400 kg di patate. 250 kg di pasta. Uno spettacolo, l’inaugurazione della Trattoria Da Nennella in largo Corsia dei Servi, a Milano. Centinaia, migliaia di porzioni di pasta e patate distribuite al popolo festante. Solo i piatti di plastica erano 4.000, poi si è passati a quelli di ceramica (superstiti… ma questo ve lo spiego dopo).

Siamo di fianco di Lievito Madre al Duomo di Gino Sorbillo, per capirci: avamposto di napoletanità in versione meneghina che da ieri raddoppia appunto con Nennella, aperto in società con Sorbillo.

Lo spettacolo è la gente, naturalmente. Apertura prevista alle 19.30, arrivo prima delle 19, e c’è già gente dentro coi suoi piatti di pasta e patate (e provola, per la cronaca). E una marea di gente sotto il porticato, solcata da camerieri in maglietta rossa armati di bottiglie di vino rosso che cercavano di distrarre la folla e dare una parvenza d’ordine a quello che sembrava un nuovo assalto al Forno delle Grucce di manzoniana memoria (El prestin di scansc, nome milanese del forno, si trovava peraltro a poche decine di passi da qui, in corso Vittorio Emanuele). Mi son messo in coda e sono entrato in circa 6 minuti – Grande Magia napoletana? O semplice professionalità estrema del sottoscritto?

Pochi minuti che mi sono bastati per capire che ero una specie di infiltrato, un ospite di Napoli, una specie di turista giapponese in visita a un monumento storico. I Napoletani “all’estero” erano la maggioranza, probabilmente, e sembrava che fossero a casa. E in realtà lo erano, mi sembra di capire che Nennella sia davvero Napoli, come la Sora Lella era Roma – come Milano (una volta) era Savini e Sant’Ambroeus. Tutti a fotografare e a mandare le foto a casa, a postare videomessaggi e dirette sui social per dire io ci sono, Nennella c’è, siamo a casa.

Che è l’unica risposta possibile alle richieste di un perché, alle critiche postate su Facebook, ma io non lo farei mai, ma come si fa a infilarsi in quella calca solo per essere presenti, per farsi vedere, solo per scroccare un piatto di pasta (e peggio ancora…): l’importanza di riconoscere le proprie origini, le proprie radici gastronomiche, anche a centinaia di chilometri di distanza.

Interno trattoria: una calca ordinata, ovunque. La sala al pianterreno, piena – avevano tolto tutti i tavoli, lasciando solo quelli per servire pasta patate provola vino.

Sono salito ai piani superiori: ricordavo (qui fino a poche settimane fa c’era un’altra trattoria, giapponese, Izakaya Sampei, la avevo provata e raccontata qui) che c’era la cucina al primo piano, e al secondo un’altra sala da pranzo, con una bella terrazza.

E una piccola cucina a vista, dove ieri sera venivano preparati pentoloni su pentoloni di pasta.

Per la cronaca, buonissima, sempre (devo averne mangiato direi 5 porzioni, per essere sicuro che la qualità fosse costante). Fatta come si deve, con la pasta spezzata (De Cecco) come vuole la tradizione.

Sempre per la cronaca, qualcuno, su al primo piano, ha fatto cadere un piatto per terra. O, dal rumore, ha scagliato un piatto per terra. Anzi: una dozzina di piatti sono stati scagliati a terra. Che mi si dice (leggete con il tono di Alberto Angela) essere un rito apotropaico, di buon augurio, usato anche nei matrimoni in Sardegna e in Grecia.

La cerimonia della rottura è stata ripetuta più tardi al pianterreno, da Ciro Vitiello in persona, con suo fratello, e la mamma, e Gino Sorbillo, e lo staff del locale, e non so più chi altro. Ma con un volume infinitamente più alto, sia di voce che di piatti rotti – immagino lo abbiano sentito anche in Vico Lungo del Teatro, da Nennella-casa madre. È stato bellissimo, allegro, euforizzante, beneaugurante.

Da bravo polentone, ho visto com’è Nennella a Napoli nel servizio del Direttore e di questo Nennella napoletano-milanese sono già un fan. Già funziona a pieno servizio: andateci. E se serve fate la fila – penso che ne varrà la pena.

Trattoria da Nennella. Largo Corsia dei Servi. Milano.

[Immagini: iPhone Emanuele Bonati; evidenza: Vincenzo Pagano]