“Capo”. “Eh!”. “Ma stasera mangiamo?”. “No, digiuniamo per penitenza”. Dopo una giornata spesa tra gli stand di Maison&Objet ci potrebbe stare anche. Un “pranzo” con una quiche au saumon, unica sventurata superstite dell’assalto al forno delle grucce, non è un buon testimonial. Ma ci sono momenti di sbandamento che consiglierebbero di dormire dopo aver cenato da quello che ti sta a 1 minuto dal letto. “No, no, si mangia”. “La macchina fotografica a casa, vero”. Non saprei, lo farei un passaggio da… “Scusa, ma a Parigi vengono solo persone da cent’cinquant’ (per la miseria, uno strascico da curare…) a persona?”, mi domanda il giovane fotografo reduce dal capodanno magiaro. “Non capisco”. “Starai pensando al migliore di Parigi?” Non sarei in grado di dire chi è il migliore, scorro mentalmente il XVI arrondissement e già si crea qualche problema. Poi virando tra l’VIII e il IV i dubbi crescono. “Inutile che pensi”, mi fa, “intendo dire che ci vuole poco a scorrere qualche guida e prendere il ristorante con i punteggi alti!”. Cioè, dico, la funzione della guida è quella di guidare alla scelta. “Facciamo che andiamo e spendiamo 70 euro in due per una cosa che mi ricordo, ma che tenga conto anche dello stato di fame avanzata”. “Sì, e già che ci siamo andiamo senza macchina fotografica, in incognita, ma tanto in incognita che nemmeno prenotiamo, va bene?”. Esistono altri momenti in cui, qui lo dico e qui lo nego, uno dovrebbe stare zitto. Ma alle ore 21,20 di un sabato con annessa fiera iper-frequentata e architetti, interior decorator, giornalisti, accompagnatori e gruppi vacanza Piemonte a giro quante possibilità ci sono di non restare a digiuno? “Va bene, preparati per un’esperienza indimenticabile”.
Parigi è piccola, molto più piccola di Roma nel confronto tra Peripherique e Gra. Ma se devi trovare il ristorante partendo dalla zona, stai fresco. Scavo nella memoria per rintracciare il lionese dai sapori forti. Si va verso Place de la Republique, annuncio a Francesco che annuisce. Tanto è la prima volta che vede Parigi, quindi fa lo stesso.
Come cavolo si chiamava la strada… Per fortuna ho “L”indispensable Plan de Paris” e circolo con il dito nell’XI, fuori dai circuiti turistici e di tanto. Siamo nella parte orientale della città che piano piano si sta rivalutando. Che roba da folle, porc… Folle? Folle! Rue de la Folie Méricourt, bien sûr! Gira su Avenue de la Republique che siamo arrivati. Che colpo di reni. Nemmeno un rabdomante. Ora se non è chiuso, trasferito o che so io. “Terra, terra!”. Auberge Pyrénées Cévennes al numero 106. Colpito e affondato.

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La dame al bancone delle mescite ha un sorriso conviviale. Speriamo bene, penso, vedendo la sala stipatella assai. Due piccoli minuti e ho due posti, mi risponde. Gli odori sono forti e penetranti, l’aria è da osteria di famiglia. Non dobbiamo aspettare molto e siamo al nostro tavolino accanto a due coppie agé che alla prova del peso marcano bene. Sono tutti allegri qui e ne hanno ben donde. Si mangia, si ride, si scherza tra i tavoli. Atmosfera rilassata. Ora serve solo scegliere per restare nei 70 euro, speriamo. E’ la serata del salto in alto. Colpo di reni e menu a 28,90 euro (ribassato per taglio tva da 29,50). Come entré ecco una Salade Gourmande au foie gras e una Terrine de l’Auberge. Come piatto principale decido di saltare le troppo impegnative Andouillette Bobosse con mostarda e scelgo una Cassoulet de l’Auberge destinando al fotografo un Pavé de Rumsteck al pepe. Poi si vedrà il dolce. Badoit, ovvio, e due bicchieri di vino della zona. “Peccato non aver portato la macchina fotografica, anche la tovaglia ispira”. “Peccato che partiamo dalla entré e non dal piatto principale che avrei avuto a disposizione un coltello più affilato”. Arrivano gli antipasti. Meno male che ho il cellulare…

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Il foie gras è intelligente con belle fette saporose e il condimento di verdura che non delude. La terrina è di par suo generosa e con i cetriolini e le cipolline, consegnate in una pignatella a parte, va giù alla grande. Esame passato con un buon voto, direi un 7+.

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E’ la volta dei piatti principali. Ecco arrivare il pavé con il suo accompagnamento di patate alla maniera francese che alleggerisce le punte di pepato. Il fotografo attacca subito già rapito dai nuovi sapori (sta seguendo un corso intensivo, in pratica). La fanciulla che serve ai tavoli mi porta una padella bella colma e mi dice “Cassoulet”. La guardo e dico “Oue, cassoulet”, ma non capisco. Sparisce. Ritorna con un piatto di dimensioni proibitive. Ha praticamente spadellato tutto o quasi quello che mi aveva fatto vedere. Forse per certificare che la stavano facendo espressa o per essere sicuro che sapessi cosa era? D’altronde le foto alle pareti mostrano il patron che taglia e prepara carne a tutto spiano rimestando furioso casseruole di grandi dimensioni. Boh, chissene. Chiedo mostarda per alzare il tono della discussione. Non ce n’è bisogno. Fagioli strepitosi e carne nelle diverse varietà di ottima tenuta. Cassoulet DOC, direi e voto alto, almeno 8. Quantità impossibile da ammazzare e infatti una lacrimuccia mi scende ma voglio evitare la fine del saucisson che ho appena mandato giù.

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Ritorna la peperina con il menu per scegliere i dolci. Uno spazietto a chiusura lo troviamo ecchecavolo. Saltiamo le cose più pesanti per dirigerci su una Tarte Tatin crème fraîche e una Tarte fine aux pommes. Oddio, leggere ma abbondanti. Buone, soprattutto quella con la mela. Fine dei giochi. Un solo caffè per il fotografo/conducente e si va con il conto che sì è fermato a 75,15. Un po’ più dei 70 euro pattuiti, ma i due bicchieri di vino robusto e il caffè lo hanno fatto salire. Giretto notturno per la città. “E se non fossimo andati all’osteria?”. Ah boh. Occorre prenotare e in alcuni essere conosciuti per avere un posto a tavola considerato il numero delle prenotazioni esistenti. “Guarda ti faccio vedere uno dei posti migliori di Parigi, sicuramente spettacolare per la posizione, poi sul se sia più buono di un altro lo lasciamo alle valutazioni di chi scorre le guide e soprattutto è disposto a spendere un 400 euro buoni”. Francesco strabuzza gli occhi. Eh sì, qua c’è l’alta cucina mica pizze e fichi. Si svolta in direzione della Bastiglia. E’ un attimo imboccare Rue Saint Antoine e girare su per Rue de Sevigné. “Ferma qui”. “Cacchio che piazza!” Già e siamo di sera, io la preferisco di giorno. Place des Vosges. Scendiamo dall’auto e si va sotto i portici illuminati. Qui abitano Italiani illustri. Ed ecco i due cespuglietti tagliati a palla. L’Ambroisie. Lontano anni luce dall’Auberge. “A Parigi accettano sempre meno gli assegni e qui ci vuole una carta di credito robusta o un paio di biglietti viola per stare tranquilli. E casomai una fuoriserie parcheggiata davanti ai giardini che fanno di questa piazza il gioiello prezioso del Marais”. Vabbè, la prossima volta salgo a Parigi con l’8V e con mia moglie. Sul divanetto del 2+2 c’entrerà Francesco?  🙂

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