Vini Naturali, non si può legare al metodo il gusto

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“Ma questo non può essere un vino naturale!” esclama stizzito il maestro rivolto al discepolo nella terza scena del secondo atto di Malbech, inedito psicodramma di Shakespeare che si svolge durante una degustazione.

Chiaramente non ho rinvenuto nella biblioteca di casa un inedito del Bardo, non sarei qui!, ma la frase l’ho sentita pronunciare qualche giorno fa durante un assaggio di vini quasi tutti cosiddetti naturali.

Il vino che ha sconvolto le categorie dell’assaggiatore-maestro è il Nino Monferrato doc 2010 di Fabrizio Iuli, un tipico esempio di Pinot Nero proveniente da una zona troppo calda per la varietà. Al naso è riconoscibile, il frutto è ben delineato e fresco ma l’apporto del legno è dominante e comprime tutte le altre sensazioni. Nulla di strano o particolarmente drammatico, in Italia quasi tutte le zone sono troppo calde per valorizzare le eleganti caratteristiche di questo vitigno e negli ultimi vent’anni moltissimi, troppi?, vignaioli si sono sottoposti all’ardua prova.

Quello che mi ha colpito dell’assaggio e del commento è l’implicita definizione delle caratteristiche che i vini, cosiddetti naturali in questo caso, dovrebbero avere secondo i loro più appassionati estimatori. Il maestro postula un canone rigido e assoluto, a me comunque sconosciuto, che definisce l’identità l’appartenenza e la conformità di ogni vino a una diversa tipologia, buona se naturale cattiva negli altri casi.

Trovo un simile approccio assolutamente fuorviante e inadatto a descrivere la storia l’origine le caratteristiche di qualsiasi vino, cosiddetto naturale o meno che sia. La sola possibilità di dichiarare un vino conforme a un modello dopo un assaggio è assurda e metodologicamente errata. Mi è capitato, anche qui su Scatti, di sbagliare nell’identificare i caratteri di un vino o le tecniche con cui è stato prodotto e di sicuro mi capiterà ancora ma non arriverò mai a pretendere di validare col mio assaggio la conformità a un tipo ideale necessariamente astratto.

Il vino è esperienza non sapienza: sembra superfluo ma è utile ribadirlo, ogni bottiglia è diversa dalle altre così come ogni annata e ogni assaggio. Le variabili sono sempre troppe per poter schematizzare e ridurre a un modello assoluto tutte le sfumature che rendono un bicchiere di vino così affascinante.

[Immagini: agramater, vinigarino e vinoir]

1 commento

  1. Ho il piacere di conoscere personalmente Paolo Trimani, per cui nutro stima e ne riconosco la preparazione: non per questo mi accoderei a sue valutazioni che non condivido!
    Per lo stesso motivo, la libertà dagli schemi precostituiti ovvero “la laicità” con cui bisognerebbe approcciarsi alle degustazioni appunto, concordo sullo scritto e sottoscrivo in special modo la chiosa:
    “ogni bottiglia è diversa dalle altre così come ogni annata e ogni assaggio. Le variabili sono sempre troppe per poter schematizzare e ridurre a un modello assoluto tutte le sfumature che rendono un bicchiere di vino così affascinante”. Parole sante!
    Prosit!

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