Per la giuria di The Winesider- Best Italian Wine Awards 2018 il migliore vino italiano è il Bolgheri Sassicaia della Tenuta San Guido, millesimo 2015.

Detta così la cosa potrebbe anche lasciarvi, che so, abbastanza indifferenti, e secondo me lo rimarreste anche se decidessi di completare la notizia fornendovi anche i vini che sono giunti ai due posti d’onore, ovvero il Barbaresco Asili Vecchie Viti 2012 dell’Azienda Roagna, classificatosi secondo, ed il Brunello di Montalcino Tenuta Nuova 2013 dell’Azienda Casanova di Neri, ovviamente terzo.

E allora, forse è il caso di spiegarvi meglio cos’è esattamente The Winesider e in cosa consistono i Best Italian Wine Awards.

The Winesider è un’azienda che si occupa di creare e gestire la cantina dei ristoranti di qualità attraverso un moderno sistema di monitoraggio. Si avvale della collaborazione di Luca Gardini, noto sommelier, sia per la selezione delle etichette da proporre che per la formazione del personale che si occuperà della vendita e del servizio dei vini nei vari ristoranti.

Sei anni fa, Gardini “partorisce”, insieme ad Andrea Grignaffini (direttore di Spirito diVino e membro del comitato scientifico di ALMA), l’idea di una classifica, i Best Italian Wine Awards appunto, che mettesse in evidenza il meglio della produzione italiana, e che uscisse prima delle guide di settore, con l’intento di poterne fare una classifica di riferimento anche all’estero. Cosa che poi è puntualmente accaduta, visto che il prestigioso motore di ricerca Wine-Searcher dal 2016 considera BIWA fra i premi e i concorsi di maggior rilievo del settore a livello mondiale.

In caso di dubbi sulla validità di questa classifica, basta scorrere velocemente la composizione della giuria (per i più curiosi si può approfondire sul loro sito), una squadra composta da Kenichi Ohashi (Giappone), Amaya Cervera (Spagna), Tim Atkin (Regno Unito) e Christy Canterbury (USA). Ad affiancare Gardini e Grignaffini ci sono anche anche Luciano Ferraro, Daniele Cernilli, Antonio Paolini, Pier Bergonzi e Marco Tonelli. Ed è di quest’anno l’”aggiunta” di Lu Yang (Cina) e Othmar Kiem (Alto Adige).

Dalla prossima edizione farà parte della giuria anche l’amico Andrea Gori, detto il sommelier informatico. Toscano, biologo, sommelier dal 2004, con un debole per Borgogna e Champagne.

Anche quest’anno, sono cinquanta i vini selezionati tra le oltre 400 etichette degustate alla cieca, con vini altoatesini, lombardi, siciliani e dell’Emilia Romagna tra i primi dieci premiati nella cerimonia che si è svolta nella sede della Fondazione Cariplo a Milano.

Premi speciali anche ad aziende, vini e sommelier che si sono distinti nel corso dell’anno.

Tutto bene fin qui, direi, tranne qualche polemichetta social che ho avuto modo di leggere.

“La classifica è noiosa, è fatta solo con i vini degli amici” – giusto per citare un paio delle critiche più comuni.

Fatemi capire: a generare commenti di questo tipo è quella divisione ormai netta che si è creata tra gli appassionati, i critici e i bevitori di vino, ognuno arroccato convintamente sulle proprie idee?

Si tratta poi davvero di “guerre di religione”, oppure sono beghe pilotate da non meglio identificati interessi commerciali?

Ma poi, a prescindere, fanno davvero bene al vino italiano? Non è che poi all’estero ci “ridono dietro” come più di qualche volta accade?

Faccio una piccola premessa: amo ed apprezzo da tempo gli aromi un po’ strani di alcuni rifermentati in bottiglia, siano essi gli italianissimi e troppo spesso bistrattati lambruschi o prosecchi, ovvero le diverse particolarità dei macerati, non solo quelli chiamati orange. Eppure, da sempre, riservo il giusto rispetto (e la giusta dose di curiosità) ai grandi vini, anche se convenzionali, anche senza esserne un sostenitore, per capirci.

Sia chiaro, tirando le somme, la classifica non è che mi abbia fatto impazzire, nonostante l’apprezzabile tentativo di darle la massima “democraticità” (intesa come apertura ai vari stili di vinificazione e con le maggiori denominazioni italiane presenti a referto, o almeno quasi tutte: sempre di una degustazione alla cieca si trattava).

Però dinanzi alla scelta di premiare il Sassicaia non posso far altro che concordare.

Perché se in degustazione alla cieca è venuto fuori così prepotentemente (e forse sarà stato anche ben riconoscibile per palati allenati come quelli in giuria), credo sia stato giusto premiarlo, tra l’altro nel suo cinquantesimo “compleanno”, come simbolo del vino italiano nel mondo, ovvero verso il “mercato” cui questa classifica sembrerebbe rivolta.

Poi si potrà obiettare su tutto ed il contrario di tutto, ovvero il prezzo elevato, le quantità prodotte, la sua composizione per niente autoctona (cabernet sauvignon e cabernet franc), la sua modalità di produzione, l’utilizzo di barrique, eccetera.

Tanto l’impresa riuscita al marchese Mario Incisa della Rocchetta resta lì, sotto gli occhi di tutti.

Di una cosa sono certo, che continuando in questo senso non mi attirerò le simpatie di molti, anzi. Però credo che un po’ di sano equilibrio ci voglia, anche solo per elaborare pensieri critici degni di tal nome, anche se so bene che l’italico vizio di denigrare, antico quanto il vino che tanto ci piace, è malattia difficile da combattere e debellare.

Convengo con chi sostiene che gran parte dei critici “vecchia scuola” fatichi ad accettare che il gap con i comuni mortali si sia assottigliato di molto (sicuramente nell’approccio, più laico), però, qualcuno mi scuserà per la franchezza, io, piuttosto che non perdere occasione per maltrattarli, continuo costantemente ad invidiarli: avessi avuto modo di assaggiare nella mia scassatissima carriera di degustatore seriale anche solo la decima parte delle bottiglie a cui molti di loro hanno avuto accesso, avrei sicuramente sviluppato un po’ di spocchia. E forse sarei stato anche abbastanza antipatico.

Che poi, probabilmente, lo sono. Ad esempio, m’è piaciuto poco (come presenza, eh) lo champagne servito al dopo-premiazione. Un Franciacorta, ad una cerimonia sul vino italiano, l’avrei maggiormente apprezzato.

Per dire.