Enoteca Pinchiorri: quanto vale la cantina del ristorante 3 stelle Michelin?

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Giorgio Pinchiorri, proprietario dell’Enoteca Pinchiorri, ha estrapolato dall’atomica cantina del suo suo ristorante di Firenze alcune bottiglie pregiate, per mandarle all’asta il 12 settembre a Londra, da Zachy’s.

Vi do per persi se avete rimosso la notizia di cui si è strologato a lungo verso la fine di agosto.

Una domanda dovevate farvi dopo aver alzato il sopracciglio per certi numeri (2.250 bottiglie mandate all’asta per un valore base di 2 milioni di euro). Ma a riprova di un paese in crisi psicologica come mai prima, vi siete focalizzati su quelle sbagliate. Ovvero:

  1. Sarà o non sarà Giorgio Pinchiorri assediato dai debiti?
  2. Sarà o non sarà Giorgio Pinchiorri costretto all’asta per pagare le ferie ai suoi dipendenti?
  3. Sarà o non sarà Giorgio Pinchiorri un molestatore vista la denuncia della dipendente per stalking?

Invece, avreste fatto il vostro dovere chiedendo: scusate eh, ma quanto vale tutta la cantina dell’Enoteca Pinchiorri?

Enoteca Pinchiorri cantina

Quanto vale la cantina dell’Enoteca Pinchiorri

Calcolarlo è impegnativo pure per il commercialista di Pinchiorri. Ma a provare ci si diverte comunque, tanto basta.

La prima operazione è semplice anche per gli asini, come me, a baloccarsi con i conti. Prendo il valore base del catalogo all’asta (2 milioni di euro) e lo divido per il numero delle bottiglie (2250). Risultato: il valore di ogni bottiglia. 888 euro.

Non vi affrettate a spiegare che funziona in modo diverso. Che aziende, bottiglie, formati, soprattutto annate sono una differente dall’altra. È una supercazzola nota, ma serviva un punto di partenza.

Tuttavia possiamo essere più precisi, perché da ieri sappiamo che l’asta epocale del 12 settembre si è conclusa con una raccolta di 3,3 milioni di dollari. A forza di rilanci, fanno ben 1,3 milioni di dollari oltre la base d’asta.

Oh, finalmente possiamo rispondere alla domanda: quanti diavolo di milioncini vale la cantina dell’Enoteca Pinchiorri?

E no, così è troppo facile. Per non sparare cifre a caso servono indizi ulteriori.

Due o tre cose che so sulla cantina dell’Enoteca Pinchiorri

Cantina Enoteca Pinchiorri

Una stima attendibile quantifica il contenuto di quel deposito di zio Paperone versione Pinchiorri in 5.000 referenze e 150.000 bottiglie.

La storia inizia a Firenze. Primi anni ‘70 del secolo scorso, l’Enoteca Pinchiorri si chiama ancora Enoteca Nazionale. Tra le anime candide che vendono vini italiani c’è Giorgio Pinchiorri. Emiliano, tessera AIS (Associazione Italiana Sommelier) numero 21, non è il tipo che ama stare a mezza classifica: ha stoffa, chi lo nega?

Rileva tutto, inizia a importare vini francesi, soprattutto Borgogna. Viaggia riportando chateau bordolesi e amene rarità. A Firenze incontra Annie Féolde, francese di Nizza. All’approdo degli anni ‘80 i due, che hanno associato degustazioni e piccola ristorazione, avviano l’Enoteca Pinchiorri.

Ma la cantina non finisce nella categoria dei “chissà”, dei “se dovesse accadere bene, altrimenti non importa”. Talmente tanto che per Wine Spectator merita il “Grand Award” dal 1984 a oggi. Ininterrottamente.

Mettersi a pontificare su come si tiene un cantina del genere è quasi superfluo. Temperatura costante dai 12 ai 15 gradi a seconda dei reparti. Sui 12 gradi per i bianchi di prim’ordine e gli champagne, intorno ai 15 gradi per i rossi da invecchiamento. Umidità costante al 70 per cento, condizione ideale per la conservazione del vino.

Cantina Enoteca Pinchiorri

Il tesoro nel deposito di zio Paperone in versione fiorentina

A questo punto, per non essere inattrezzati, snoccioliamo il tesoro del caveau fiorentino. Almeno nei suoi pezzi principali.

– C’è la carica degli italiani: Supertuscan, numerosi Brunello di Montalcino, i migliori piemontesi.

– C’è la famosa serie di bottiglie n. 1, da La Tache del 1985 al Sassicaia, al Tignanello, di cui la cantina custodisce la n. 1 del 1971, cioè la prima in assoluto.

– Ci sono altri vini di Henry Jayer (una parte erano nel catalogo dei vini appena battuti all’asta) confezionati in casse di legno, altrimenti introvabili perché fatte a Firenze con il permesso del magnifico produttore di Borgogna.

– Ci sono i grandi formati: doppi magnum, imperiali, Mathuzalem (capacità 6 litri), Salmanazar (capacità 9 litri) di grandi vini francesi.

Ma se in questo eden enoico, tra Petrus, Romenee Conti, Mouton Rotschild, Lafite Rotschild e Chateau d’Yquem assortiti, dovessimo fermare l’attenzione sull’etichetta da una volta nella vita?

La scelta cadrebbe su uno Chateau Lafite Bianco del 1959, che al netto della vecchia annata, è rarissimo perché prodotto soltanto in certe annate.

Oppure sulla bottiglia con cui un Pinchiorri tornò, fuori di sé, dopo essersi fatto strada tra le fiamme. L’incendio era quello che nel 1992 invase parte della cantina definita da Veronelli (che di cantine se ne intendeva, ve lo dice uno che ha visitato la sua) “immensa, leggendaria, inimitabile“.

La bottiglia era uno Chateau d’Yquem del 1820.

Enoteca pinchiorri cantina

Qui è dove, premiando la vostra pazienza, diciamo quanto vale tutta la cantina dell’Enoteca Pinchiorri

Di per sé, il catalogo dei 2250 vini battuti all’asta di Zachy’s il 12 settembre ha fatto piovere sulla capiente American Express di Pinchiorri 3,3 milioni di dollari.

Abbiamo già scritto che nei registri della cantina sono contabilizzate 150.000 bottiglie. Pertanto, calcolatrice alla mano, quei 2250 vini sono l’1,5 per cento del totale.

Anche questa operazione è semplice. Se per 2250 bottiglie battute l’altro giorno dai martelletti di Zachy’s sono stati raccolti 3,3 milioni di dollari, quanti se ne raccoglierebbero in un’asta ipotetica e pantagruelica con tutte le 150.000 bottiglie conservate nella cantina?

So che aver concepito questa equazione non farà di me il prossimo vincitore della medaglia Fields, il Nobel della matematica, ma insomma.

Leggo e rileggo sulla calcolatrice il risultato: 220 milioni. Dollaro più, dollaro meno.

P.S. Anche levando i 3,3 milioni già nell’American Express, a quel gran genio di Pinchiorri resta di che vivere dignitosamente: quasi 217 milioni di dollari. Che convertiti nella nostra attuale moneta fanno all’incirca 184 milioni di euro.

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