Comte de Montaigne in vigna

Ai press day normali gli ospiti tacciono, ascoltano e, al limite, pongono ponderate domande alla fine. Con Comte de Montaigne no. Il CEO Stéphane Revol ha interrogato – sì, interrogato – i giornalisti presenti, per vedere quanto fossero preparati sull’argomento champagne.

È stato un modo sicuramente ingaggiante di presentare la sua gamma di champagne, i vini di famiglia. Non ci siamo persi una parola.

Nel cuore dello Champagne c’è l’Aube

Questo è uno Champagne che nasce nel dipartimento dell’Aube, una metà della macroregione dello Champagne. (Ripasso di geografia istantaneo: la Champagne si divide in dipartimento della Marne con capoluogo Rheims e dipartimento dell’Aube con capoluogo Troyes.)

Lontane, lontane le origini dell’avventura, che risale a quando un medievale Comte de Champagne, partito per le Crociate, riportò…

  • che cosa portò il Conte dalle crociate?” ha chiesto proprio a me Revol.
  • Non ne ho idea” la mia risposta mi si è dipinta in fronte.
  • Ma la rosa di Damasco!” ha fulminato lui.
  • Ah la rosa, il fiore-sentinella dei vigneti” – ho recuperato in crescendo, riguadagnandomi la sua considerazione.

Sì, proprio la rosa damascena che delimita i filari nelle tenute della Côte des Bar, dei pettinati, regolari, scenografici domaines dell’Aube. Ma non solo, dal Medio Oriente ci è giunto nella tessa epoca anche il vitigno dello Chardonnay, uno dei sette vitigni che entrano negli champagne. Chardonnay, il cui nome significa “che apre le porte”!

A Troyes, una vetrata della chiesa di Santa Maddalena illustra proprio il momento del dono del primo ceppo di Chardonnay di tutta la Champagne, che fu quindi messo a dimora nell’Aube!

La fillossera rende l’Aube protagonista

Forse non tutti sanno che lo Champagne d’Aube ha acquisito autonomia commerciale solo nel 1909, e “grazie” alla fillossera, ai rempianti dei vigneti, alla necessità di non interrompere la filiera delle bollicine. Finalmente protagonista!

Prima di allora, in ragione di un armistizio vecchio di secoli, l’Aube poteva solo conferire il prodotto alla regione rivale perché non autorizzata a commercializzare. Quindi altissimo expertise produttivo e minore dimestichezza con il marketing.

Se da poco più di 100 anni lo Champagne d’Aube è noto in quanto tale, ha fatto tesoro degli anni di silenzio. Case come Comte de Montaigne puntano direttamente a una clientela premium: ristoranti e hotel di fascia alta, consumatori esigenti.

E molto storytelling, capace di esaltare l’amore per la vigna, quasi preminente rispetto alla cantina e la forza della tradizione, il valore della fatica, l’apporto del cuore inteso come passione. In questo Revol è un mattatore sulla scena.

Ma un certo ruolo ha anche qualche accattivante e personalizzata captatio benevevolentiae, come i piccoli stecchi di risotto giallo offerti durante la nostra degustazione milanese e che io copierei tantissimo se dovessi replicare in privato. Si sposano davvero con le bollicine.

Il Blanc de Blancs Grande Réserve – Brut

Con quali prodotti vuole Comte de Montaigne insinuarsi nelle nostre cantine, nelle glacettes dei tavoli stellati? 5 champagne, sostanzialmente.

Un Brut Grande Réserve – 70% Pinot Noir e 30% Chardonnay

Un Extra Brut Grande Réserve – 70% Pinot Noir e 30% Chardonnay

Un Rosé Grande Réserve –Rosé de Saignée, 100% Pinot Noir senza aggiunta di vecchio vino.

Un Blanc de Blancs Grande Réserve Brut – 100% Chardonnay

Un Cuvée Spéciale Brut – 100% Pinot Noir.

Noi abbiamo degustato il Blanc des Blancs e qui mi avvalgo delle parole di Massimo D’Alma, che si è lasciato interrogare da questo vino e ha annotato:

“Estremamente raffinato, il Blanc de Blancs Brut Gran Réserve in degustazione sembra essere in possesso di tutti gli attributi da grande vino.

Base di sole uve Chardonnay, proprio quello Chardonnay riportato da Cipro e poi trapiantato nella Côte des Bar, nell’Aube, dove solo nei primi del Novecento, dopo una guerra durata per secoli, fu possibile utilizzarlo nuovamente.

Per certi versi il vanto di Stéphan Revol, amministratore delegato della Maison, fin da bambino legato a doppio filo a queste uve, galeotta l’immagine di una delle vetrate della Chiesa di Santa Maddalena, a Troyes, che ritraeva un uomo che porgeva un ceppo di vite a un Cardinale.  

Uve trattate con la massima attenzione e grandissimo rispetto, utilizzando il tempo come elemento caratterizzante: passano mediamente cinquantacinque mesi dalla vendemmia al prodotto finale, contro i diciannove mesi circa della maggior parte degli altri produttori, con una sosta sui lieviti più del triplo di quello consentito dal disciplinare di 15 mesi e con l’invecchiamento finale che va da 3 a 4 anni.

Il risultato? Un vino estremamente complesso, con un perlage finissimo e persistente.
Al naso subito sentori di frutta esotica che danno poi spazio ad aromi agrumati.
Le note burrose arrivano dopo un po’, grazie al contatto con l’aria.
Equilibrato ed elegante, di lunga persistenza in bocca.
Un vino praticamente perfetto per ogni occasione, che si sposa perfettamente con piatti come anatra, pesce in genere, astice ed aragosta.

Prosit, cari lettori. O Ein Prosit, per chi fosse passato da Udine.

[Immagini: iPhone di Daniela, Massimo D’Alma, ufficio stampa Comte de Montaigne]

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