza salti o smagliature. 3 ½

Gli ascendenti

Val delle Corti Chianti Classico Docg 2009
Sean O’ Callaghan sta diventando un pilota “raddaiolo” di quelli da seguire con grande attenzione. Il Val 2009 curato per la famiglia Bianchi, proprietaria di vigneti in altura (500 metri) con produzione limitata (ma ampliabile) è semplicemente una snella delizia. 3 ½

Castello di San Sano Chianti Classico Docg Castello di San Sano 2009
Un 10% di Canaiolo, tutto Sangiovese per il resto, ciliegia franca e beverina (secchio) per questo Chianti di Gaiole che chi scrive è stato un bel po’ incerto se inserire tra gi “ascendenti” o tra le conferme. Ma salire, si sa, è sempre bello. 3 ½

La Camporena Chianti Classico Docg 2009
Sette ettari di vigna a Greve, un cognome che ormai di Greve parla (Bernabei, ma è Marco, non Franco) a pilotare il treno enologico per la famiglia Giorgi. La mano è sicura, l’uva una sola, l’esito in coerente carattere con essa: sa di Sangiovese. 3 ½

Castello di Radda Chianti Classico Docg 2009
Peccato un piccolo peccato di estrazione, un po’ il cuore gettato oltre l’annata, per questo raddaiolo di alta collina e di stamina un po’ francese (la titolare è Monique Poncelet) rifinito da Maurizio Castelli. Ma la sostanza c’è, accogliente e valida. 3

Monte Bernardi Chianti Classico Docg Retromarcia 2009
Che tipo di Retromarcia abbiano innestato nelle vigne e cantina in Panzano gli Schmelzer (lui guida tecnicamente vigne e cantina, lei il commerciale) non è dato sapere: forse quel 3% di Merlot che battezza insieme a un 2% di Canaiolo il restante Sangiovese: che però a dispetto conserva al vino quel tono smilzo, fresco, che c’è piaciuto e mi ha convinto. 3

Candialle Chianti Classico Docg 2009
La morbidezza di un Panzano maturo, solo Sangiovese nella ricetta di Vittorio Fiore per un esito ampio, grosso, ben dentro l’annata, godibile al volo, ma senza sbrago. Una azienda (10 ettari) a proprietà internazionale da seguire. Specie se punterà, potendo, su dosi crescenti di finezza. 3

Conferme & Ritorni

Colle Bereto Chianti Classico Docg 2009
E’ uno di quei vini raddaioli con cui si è studiato e “imparato” il Chianti quasi tre decenni fa nell’enoteca romana del Goccetto, palestra di free climbing enoico per svariati “scalatori” di bottiglie. Bello rivederlo ciliegioso, ampio, pronto, ma tutt’altro che stupido, vestito da festa da d’Afflitto (a proposito, a quando un Pitti Cantina riservato ai defilé degli elegantissimi enologi toscani??). 3 ½

Dievole Chianti Docg La Vendemmia 2009
Se Enzo Vizzari ha scelto il Novecento Riserva 2008 tra i suoi “top five” di tutta l’Anteprima, e a noi poi è piaciuto così tanto questo figlio di Vagliagli “allevato” in campo e cantina da Simone Anselmi, Santo Gozzo e Andrea Orlandi, un motivo, alla fine, ci dovrà pur essere… Morbido ma solido, di buona tenuta, è un vino da pace finale e compiaciuta dei sensi. 3

Fattoria di Petroio Chianti Classico Docg 2009
Carlo Ferrini (per Pitti Cantina ecco un altro che non può proprio mancare…) ha puntato su una ricetta quasi vissaniana per numero di ingredienti e dialettica di sensazioni (almeno sulla carta) per questo Petroio: il 90% di Sangiovese è condito da Merlot, Canaiolo, Colorino e Malvasia Nera, tanto per non farsi mancar niente tra radici d’antan ed era di mezzo della “bordolesizzazione” chiantigiana. Ma il vino, alla fine, conta e parla. E lo fa con proprietà e piacevolezza. Dunque… 3 scatti abbondanti

Fattoria Nittardi Chianti Classico Docg Casanuova di Nittardi 2009
Sempre Ferrini, a far le masse e la cuvée: ma a Castellina, stavolta, e lavorando il Sangiovese ocn appena il 3% di Canaiolo. Da vigne a 400 metri circa, ecco dunque venir su in edizione 09 un “morbido” assai, ma non mellifluo: onesstissimamnete caldo, ammiccante, un filo piacione, ma buono. 3

Fontodi Chianti Classico Doc 2009
Conta la mano di chi fa il vino? E certo!! Ipocrisie a parte, il ginecologo della boccia non è il padre, ma la creatura spesso gli somiglia… I vini fatti da Franco Bernabei tra Panzano, Greve e Castelnuovo ad esempio hanno stimmate certo differenti per terroir e modi di cantina, ma un pezzo di skill (ossa alla Clint Eastwood e una certa renitenza a maturare “dolcemente”) si sente, eccome. Uno dei migliori di questo pezzo di lotto. 3 ½

Montefioralle Chianti Classico Docg 2009
Ex benefizio convenutale, come un tot di buone vigne italiane, il Montefioralle ha dato vino tra i primi venduti per corrispondenza, in tutt’Italia, dall’Enoteca di Pienza, allora faro distributivo in terra enoicamente coecorum. Bello ritrovare in gan forma (merito di Elisabetta Barbieri, enologa, e Alessia Sieni, titolare) questo souvenir di un’eno-Italia da pionieri, 80% Sangiovese, 12 Canaiolo e 8 Colorino ben allevati e mixati. 3

Poggerino Chianti Classico Docg 2009
Una delle piccole (7,3 ettari in Chianti) proprietà raddaiole che ci convincono di più. Il vino fatto dal titolare in persona, Piero Lanza, ha un minimo peccato di slittamento sul “dolcino”, ma si ricatta per composta grazia e facilità di beva complessiva. 3

Poggio Bonelli Chianti Classico Docg “1472” 2009 
L’azienda di Castelnuovo diretta da Roberto Vivarelli, teleguidata in cantina da Carlo Ferrini, ma gestita passo passo poi da Leonardo Pini, ha presentato all’Anteprima due 2009. Questo 1472 è il più convincente: 90% Sangiovese, poi il vissanian/ferriniano mix di “altri vitigni”, regala note di grafite e di spezia, è già pronto per la battaglia, ma non fa intuire stanchezze imminenti in combattimento. 3

Riecine Chianti Classico Docg 2009
Mr. O’ Callaghan, e due. Stavolta al lavoro a Gaiole, su un nome classico e un vino (solo Sangiovese) dall’esito ben centrato: morbido, accogliente ma non monocorde… Insomma, uno di quelli di cui puoi scrivere a cuor leggero: buono! 3

Tenuta di Lilliano Chianti Classico Docg Lilliano 2009
Vecchia ricetta “ammodernata”, 80% Sangiovese e poi parti uguali di Canaiolo e Colorino, per un vino gestito per i titolari Ruspoli da Lorenzo Landi : fresco, floreale d’attacco, perfino un momento brusco nell’approccio al palato, ma poi ben composto nel finale, esce con stile dalla media delle stimmate d’annata, e si fa notare. 3

5 Commenti

  1. Trovo imperdonabile che di qualche vino (pochi) sia stato omesso il nome dell'”enologo laureato” che l’ha partorito… cioè, volevo dire, che ha fatto da umile e disinteressata levatrice. Dico questo non osando nemmeno immaginare che in un elenco di vini meritevoli di segnalazione possa figurare un parvenu privo di tali nobili natali. Complimenti all’autore per il progresso che lascia intravedere da un mondo di “bevitori di etichette” a uno di “bevitori di retroetichette” (ove queste, come dovrebbe essere reso obbligatorio per legge, riportino genuflessivamente il nome dell'”enologo laureato” di turno).

    • Gp, trattasi di enologi, non di pedofili. Forse lei ha equivocato. A parlarne, visto che ci sono e finché ci sono, non c’è nulla di sporco. E finora (ammenoché il Partito Talebano non vinca le eno-elezioni) non è proibito. ps S quanto pare, dare informazioni in più è diventato secondo qualcuno offensivo, anziche, appunto, un plus…Citavo sopra chi giudica vini (e mondo, direi) sulla scorta del “gott mit uns”: Eccoci serviti…

      • Talebani, “gott mit uns”: vedo che lei ha la testa piena di “uomini neri”. Esistono approcci diversi dal suo, si metta il cuore in pace ed eviti paragoni para-storici — questi sì — offensivi e totalitari.

        • Ha in parte ragione. Per chi, leggendo la parola “enologo” quando si parla di vino si fa venire attacchi di orticaria non serve citare la storia. Basta la psicosomatica. O, secondo fedi, l’omeopatia.Quanto al discorso più complesso, e tanto per approfondire ed allargare il tema…: Il simpatico e passionale mondo del vino italiano risulta attualmente pervaso da una tendenza montante di pensiero ben riassumibile dal titolo di un libro della Littizzetto: “Rinverginescion”. Questa deriva filosofica (che non è altro a ben vedere che il rovescio della precedente, secondo il collaudato schema italiota: da Guelfo a Ghibellino, da Nero a Bianco, da Coppi a Bartali, da Stanlio a Ollio, da Cochi a Renato) prevede grosso modo che l’uva, deciso da sola quando è matura, si autovendemmi, raggiunga a piedi la cantina più prossima, si autosprema, e al momento dei tagli (in attesa del radioso avvento della Partita Unica) vasche, botti e botticelle si uniscano fra loro per intrinseca empatia, illuminate dalla scintilla del divino amore.
          Sorry. Non avendo preso parte ai riti della precedente religione (quella della bustificazione e beatificazione di 5 o 6 intoccabili flying oenologues e della automatica trasformazione di griffe di moda in bottiglie da 300 talleri con etichetta in pelle umana) mi ritengo per coerenza esentato anche dalle omelie e contumelie della seconda. Continuerò pertanto con modestia ad applicare i principi appresi in una trentina d’anni di giornalismo: ovvero, provare a fornire il massimo di informazioni nello spazio dato, lasciando ovviamente libero chi le riceve di fruirne come crede. Il giorno in cui decidessi di smettere di raccontare e di cominciare a predicare una qualche new age vinicola, ne darò prima correttamente contezza a chi mi legge. E solo allora, parlando di vino, smetterò di parlare di varietà, suoli, clima, annata, recipienti, enzimi, fattorie, proprietari, enologi e cantinieri (cioè terra, piante, cose, e il lavoro dell’uomo che le fa e trasforma) e sostituirò il tutto con apologi edificanti tratti dalla vita di Osho. O di Johnny Appleseed. O di Harry Potter. Ooooooooommmmmmm…

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