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Birra, il vintage è di casa all’Ottavonano ad Atripalda

DI - CANALE Scatti di ... - venerdì, 28 gennaio 2011 | ore 12:00

Nasce come uno dei tanti locali della Campania ma col tempo è diventato uno dei templi nazionali della birra. Aperto nel 1998 da Yuri Di Rito, Ottavonano di Atripalda, in provincia di Avellino, provvisto di 2 postazioni di spillatura, dopo un anno avvia un rapporto di collaborazione con GMA di Giuseppe Acciaio, una delle prime aziende della Campania con un’offerta birraia originale. C’è la St Bernardus Abt 12, birra-simbolo del pub, che ancora oggi ha 4 spine dedicate alle birre dell’abbazia.

Dal 2002 Di Rito diversifica l’offerta birraria e inizia a collaborare con Multibirra di Poggibonsi. Si dota di un impianto di spillatura con 10 spine. Ci sono la McEwans, la Newcastle brown Ale, la Lucifer, la Old Tom a pompa, delle Rauch da Bamberg e molte birre trappiste.

Nel periodo 2002-2006 Ottavonano organizza eventi di degustazione. Nel 2003, il primo a respiro nazionale è ‘Campania Beer tasting’, presentato da Kuaska e coadiuvato da alcuni appassionati campani.

Fra le birre dell’evento ci sono la Gueze Cantillon, la Schlenkerla Marzen Rauch Beer, la Rochefort10 e la Schneider Weisse, abbinate a diversi formaggi. Un connubio classico e infatti anche i monaci trappisti sono produttori di formaggio. In quest’occasione Yuri conosce Gianluca Polini, suo futuro socio.

Polini, originario di Bellizzi, è un giovane appassionato del settore. Ha partecipato, nel 1997, alla 24 ore di Anversa, una delle più importanti manifestazioni belghe e di aver effettuato in quell’occasione ben 37 assaggi. Polini racconta di aver visto, in quell’occasione, un monaco trappista allo stand della Chimay ma di non essere riuscito ad avvicinarlo, per timore reverenziale, come avrebbe voluto. Nel 2006 Di Rito e Polini diventano soci e notevole è l’impulso che riceve l’Ottavonano da questa nuova compagine societaria.

L’aspetto più originale ed ancora poco sviluppato nel mondo birrario è la cura per il vintage. A vista nel pub c’è una cantinetta refrigerata a 11-12°C dove sono custodite numerose chicche: Thomas Hardy’s dal 1968, barley wine, imperial stout, old ale, di tradizione inglese e scozzese, ma anche trappiste, come la Rochefort 10 e la Westvleteren 12, le Struise, Pannepot, StillNacht, lambic, flemish ale. Oltre alla cantina a vista c’è anche un deposito con temperature fra i 9 e i 12°C.

Fra le birre custodite nella cantinetta c’è l’Imperial Brown Stout del 2007, della Luckie Ales vicino Dundee, prodotta nel 2006, un anno di maturazione in acciaio e poi imbottigliata. Il birrificio gestito da un maturo ed attivissimo mastro birraio ha un impianto da 90 lt nel quale effettua questa produzione, ed una Brown ale porter da 6°alcolici, molto tradizionale e ben fatta dove sono in evidenza le tostature dei malti adoperati. Presenti anche la Russian Porter di Edwin Tucker’s del 2006, diverse George Gale fino al 1970, la Harvest ale di J.W.Lees fino al 1999, le Traquair house fino agli anni ’70, alcune Westvleteren dagli anni 1984-1985, Liefmans Goudeman fino al 1997 e tante altre.

Del resto scorrere il loro menu vintage che presenta più di 150 etichette diverse, e delle quali spesso è possibile scegliere numerose annate, è un’emozione senza eguali.

Di questi approfondimenti Polini cita ad esempio una barley wine, la Old Tom del 2005. All’inizio la birra non gli era sembrata particolarmente caratterizzata, ma dopo 3 anni in bottiglia ha perso o almeno ha mitigato le note maltate dolci e si è arricchita di sentori dell’invecchiamento, di resina, di terroso, di pepe e di tabacco, risultando così più armonica nelle sue componenti.

Per poter avere prodotti esclusivi o particolari, Di Rito e Polini cercano un rapporto diretto con i fornitori e a tale scopo ogni anno organizzano almeno un viaggio in Inghilterra, Scozia e Belgio. Particolarmente istruttiva è stata la visita alla Brasserie Dupont, dove è stata verificata personalmente la temperatura di fermentazione della Saison Dupont di ben 36°C, ostica per quasi tutti i lieviti. Il locale è molto attento al territorio campano ed in questo ambito ha stabilito una collaborazione con il birrificio. Il Chiostro di Simone Della Porta che produce a marchio Claustrum ben 5 diverse birre, tutte molto particolari: la Memento Mori, ben recensita da Joris Pattyn su Ratebeer, un barley wine, la Ligneum 2008, una barley wine oak aged, la Zenit, la Once upon a time e la Nadir della Brown Strong Ale.

Oggi il pub ha 10 birre alla spina, che vengono preferite dal 60% dei clienti. 3 vie sono a rotazione, oggi la Hardcore IPA di Brewdog, la Gonzo di Flying Dog e la Noir de Dottignes di de Ranke; 4 sono dedicate ai prodotti della St.Bernardus, la Wit, la Prior 8, la Tripel e la 12 Abt; 1 alla Redor, una Pils di Brasserie Dupont, 1 a pompa destinata alla Once Upon Time di Simone Della Porta. Il restante 40% dei clienti preferisce il prodotto in bottiglia, suddiviso fra birre vintage e non.

La cucina del pub, anch’essa molto curata, è funzionale alle birre presenti ed è una sorta di street food campano. Grande attenzione è posta nell’utilizzo di ingredienti di territorio e in una cucina che utilizza la birra. Risotti con riso nero venere, panini gourmet, zuppe del territorio, con ingredienti come i marroni di Montella, o ottimi cotechini locali e anche piatti più strutturati costituiscono l’ampia offerta.

Ho assaggiato cioccolatini al luppolo Premiant, varietà ceca, fatti da un artigiano irpino. Il luppolo mi è sembrato ben dosato ed adatto a caratterizzare in maniera non invasiva la pralina.

Da provare:

La IAPA di St. John, birrificio campano, di Faicchio (BN). 6,5°alc., colore ambrato, olfatto ricco di sensazioni di limone, di uva spina e resinose, corpo sostenuto con una dolcezza non trascurabile che supporta un amaro importante. Cascade e Nelson Sauvin fra i luppoli adoperati.

Ligneum 2008, Barley wine della linea Claustrum, 11°alc, maturato per 13 mesi in botti che hanno contenuto Taurasi. Scuro, con olfatto ricco di note di torrefazione, di caffè tostato, balsamiche e speziate, buon equilibrio in bocca, con gradevole amaro. Equilibrata e dotata di buona bevibilità.

Harvest Ale di J.W.Lees. Barley wine di estremo interesse, note olfattive balsamiche di erbe, terrose, in bocca una dolcezza ed una alcolicità esuberanti, una buona luppolatura ad equilibrare questa morbidezza, ed un finale caratterizzato da una persistente e gradevole nota radicosa di rabarbaro. Una grande birra!

Ottavo Nano. Via Salita Palazzo, 5. Atripalda (Avellino) – Tel. +39 0825 611368




2 commenti all'articolo: “Birra, il vintage è di casa all’Ottavonano ad Atripalda”

  1. 1
    INDASTRIA scrive:

    Grande locale, grandi birre e ottime bevute!

  2. 2
    Paolo scrive:

    Qualche Liefmans e qualche bw a breve da loro. Scelta birraria molto originale e curata

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17 Maggio 2012 | ore 10,04
Vincenzo Pagano 1
17 Maggio 2012 | ore 08,37
Maurizio Valeriani 0
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