Facciamo finta che le api stanno bene o smettiamo tutti di mangiare?

La moria di api seguita dal sistema di monitoraggio Apenet che ha permesso di comprendere i motivi. Virus, insetticidi e modi di coltura

Cibo

Cosa c’è di più frustrante che pensare di avere individuato la causa di un problema, averla rimossa e accorgersi che quella era una sola delle cause possibili per cui il problema è irrisolto? Parliamo di un argomento ostico: moria delle api. Che detta così potrebbe sembrare che dobbiamo fare a meno di un po’ di miele e che vuoi che sarà con tutti i problemi del mondo e della crisi economica. E poi, le api pungono.

I termini della questione non sono proprio questi. Qualche anno fa c’era già preoccupazione per la quella che viene chiamata “sindrome del vascello fantasma”, alveari vuoti, api morte. Dal 2006 al 2010, 2,4 milioni di colonie decimate negli Stati Uniti dove il fenomeno viene osservato. In Europa le cose non vanno meglio e la Commissione Europea decide un piano di interventi che prevedono anche studi e ricerche. Sul banco degli imputati era salita la Bayer per l’utilizzo di insetticidi della famiglia dei neonicotinoidi impiegati per la coltivazione del mais. Messa al bando del prodotto con un provvedimento sospensivo che viene reiterato in Italia (il prossimo scade a giugno) e tutto sembrava filare per il meglio.

Invece, invece, le api continuano a morire e non si tratta di fare a meno di un cucchiaio di miele pro-capite all’anno. Quello che ci sfugge e la silenziosità letale di questa moria di api. Non solo non avremo più miele, ma dovremmo dimenticarci del 75% delle piante di interesse alimentare, cioè di quelle che vengono impollinate dalle api (circa 52 su 115 delle piante più coltivate).

Il problema non è circoscritto a qualche interesse degli apicoltori o a qualche eccellenza di miele uniflorale. Qui si rischia di restare senza cibi vegetali, senza frutta, senza pere, fragole e senza qualche altro elemento della catena alimentare. Uno scenario da apocalisse che, per fare un esempio, potrebbe riportare alla mente la moria delle palme dovuta all’azione dello sconosciuto punteruolo rosso. Moltiplichiamo gli effetti alla ennesima potenza e avremmo l’idea di una campagna senza api (e senza bombi e altri impollinatori).

Qualcosa si sta muovendo, ma solo sul versante scientifico. Il CRA, Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura, ha diffuso i primi dati di una ricerca (può essere scaricata in pdf) effettuata con la creazione di una rete di monitoraggio nazionale costituita da 28 centraline biologiche che hanno tenuto sotto controllo 1350 alveari distribuiti sul territorio nazionale. La rete, che si chiama Apenet, ha messo in evidenza il carattere endemico del virus Nosema ceranae e la presenza di residui di pesticidi (acaricidi e neonicotinoidi) in api, polline e cera.

Insomma, nulla di buono. Va rivista in pratica tutta l’idea della lotta agli insetti parassiti in agricoltura. Perché, operando come si fa ora, in pratica si getta l’acqua sporca con tutto il bambino. Facciamo fuori gli insetti che rovinano le colture e anche quelli che la fanno andare avanti, api in primis. Ecco perché la questione di come usare gli insetticidi non è legata solo al pur importante miele. Qui c’è da salvare le api per salvare noi stessi e la nostra tavola.

[Immagini:  Muhammad Mahdi Karim, benevenire.tk]

Di Vincenzo Pagano

Fulminato sulla strada dei ristoranti, delle pizze, dei gelati, degli hamburger, apre Scatti di Gusto e da allora non ha mai smesso di curiosare tra cucine, forni e tavole.