Io voto non mangio. Evitare Franco Fiorito, Er Batman, e Giuseppe Saggese

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Io voto, non mangio. Una piccola dichiarazione di civiltà per evitare che l’andare al ristorante diventi un sinonimo di loschi affari, almeno in tempo di (prossime) elezioni. Lo pensavo immaginando un cittadino medio romano, meglio, laziale che si vergognerà di questa regione scenario di scandali a base di libagioni, festini e festacce e che oggi scopre anche sede legale della subito famosa Tributi Italia spa.

La maledizione della presidenza della regione l’aveva avviata Francesco Storace che nel pieno della campagna elettorale del 2005, e con 2 punti teorici di distacco sullo sfidante di centrosinistra, viene affondato dal Laziogate, la sospetta manovra messa a punto per penalizzare i due contendenti Marrazzo e Mussolini (condannato in primo grado, ma a giugno, nel processo di appello, il sostituto procuratore generale di Roma ha chiesto l’assoluzione con formula piena). Nel 2009 è il turno di Piero Marrazzo, i cui collaboratori bevevano champagne nei migliori ristoranti di Roma, che a pochi mesi dalle elezioni deve dimettersi per lo scandalo dei trans di Via Gradoli (4 carabinieri e Natalì rinviati a giudizio).

Ed è scoccata l’ora di Renata Polverini di dimettersi insieme all’intero Consiglio e alla Giunta, nata dalle ceneri dell’erroraccio della consegna delle liste Pdl (si dice per far fuori il più votato del Comune, Samuele Piccolo), tutti avviluppati nei gorghi di delibere all’unanimità che hanno avuto lo scopo di aumentare le risorse di cassa dei gruppi consiliari: appena 14 milioni di euro.

Dico appena 14 milioni perché la notizia di oggi è quella dell’arresto di Giuseppe Saggese, l’amministratore di fatto della Tributi Italia spa che aveva bisogno di 10.000 euro al giorno (giorno, giorno) per mantenere il suo tenore di vita e potersi permettere yacht, aerei privati, autovetture di lusso, soggiorni in località prestigiose, feste mondane. Sarebbero state sottratti 100 milioni di € provenienti da Ici, Tosap, Tarsu e altre tasse comunali di circa 400 comuni italiani. Un fiume di denaro che ha messo in crisi amministrazioni comunali e mandato a casa 1.000 dipendenti della società di riscossione.

Tra i Comuni citati nell’ordinanza del gip figurano Villa Literno (Caserta), Scanzano Jonico (Matera), Castel Morrone (Caserta), Vibonati (Salerno), Caserta, Pomezia (Roma), Augusta (Siracusa), Frosinone, Capaci (Palermo), Priolo Gargallo (Siracusa), Trezzano sul Naviglio (Milano), Vercelli, Limbiate (Milano), San Michele Di Ganzaria (Catania). In questi casi Tributi non versava “entro i termini di scadenza fissati nelle convenzioni di concessione, alla tesoreria dello stesso Comune e trattenevano indebitamente l’ammontare delle riscossioni di dette entrate al netto dell’aggio e dei compensi spettanti al concessionario per i seguenti ammontari”. A numerosi altri Comuni sono stati sottratti i tributi: tra questi Castelletto D’Orba (Alessandria), Ovada (Alessandria), Stezzano (Bergamo), Foggia, Benevento. [repubblica]

Cosa c’entrano la gastronomia e i ristoranti? È l’eccezione negativa, la ristorantopoli, con le guide ai ristoranti della corruttela, che si sta accompagnando al cibo, al mangiare come momento conviviale che la politica alta, bassa, di mezzo ha sempre avuto in occasione delle elezioni con gli incontri ai ristoranti un tot a persona sperando che improbabili salumi e distese di rigatoni conditi alla bolognese si trasformino in consenso. O che le ostriche diventino contratti ed appalti in cui si amministrano lavori pubblici e ora anche tasse. Per non parlare di casta, di ristoranti del Parlamento e di buvette regionali.

La botta sembrava averla data la festa trash più cialtronesca e che trimalciona con gli invitati vestiti da antichi romani e ospiti maiali che non si capiva volessero far dimenticare la merda o ricordarla. Ma nemmeno quella era l’interpretazione giusta perché la Festa alla Merda, pardon, della Cacca l’hanno fatta davvero al cospetto del Presidente della Commissione Cultura del Pdl Veronica Cappellaro.

Il “povero” Franco Fiorito, Er Batman che voleva impressionare tutti con i suoi 1,3 milioni di € distolti al Gruppo Consiliare di cui era capogruppo, ora fa colazione da solo e beve Coca Cola e quasi diventa minuscolo in questa nuova ondata di soldi fetidi che alla voce feste mondane, possiamo starne certi, nasconderà ostriche, champagne e ristoranti da 8-10 mila € a botta.

Forse si potrebbe perdere il vizio di mettere insieme in malo modo politica-affari-ristoranti-tavole-sagre evitando questo scambio che nulla ha più di conviviale anche facendo a meno degli incontri multipli (Paolo Nanni dell’Idv ne sta diventando campione) in campagna elettorale buoni per far mangiare gruppi e gruppuscoli e sperare che la quantità delle portate sia ricordata nel segreto dell’urna.

Io voto, non mangio. Uno slogan trasversale per evitare che un incontro al ristorante si trasformi nel trampolino di lancio di nuovi e più pericolosi appetiti che, a quanto sembra, non risparmiano nessuno. E per ridare dignità a un gesto di democrazia. Sperando in un successivo Io governo, non rubo.

[Immagine Nardi, andreasarubbi.it]

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