Chianti Classico. Tra i pro, il Castell’in Villa Riserva 1975 e altri vini

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Diciamo che è stato un concorso di circostanze. La prima molla seria sono stati gli Antinori, Piero e le figlie Albiera, Allegra e Alessia, col varo (raccontato su Scatti) della nuova cantina da 2,5 milioni di bocce, tutto Chianti, dopo esser tornati in pompa magna nel Consorzio. La seconda, il fato: la copertina dell’ultimo libro di Malvaldi (quello dei vecchietti del Bar Lume e del gestore-investigatore suo malgrado, o di Artusi-Holmes: uno che scrive con garbo raro, e ambienta per lo più in Toscana). Copertina che recava come icona il remake del logo del Gallo Nero. Allora (e prim’ancora di sbirciare in quarta di copertina se qualcuno, modello eno-gialli di Giovanni Negri, avesse, chessò, ammazzato nella trama Ferrini, Pallanti o stesse ricattando Renzo Cotarella) mi sono detto: è chiaro, dio (o chi per lui) lo vuole. È ora di occuparsi di Chianti Classico. Ripartendo da dove s’era rimasti. Prima la crisi (non confessata appieno, ma palese) con molto invenduto, immagine un po’ velata, bravi giovani nuovi, per carità, e sempre abbastanza roba buona, a cercarla. Ma il teorema: “è Chianti, quindi va”, all’estero, e più ancora in Italia, che non fila più tanto. Poi, i vari sforzi di rimonta (inclusa la mossa Antinori). E la concomitanza dell’arrivo di un nuovo presidente.

Chi mi conosce sa che di rado vado per vie istituzionali (al massimo le uso come doverose campane). Ma in questo caso ho deciso di fare una cosa che mi pare utile per aprire una discussione. Ho chiesto a Sergio Zingarelli, il nuovo presidente (Rocca delle Macie, cioè vino, musica colta e olio amati in grado quasi pari; romano, anni 54, cognome che agli aquilani come me sa di rugby, gloria e riconoscenza, perché la famiglia Zingarelli ha dato tanto, tra sudare in campo e dirigenza, e Vittorio, ex presidente neroverde, ci ha appena lasciato, salutato dal lutto di una città intera) di darci lui in 10 punti, 5 buoni e 5 meno, i fattori di forza e quelli critici della “creatura”. Eccoli. Arredati, a chiusura, dal doveroso ritorno alla bottiglia: dunque le mie tre, di Chianti, ogni epoca, e le quattro preferite odierne. Magnifici sette ai e per i quali ovviamente il punteggio per me è scontato. Prosit.

I PRO DEL PRESIDENTE

  1. Territorio/storia/tradizione/cultura. “Dire Chianti Classico è dire di un territorio da circa 70 mila ettari tra Firenze e Siena, un mosaico di cultura e umanità, paesaggi tra i più belli del mondo e vigneti, che, sebbene coprano circa il 10% del comprensorio, hanno contribuito enormemente alla sua storia, a loro volta da essa influenzati. Ecco perché il nostro vino ha un valore aggiunto irripetibile e inimitabile da chiunque e ovunque.
  2. Reale crescita qualitativa. La capacità che ha avuto il territorio del Chianti Classico di modificare il suo paesaggio per migliorare costantemente i vigneti e di conseguenza  il vino. Un percorso in continua evoluzione che ci ha traghettati dalla ricetta di Bettino Ricasoli fino alla metà degli anni ’90. Ma è con l’impennata degli ultimi 20 anni che si è registrata una crescita indiscutibile, cui ha contribuito soprattutto il reimpianto, arrivato ormai a oltre il 60% dei vigneti, e che continua senza sosta.
  3. Distribuzione capillare nel mondo. Beneficiamo anche qui della storia che abbiamo alle spalle: da molto tempo i nostri produttori, consapevoli del valore del proprio vino, hanno varcato i confini e iniziato a distribuire in tutto il mondo. Una diffusione sedimentata nel tempo che ci consente oggi di presentarci e di essere conosciuti e riconosciuti in tantissimi mercati esteri.
  4. Forza trainante di molte aziende e dei loro vini nel mondo. Tutto questo è stato possibile anche perché nel Chianti Classico, per motivi strutturali e culturali, si sono potute sviluppare grandi aziende, prima apripista e poi traino per le altre di minori dimensioni e notorietà. Aziende che si son sapute muovere in autonomia, hanno puntato alla qualità, e oggi come ieri  vogliono valorizzare il marchio sotto il quale, con le altre, operano.
  5. Marchio: Gallo Nero è il più importante collettivo e legato a una denominazione nel mondo. Il Gallo Nero, emblema e bandiera della denominazione, immagine che ha aiutato la diffusione e la riconoscibilità dei nostri vini in Italia e nel mondo, è un simbolo che ci unisce stilisticamente,  nel rispetto delle peculiarità di ciascun produttore; e anche, perché no, emotivamente.

… E LE CRITICITA’

  1. Carenza di netta distinzione tra Chianti Classico e Chianti, specie in Gdo. A volte per il consumatore finale, e non solo, non c’è netta differenza tra  Chianti Classico  e Chianti.  Malgrado “Classico” rappresenti un’area di produzione, un disciplinare, un’identità, una scelta qualitativa e anche morale, spesso la parola “salta”, come fosse un dettaglio poco importante, e  si parla di Chianti in generale. Stiamo lavorando a un progetto che ci aiuterà ad superare la confusione con “gli altri Chianti”.
  2. Forbice di prezzo troppo ampia. Siamo una denominazione, nella sua unicità, piuttosto ampia ed eterogenea e il consumatore medio, quello da Gdo ma non solo, non capisce il perché di così grandi differenze di costi tra vini legati dallo stesso nome. Dovremo far capire meglio che la differenza tra costi di produzione deriva proprio dalla eterogeneità delle aziende, alcune molto piccole: approccio culturale che i francesi hanno affrontato da tempo.
  3. Poca conoscenza nei mercati emergenti (Asia/Cina). Questi problemi si complicano ulteriormente spostandosi oltre i confini nazionali, specie nei mercati emergenti come la Cina, dove la conoscenza, non solo del Chianti Classico ma del vino italiano in genere, è ancora molto  scarsa. Sono appena rientrato da un lungo viaggio in Asia, dove col Consorzio stiamo già attuando strategie per penetrare meglio il mercato; ma mi sono reso conto che occorre molto lavoro per riuscire a imporre in modo incisivo e chiaro il marchio.
  4. Riduzione del mercato italiano sul totale vendite. Il mercato italiano degli ultimi anni è in netta contrazione: situazione diffusa, non ristretta al Chianti Classico. Noi crediamo che la presenza sul territorio nazionale sia molto importante, e vorremmo trasformare questo momento di debolezza in elemento di forza, inducendo a un consumo più consapevole, quindi più di qualità. Abbiamo un programma triennale dedicato a stampa, appassionati e addetti ai lavori che dall’autunno 2013 ci porterà in tour nelle principali città italiane proprio per promuovere marchio e vini.
  5. Sofferenza acuta delle piccole aziende. A patire di più la situazione di mercato sono le piccole aziende, che per bottiglie, dimensioni, capacità organizzative hanno più difficoltà a trovare alternative in un momento così duro. A loro il Consorzio guarda con attenzione ancor maggiore per individuare strategie atte a tutelarne il presente e il futuro. Il patrimonio dei piccoli produttori è uno dei nostri pilastri, e non può essere disperso.

I vini che segnalo io.

ALL TIME

  1. Castell’in Villa Riserva 1975. Uno a caso: il ’75. Quando parli dei vini di lady Coralia funziona così. Puoi prendere un’annata e credere di averla sposata, ne assaggi un’altra, e capisci il perché dell’harem. Il commento per questo vino, schiarito alla circonferenza ma ancora perfettamente sangiovesico (e così anche al naso, morbido, “baccoso” e tabaccoso, e finito di spezie), precisissimo alla beva, elegantissimissimamente databile, ma perfettamente in sé, è uno solo: avercene!! (e anche del ’71, del pietroso ’85…  etc.).
  2. Felsina  Riserva Rancia 1986. Omaggio a un’azienda mito e a una cuspide fantastica. Tra la mano terrosa di Bernabei wine maker e il rigore limpido di Giuseppe Mazzocolin, art director, che incontrano la grazia ballerina, moderna, da Philobolus, dell’annata. La “vera” annata da Sangiovese. Quello “vero”. A questo vino, delizioso, di recente Antonio Gallone (Parker) ha dato 92/100. E se anche da quella sponda si fa chapeau… che dire? (ps. dell’anno della grazia consentitemi un ricordo anche per Poggerino Riserva ’86, uno dei più sottovalutati italici di sempre).
  3.  Melini La Selvanella Riserva 1990. Io sul ’90 ho sempre fatto un po’ fatica da subito, non dopo i fuochi. Troppo concessivo, troppo “cheep date”, per tradurlo su fronte degli appuntamenti pro sex, e per come sono io. Cioè: je dài, certo, ma non t’innamori. Perciò ho messo la Selvanella nel trio top. Perché è l’unico ’90 che né allora né poi mi ha stufato. Diciamo che se ne è andato prima di riuscirci. Oggi (parlo per la mia cantina, non in assoluto,che quasi non esiste) ne sono vedovo: essa è scomparsa. Ma conservo grandi ricordi dei momenti passati insieme.

Odierni:

  1. Castello di Ama 2006. Il venticinquennale di Marco Pallanti in azienda, solennizzato con firma autografa e tenera dedica in etichetta della sua siòra (lassù qualcuno si Ama…) come poteva essere? E soprattutto come diventerà? Buonissimo. Peccato che io me ne stia bevendo qualcuna di troppo. Non vorrei finisse… Oh, ma, l’amore ‘un durava ‘n’eterno?
  2. Monteraponi Baron Ugo 2007. Bella incertezza. Sono stato lì un pezzetto a pensarci. Questo qui, o Poggerino Bugialla 2008, ottimo, pieno di sfumature diverse, un po’ devianti persino, anice e liquerizia leggera, oltre che fiore e frutto? Poi: questo. Per due motivi. La rasposità originale (nel senso: delle origini, ancestrale) del vitigno, ma temperata da una beva lunga, larga e succosa è il primo. Il secondo: il vino è il vino, e l’ommini l’ommini. Io assaggio vini. E chi vuol capire…
  3. La Porta di Vertine 2009. L’avevo già segnato con un circoletto all’epoca del debutto, al “benvenuto Chianti”. L’ho riassaggiato due volte a intervalli quasi regolari. E il circoletto è diventato un asteriscone, e poi un trattone di evidenziatore. Uno dei migliori non solo della sua annata. Una “rasatura” del pelo che manco coi nuovi rasoi a cinquanta lame. La sostanza sotto si sente tutta, ma la tensione e l’eleganza ne fanno un bijoux.
  4. Badia a Coltibuono 2009. Fa di molto piacere ogni tanto poter dire: “bello!” di un classicone. Badia lo è. E il 2009 è di molto bello. Sa di tutto quello che ha da sapere uno del suo lignaggio e del rango acquisito. Durerà quanto serve. Crescerà ancora. Per ora, averlo a tavola è un piacere privilegiato, da condividere con un bel sorriso. Perché è un Gallo da bere, ma anche da “mangiare” con gusto.

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