Verdicchio. A chi lo dice in difficoltà rispondo con 5 etichette divine

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Il Verdicchio è uno dei miei cocchi. Qualità media alta e diffusa. Capacità di evolvere alla grande nel tempo. Freschezza stimolante, ma anche struttura e identità. E prezzi, in rapporto al livello, da umanissimi a esemplari. Che volete di più da un vino? Che, come diceva il buon Corrado Guzzanti travestito da Vulvia, si metta anche una scopa nel sedere e vi spazzi la stanza? Di recente però il Verdicchio per me è divenuto un piccolo rebus. Per un interruttore scattato quando mi sono trovato, a una manifestazione di settore, con Claudio Mancini, direttore del Corriere Vinicolo (a proposito: una delle fonti più interessanti e preziose di notizie e cifre attendibili sul nostro mondo). Parlando di questo e di quello, proprio lui mi ha detto che, secondo gli ultimi indicatori, il Verdicchio non risultava tirare (leggi: vendere) quanto dovrebbe.

Data l’attendibilità della fonte, e accusato il colpo, m’è partita subito la raffica di domande e la riflessione. Non riuscendo però a non accusare un tot di sorpresa. Perché alle considerazioni già fatte c’è da aggiungere che la tipologia Verdicchio (lasciamo perdere la singola etichetta e restiamo sulla denominazione), forte anche di un discreto mix tra piccoli produttori e coop, o label comunque capaci di discreti numeri, è anche una delle più regolarmente presenti sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Dei market, cioè. Che oggi sono il canale di vendita nazionale largamente primario per il vino: 571 milioni di litri venduti nel 2011 in GDO, 62% dell’acquisto abitudinario totale nazionale. In più (e torniamo ai Verdicchio, che non è per lo più vino da brik) nei supermercati il business rampante fa leva sulle bottiglie da 0,75, ed è salito del 4,5%; mentre il cartonazzo da 3 o 5 litri (sorpresa!) è in calo. Ultimo dato: il prezzo medio di una boccia comprata al supermercato viaggia sui 4,30 euro. E i Verdicchio base sono giusto lì, o appena più su.

E allora?

È vero (ed era fatto noto nel giro) che una o due aziende di volume, e anche di nome (una in particolare, leader per produzione nel settore) sono andate di recente in difficoltà anche serie, con cali di fatturato in doppia cifra. Ma, almeno in un caso specifico il problema, più che legato al trend complessivo della varietà bandiera, sembrava piuttosto da ricercare nella dispersione di forze tra vari rami e iniziative d’impresa. Insomma, forse proprio una mancanza di concentrazione sul vino di punta.

Mettici poi che, neanche a farlo apposta, mi sono trovato pochissimi giorni dopo a co-condurre a Roma una cena con degustazione verticale (figata, di cui trovate puntuale resoconto nell’apposita sezione di Scatti), indovina un po’? Esatto: di Verdicchio. Per la precisione quello targato Campo delle Oche e firmato dallo straordinario (in tutti i sensi: ha una risata che potrebbe diventare un vero cult del cinema comedy) Natalino Crognaletti. Il quale ci ha candidamente detto che le annate migliori gli volano via, letteralmente, e che fatica a serbarne (lui che puntigliosamente fa stare i vini di punta in casa più che può ed esce in ampio ritardo sulle medie altrui) una parte per lo “storico”.

Certo, si sa: una rondine (e pure un’Oca, viste anche le dimensioni produttive dell’azienda) non fa primavera. Ma il dubbio è rimasto.

Così, mi attacco al telefono, e chiedo a chi può rispondermi a tono. Ovvero Doriano Marchetti presidente di Terre Cortesi Moncaro (oggi divenuto, dopo i fatti già descritti, il maggior produttore della tipologia) e per di più vice presidente dell’Istituto Tutela dei vini marchigiani Da casa sua escono 4,5 milioni di bottiglie di Verdicchio prodotte, su vari liveli, con top scorer fantastico, strapremiato in giro. Ebbene: per Marchetti gli indicatori ultimi (agosto) segnano sul complesso di produzione un lievissimo calo (-0,4%) ma condizionato dal forte passo indietro (certificato da altre fonti) dell’ex leader di cui sopra, al netto del quale invece il trend, malgrado a crisi generale, è di buona crescita. Come dimostrano del resto i dati di casa Moncaro: aumenti dell’11% in valore e del 7,5% in volume sulle vendite.

Mondo Verdicchio in salute dunque, pur con qualche ammalato illustre in casa. Di cui si attende ovviamente la guarigione. Rassicurato, giro la palla a chi legge. Il Verdicchio è anche per voi uno degli italiani in bianco contemporanei, e anzi futuribili? Quanto ne sbicchierate? E quali?

Per confronto, di seguito ecco i miei 5 dell’anno. Per una volta a pari merito, salvo Secchio di grande beva: una top five in ordine alfabetico. Che avrebbe potuto essere ben più lunga (a cominciare dal già citato Campo delle Oche, o dal Crisio ultima edizione), e poi dragare alla grande nelle annate passate, trovnado veri tesori. Ma questo è un altro discorso. Che magari rifaremo.

  1. Andrea Felici – Castelli di Jesi Docg Classico Riserva Il Cantico della Figura 2009. Una delle sorprese più felici (e scusate il lieve mignottage lessicale sul cognome del produttore) della stagione di assaggi 2012. Un vino serio e tipicissimo, ma anche rifinito alla grande. Quasi roccioso tant’è minerale il primo assaggio, temperato però da “curve” naturali al gusto che sono ciccia, certo, ma non panza. Il che, parlando di Verdicchio, è essenziale. Pesca, mandorla, noce fresca, arancia bionda, se volete i soliti riferimenti. Sennò, fatene a meno,e accattatevelo. Migliorerà per anni.
  2. Borgo Paglianetto – Matelica Doc Vertis 2010. Per me non sono più degli outsider, anche se lo restano ancora per un bel po’ di colleghi (svariati guidaioli inclusi). Freschezza, misura, modernità (nel senso di consapevolezza piena di quel che si sta facendo, e di quale sia il modello, estremamente contemporaneo, pimpante, attirante, mai pesante: e poco costoso…) di Verdicchio cui si punta. In più c’è la “marca” Matelica, che ci mette nobilmente del suo. Secchio.
  3.  Bucci – Castelli di Jesi Doc Riserva Villa Bucci 2009. Sant’Ampelio, ora pro nobis. Non saprei come rivolgermi diversamente a questo signore del Verdicchio (e non solo…), vero unicum e per me di diritto in quel Gotha di grandi artigiani italiani del vino che non hanno mai tradito né se stessi, né la loro opera. Basta sondarelo storico, la “verticale” del vino (e si può andare indietro per vari lustri) per capire. Non potendo ogni giorno stappare un Villa, c’è alla grande il Bucci base, spesso a sua volta un fuoriclasse (dal prezzo umano). Secchio, e chapeau.
  4. Santa Barbara – Castelli di Jesi Docg Classico Riserva Stefano Antonucci 2010. Per me è ormai un must. Certo, ha stile diverso da vari altri; certo, la beva ha più densità e peso specifico dei Verdicchio croccanti e snelli cui ora molti sono votati (e che a me, occhio, piacciono assai). Ma questo è un vino vero. Fatto alla grande. E “gastronomico” in modo totale. Mi piace, tra tutte le prove, ricordare la reazione a tavola del grande Enzo Vizzari quando ho “ardito” abbinarlo a un paio di piatti stracomplessi durante  una cena delle 3 Forchette Gambero… Test, direi, mica male. Che si somma con il grande gradimento manifestatomi da un paio di degustatori francesi che stimo (ma le annate erano la 2009 e la 2006).
  5. Terre Cortesi Moncaro – Castelli di Jesi Docg Classico Riserva Vigna Novali 2009. Meno di 15 euro per portarlo a casa. Meno di un calice per capire che razza di roba è, e che affare si è fatto comprandolo. Ecco uno di quei vini di cui parlavo sopra, icona due volte del mondo Verdicchio, nella qualità, e nella sobrietà con cui si propone al pubblico (terzo particolare da non trascurare: è figlio di uno di quei cartelli cooperativi che per questo vino hanno fatto assai; come dimenticare ad esempio la saga del Cambrugiano matelicese, a sua volta creatura di cantina sociale?). Secchio. Senza bancarotta e senza pentimenti.

[Immagine: Gino Romiti]

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